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L’intimità: storia di un malinteso millenario — Capitolo XI
estratto
Tutto il dossier arriva fino alla porta. Poi tocca a te aprirla — o decidere, con altrettanta legittimità, di non farlo.
Questo dossier ha attraversato molti secoli e molte discipline con un’ambizione precisa: mostrare che l’intimità non è una proprietà naturale dell’essere umano in coppia, ma una costruzione storica, soggetta a forze economiche, sociali, tecnologiche e — questo è il punto che quasi tutti i testi analoghi trascurano — discorsive. Che l’intimità, in altre parole, non sia semplicemente qualcosa che si vive o non si vive, ma qualcosa che viene continuamente detto, classificato, prescritto e misurato da istituzioni che hanno interesse a farlo.
Il processo di civilizzazione descritto da Elias ha progressivamente privatizzato il corpo, alzando la soglia della vergogna fino a rendere la nudità — un tempo banalmente pubblica, come abbiamo visto nei bagni medievali di Parigi e di Southwark — il gesto più intimo e più carico di significato possibile. Contemporaneamente, la modernità liquida di Bauman e il capitalismo emotivo di Illouz hanno reso i legami sempre più fragili e sempre più simili a transazioni, mentre la tecnologia ha prodotto nuove e sottilissime forme di isolamento all’interno della coppia stessa.
Il dato più eloquente emerge dall’incrocio tra ricerche apparentemente distanti: mentre il 64,2% delle coppie giapponesi è clinicamente senza sesso e la frequenza sessuale declina globalmente, la neurobiologia conferma che il tocco affettuoso e la nudità condivisa attivano i circuiti dell’ossitocina che rinforzano il legame. La coppia contemporanea si trova intrappolata in quello che Han chiama «l’inferno dell’Uguale» — un eccesso di vicinanza funzionale che paradossalmente uccide l’intimità autentica. Quella che Perel chiama «il fuoco che ha bisogno di aria». Quella che Levinas descrive come «la carezza che non sa cosa cerca». Quella che Barthes sintetizza: «ciò che nascondo con il mio linguaggio, il mio corpo lo pronuncia».
Ma è qui che entra Foucault — non come chiusura rassicurante, ma come disturbo necessario.
Tutto ciò che abbiamo detto fino a questo punto — le statistiche sul sexless marriage, i Quattro Cavalieri di Gottman, la vulnerabilità secondo Brown, la sessualità plastica di Giddens, persino la critica alla disinibizione performativa del capitolo VII — appartiene ancora, in misura diversa, a quella che Foucault chiama la produzione di sapere sulla sessualità. Sono discorsi che estraggono dalla vita intima delle coppie una verità misurabile, classificabile, confrontabile con una norma. Sono, nel senso tecnico foucaultiano, parte del dispositivo di sessualità.
Questo dossier stesso partecipa di quel meccanismo. Sarebbe disonesto non dirlo.
Quando citiamo che il 15-20% delle coppie americane è senza sesso, stiamo implicitamente stabilendo cosa è normale e cosa non lo è. Quando descriviamo l’«intimacy anorexia» come patologia stiamo introducendo una categoria che separa il comportamento sano da quello disfunzionale. Quando citiamo Brown sull’equazione tra vulnerabilità e intimità autentica, stiamo producendo un nuovo imperativo morale: devi essere vulnerabile. Che è strutturalmente analogo ai vecchi imperativi che questo stesso dossier ha smontato con tanta soddisfazione.
L’alternativa che Foucault suggerisce — non come soluzione ma come orientamento — è quella che aveva trovato nell’etica sessuale dei Greci antichi: una relazione con il corpo e con il piacere basata non sulla confessione di una verità interiore, non sulla misurazione rispetto a una norma, ma su ciò che lui chiama un’estetica dell’esistenza. Una pratica di libertà che non chiede sono abbastanza intimo? ma come abito concretamente la mia vita con questo corpo, in questa relazione, con questi piaceri specifici? Senza categoria. Senza norma. Senza il terapista come nuovo confessore.
Non è una risposta — e questa è la sua onestà. È uno spostamento della domanda. Che è, nel dubbio metodico che ci piace praticare qui, quasi sempre più prezioso della risposta.
La soglia di Agamben — quella che nella nudità separa e tiene insieme vita e logos, corpo e significato — resta attraversabile. Il corpo nudo davanti all’altro resta, neurobiologicamente e fenomenologicamente, uno dei pochi gesti rimasti capaci di cortocircuitare i dispositivi e di produrre qualcosa di irriducibile al discorso. Merleau-Ponty lo chiamava intercorporeità: quella comunicazione che precede e fonda ogni relazione cognitiva, che avviene prima delle parole e nonostante esse.
Ma attraversare quella soglia non significa automaticamente essere liberi. Significa solo che in quel momento stai abitando il tuo corpo invece di raccontarlo. Che differenza faccia, nella tua relazione specifica, con la tua storia specifica, dipende da variabili che nessun dossier può raggiungere.
E forse è precisamente questo il limite onesto di ogni discorso sull’intimità, incluso questo: arriva fino alla porta. Poi tocca a te aprirla — o decidere, con altrettanta legittimità, di non farlo.
Il Franti — Tracce della metamorfosi / ilfranti.it.
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