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Tribe - Gruppi umani e generazionali

Homo Competitor

Dall’ostilità verso l’intelligenza artificiale ai conflitti geopolitici: perché la competizione è il vero motore che non vogliamo ammettere. Dubbio metodico aperto.

abstract

La competizione interpersonale appare essere l’autentico, seppur inespresso, motore del comportamento umano e delle dinamiche sociali. Attraverso il concetto di beni posizionali, gli autori spiegano come gli individui preferiscano un benessere assoluto inferiore pur di mantenere un vantaggio relativo rispetto agli altri. Questa spinta agonistica si riflette nell’ostilità verso l’intelligenza artificiale, percepita non come un progresso collettivo, ma come una minaccia alle gerarchie e alle rendite di posizione consolidate. Persino la collaborazione viene descritta come un semplice pretesto per formare coalizioni contro un nemico comune, alimentando logiche tribali o geopolitiche. In conclusione, le fonti invitano a un dubbio metodico per riconoscere come la nostra resistenza all’innovazione nasca spesso dal timore di perdere status in un confronto perenne. L’umanità appare dunque più concentrata a monitorare il vicino che a migliorare realmente la propria condizione interna.

L’unica guerra che non ammettiamo di voler vincere

Esiste un esperimento mentale piuttosto crudele: immaginate di offrire all’essere umano medio la scelta tra due mondi. Nel primo, guadagna centomila euro l’anno mentre i suoi vicini ne guadagnano ottantamila. Nel secondo, guadagna centocinquantamila mentre i vicini ne guadagnano duecentocinquantamila. La maggior parte — e questo è documentato, non è un’iperbole — sceglie il primo. Preferisce essere relativamente più ricco in termini assoluti più povero, pur di non sopportare che qualcun altro stia meglio. Chiamatela come volete: invidia, posizionamento sociale, teoria dei giochi applicata al cortile condominiale. Il nome tecnico è positional goods. Il nome volgare è quello che tutti già sappiamo.
Partire da qui non è un capriccio. È l’unico modo onesto per affrontare la questione dell’intelligenza artificiale senza cadere nella trappola — simmetrica e speculare — di chi la esalta come salvezza e di chi la condanna come abominio. Entrambe le posizioni, infatti, hanno in comune una cosa: non parlano dell’AI. Parlano di sé stessi.

Il nemico necessario

C’è qualcosa di commovente, quasi tenero, nell’astio con cui una fetta consistente di umanità si rivolge agli strumenti di intelligenza artificiale. Non la preoccupazione riflessiva — quella sarebbe legittima e persino utile — ma l’astio vero, viscerale, quello che produce sui social il tipo di commento che un tempo si riservava agli arbitri di calcio e agli ex coniugi. Ruba il lavoro. Ruba la creatività. Ruba l’anima. Una macchina, tecnicamente, non ruba nulla: esegue operazioni su distribuzioni di probabilità. Ma il furto, qui, è narrativo. Ed è rivelatore.
Perché lo stesso registro emotivo — la stessa grammatica dell’accusa, della minaccia percepita, del territorio violato — compare simultaneamente in contesti apparentemente lontanissimi. Il politico che urla all’invasione. Il trader che giura vendetta contro i mercati asiatici. Il tifoso che non distingue più tra una partita e una guerra tribale. Il nazionalista che scopre fratellanze inattese con i già nemici nel momento in cui si presenta un nemico comune più grande.
Il copione è sempre lo stesso. Cambia solo il protagonista del secondo atto.

La collaborazione come alibi

Ci siamo raccontati per decenni — con la convinzione solenne di chi enuncia una scoperta — che la cooperazione è la caratteristica distintiva del sapiens. Che abbiamo sconfitto i Neanderthal non perché fossimo più forti ma perché cooperavamo meglio. Che le civiltà si costruiscono sull’accordo, sul contratto, sulla fiducia reciproca. È vero, peraltro. Il problema è che questo racconto è sempre stato usato come prefazione alla competizione, non come alternativa. Si coopera contro. La fratellanza di trincea esiste perché esiste il nemico oltre la trincea. La partnership commerciale regge finché non si apre uno spazio di vantaggio unilaterale. L’alleanza atlantica non è mai stata così coesa come nel momento in cui ha individuato un asse dell’indispensabile antagonismo.
La collaborazione, insomma, è spesso il nome educato che diamo alla competizione di coalizione. Competere da soli è faticoso e statisticamente perdente. Competere in gruppo richiede solo di scegliere bene a chi offrire la divisa.
Anche questo — sia chiaro — non è un giudizio morale. È una descrizione. Il problema nasce quando la descrizione viene negata, quando ci raccontiamo di essere fondamentalmente cooperativi mentre costruiamo gerarchie, recinti, algoritmi di esclusione. Il dubbio metodico applicato a noi stessi è infinitamente più raro del dubbio metodico applicato agli altri.

L’AI come specchio scomodo

Torniamo all’intelligenza artificiale, ma da un’angolatura diversa. La resistenza più interessante — non quella corporativa, che ha ragioni economiche comprensibilissime, ma quella emotiva, quella che arriva da persone che non hanno nulla da perdere materialmente — somiglia in modo inquietante alla resistenza che ogni tecnologia relazionale ha incontrato nella storia. Non le tecnologie di pura efficienza — il frigorifero non ha mai avuto nemici ideologici — ma quelle che alterano il modo in cui gli esseri umani si percepiscono gli uni rispetto agli altri.
La stampa. Il telefono. Internet. Ogni volta, accanto alle obiezioni pratiche legittime, è emersa una resistenza di natura diversa: il sospetto che lo strumento potesse livellare qualcosa che si riteneva opportuno restasse gerarchizzato. Che potesse dare voce a chi non ne aveva, accesso a chi ne era escluso, potere contrattuale a chi era strutturalmente subalterno. La resistenza all’AI generativa, in parte significativa, è questo: il sospetto che uno strumento che amplifica capacità cognitive possa ridurre i differenziali che su quei differenziali hanno costruito posizioni di rendita.
Il che è paradossale, notate bene, perché nel frattempo le stesse tecnologie di AI vengono ferocemente accumulate e presidiate da chi quelle posizioni le occupa già. La competizione, ancora una volta, gioca su entrambi i tavoli contemporaneamente.

Il vicino di casa come professione

C’è un’immagine che Ennio Flaiano — non certo tenero con l’autocommiserazione italiana — avrebbe probabilmente apprezzato: quella di un condominio in cui tutti i residenti sono affacciati alla finestra a scrutare cosa fa il vicino di fronte, mentre nel proprio appartamento il soffitto perde, la caldaia è rotta da tre inverni e la porta di ingresso non chiude più. Non perché manchino le risorse per aggiustare. Ma perché aggiustare il soffitto non produce la stessa gratificazione adrenalinica di scoprire che il vicino ha il soffitto ancora più scrostato.
La competizione — ed è qui che il paradosso si fa quasi commovente — non è necessariamente orientata al miglioramento. È orientata alla posizione relativa. E la posizione relativa si ottiene tanto migliorando quanto degradando il termine di paragone. Spesso il secondo percorso è più economico.
Questo schema si replica a ogni scala con una fedeltà che fa quasi ridere: individuale, familiare, tribale, nazionale, continentale, civilizzazionale. L’unico livello in cui la competizione non riesce a trovare un avversario esterno adeguato è quello planetario. E lì, curiosamente, invece di trovare finalmente la spinta verso la collaborazione genuina, si è proceduto a ricreare artificialmente la divisione: blocchi, sfere di influenza, assi geopolitici ricostruiti con la cura artigianale di chi sa che senza un nemico plausibile la macchina si inceppa.

Il dubbio che resta aperto

Non c’è una conclusione da estrarre da qui, o almeno non una che non sia immediatamente sospettabile di essere essa stessa una narrazione di comodo. Affermare che “dovremmo collaborare di più” è la cosa più innocua e più inutile che si possa dire, un po’ come invitare la pioggia a essere più asciutta. Affermare che la competizione è inestirpabile e dunque va abbracciata è l’altra faccia della stessa moneta — giustificazionismo darwiniano da aperitivo.
Quel che si può fare, forse, è esercitarsi in una forma di diffidenza egualitaria: diffidare delle narrazioni che identificano il nemico sempre e solo fuori — nell’AI, nell’immigrato, nella potenza straniera, nel mercato globale — con la stessa sistematicità con cui si diffida di quelle che propongono soluzioni preconfezionate. Il vero terreno di sperimentazione è quello scomodo in cui ci si chiede cosa si sta davvero difendendo quando si difende qualcosa. E se ciò che si difende vale la guerra permanente che richiede di essere difeso.
La risposta, naturalmente, dipende da cosa c’è nel vostro appartamento. E da quanto tempo avete smesso di guardarlo.



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Ennio Martignago