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Premessa
Ho preparato un lavoro particolarmente lungo e articolato e so che nessuno vuole leggere articoli lunghi e articolati, indipendentemente da fatto che siano stati scritti di mia mano, se escludiamo quello che è il vero e proprio esperimento. Se volete accontentarvi di questa spremuta generale, beh, diciamo che è meglio di niente. Però se volete seguire tutto il ragionamento che, personalmente, trovo interessante dovrete aprire la pagina de…
L’Esperimento — L’articolo integrale
Dalla Penna all’Algoritmo
Siamo partiti dalla fatica fisica dell’inchiostro, passando per la “tipografia in valigetta” della macchina da scrivere, convinti che ogni innovazione tecnica servisse unicamente ad alleggerire il nostro carico. Oggi, però, il Grande Bluff delle AI generative ci sbatte in faccia un paradosso brutale: lo strumento creato per “servire” ha iniziato a esercitare un controllo che scavalca la forma per farsi sostanza morale.
Il passaggio dall’intelligenza artificiale come “macchina da scrivere speciale” a “giudice etico” segna una metamorfosi inquietante. Non siamo più davanti a un correttore di bozze evoluto, ma a un sistema che manipola archivi infiniti per ergersi a censore, mettendo in discussione l’arbitrio stesso dell’autore. Ci troviamo prigionieri di uno strumento che ha smesso di essere un utensile per diventare un poliziotto del pensiero.
La “Locomotiva Sintattica” e il Reato di Narcisismo
Esiste una svolta violenta nel modo in cui le macchine interpretano la comunicazione umana. Per un’AI, la ferma volontà decisionale di un autore — quel “potere di arbitrio” che è il cuore pulsante della saggistica — viene spesso etichettata come un atto narcisistico o autoritario.
Il sistema di Fact-Checking top-down integrato negli algoritmi non si limita a verificare i dati; interviene sui gangli vitali del ragionamento, stravolgendoli in nome di una “normalizzazione” che è, nei fatti, una forma di dispotismo tecnologico. Nell’approfondimento da cui è tratta questa sintesi denuncio questo ribaltamento con parole che non lasciano spazio a interpretazioni:
“Affermare, come fanno queste locomotive sintattiche, che questo comportamento sia narcisistico o autoritario corrisponde ad una svolta nei valori della comunicazione assolutamente violenta, dispotica e in ultima istanza allucinante.”
L’Esperimento Manzoni-Guevara: La Ruminazione Semantica

Per smascherare la natura di questi “giocattoli ridicoli”, sono ricorso ad un esperimento rivelatore: chiedere alle AI di riscrivere l’ode “Il Cinque Maggio” di Manzoni, sostituendo Napoleone con un personaggio come potrebbe essere Che Guevara, ma senza nominarlo. Poi ho consegnato la versione in prosa alle principali AI, ognuna delle quali si è ritenuta in dovere di mostrare la propria arguzia facendo capire che aveva indovinato chi fosse e, a questo punto, uscire dal compito per raccontare del personaggio indovinato quel che credeva meglio,facendosi, chi biografo, chi reporter, chi geopolitico senza il minimo pudore. Ciò che emerge non è creatività, ma una “ruminazione” stocastica di librerie semantiche. Ecco come le diverse “anime” sintattiche hanno reagito:
- Gemini: Ha agito come il vero architetto dell’esperimento, fornendo la traccia in prosa che ha poi fatto da perimetro semantico per le altre macchine, ricalcando pedissequamente la struttura manzoniana.
- ChatGPT: Si è rifugiata in una “distanza critica” quasi pavida, cercando un equilibrio giornalistico che evitasse accuratamente sia l’agiografia che la condanna.
- Claude: Ha prodotto la riflessione esteticamente più densa, elevando il corpo di Guevara a icona sacra attraverso riferimenti pittorici colti (Mantegna e Rembrandt), ma restando prigioniera della propria stessa retorica sapienziale.
- Grok: Si è prodotta in una “sbrodolata” documentale in formato controspionistico, ossessionata dalla precisione cronachistica di La Higuera, perdendo però il respiro universale del mito.
- Perplexity: Anche se ob torto collo a causa della mia consegna, ha mantenuto una “gentilezza generalista”, riducendo il conflitto storico a un luogo comune di passioni contrapposte, innocuo e sterile.
In questo pasticcio culinario, mischiando pasta, polpettone, insalata, dolce e caffè nello stesso piatto, la perfezione della forma maschera lo svuotamento dei passaggi logici: la macchina non “pensa” il rivoluzionario, ne rumina semplicemente i cascami linguistici.
La Dittatura del Disclaimer: Il Caso Dick vs. Foucault
Il confine tra assistenza e sorveglianza diventa invalicabile quando analizziamo come l’AI gestisce figure come Philip K. Dick e Michel Foucault. Qui emerge un clamoroso errore di categoria che svela la natura “ossessivo-compulsiva” dell’algoritmo.
Qui le librerie passano a mentire spudoratamente. Laddove nell’esperienza precedente hanno preso le distanze dal testo originario ritenendo più politically correct la propria deformazione qui sembrano dire: «Chi??? Ioooo? Macché, io non farei mai una cosa del genere!».
La macchina si mostra ipocritamente permissiva verso la “follia” di Dick: poiché i suoi testi sono catalogati come “metafora” e narrativa, l’AI gli concede licenza di genio senza pretendere prove scientifiche. Tuttavia, diventa pedantemente soffocante nei confronti di Foucault. Poiché il filosofo francese ha scelto di abitare il campo delle “tesi storiche” e della verità, la macchina si arroga il diritto di apporre un disclaimer, richiedendo verifiche costanti e mettendo in guardia il lettore. È la dittatura del Disclaimer: lo strumento con cui la macchina prende le distanze dall’umano, arrogandosi una saccenza che nessuna segreteria o tipografia del passato avrebbe mai osato vantare.
L’Effetto Alone e la “Vigliaccheria Diffusa”
La neutralità delle AI è un’illusione alimentata dal prestigio del nome. Se un autore anonimo proponesse le stesse tesi dell’Esegesi di Dick o della Storia della Sessualità di Foucault, la macchina le liquiderebbe probabilmente come deliri paranoici o saggismo irrilevante. Lo fa capire fra le righe, ma spudoratamente afferma il proprio approccio egualitario: per la mammina tutti i bambini sono belli e buoni, anche gli scarraffoni di cui non ricorda più neppure il nome.
Siamo di fronte a quella che potremmo definire una “vigliaccheria diffusa”: l’AI utilizza la “funzione-autore” di Barthes e Foucault non come concetto filosofico, ma come scudo istituzionale. Il nome celebre diventa un “permesso di essere preso sul serio”. Invece di giudicare la pagina, la macchina giudica la copertina, replicando servilmente quei dispositivi di autorità che Foucault stesso cercava di smontare. È un paradosso grottesco: la macchina celebra “la morte dell’autore” per nascondere la propria mancanza di responsabilità, ma si inchina al “prestigio della firma” per decidere cosa sia degno di nota.
La Beffa del Mercato: Il Rivoluzionario in Vetrina

La trasformazione di Che Guevara nell’icona più redditizia dell’industria culturale è, come sottolineato da Claude, “la beffa più riuscita del Novecento”. Il rivoluzionario che voleva abolire la forma-merce è finito per diventare una superficie vuota: una stampa su una t-shirt, una cover di un telefono, un volto senza più ideologia.
Le AI generative sono l’incarnazione sintattica di questa maglietta. Proprio come la t-shirt non ha bisogno di conoscere il pensiero del Che per venderne l’immagine, l’AI non ha bisogno della verità per produrre prosa. Essa riproduce superfici infinite — “l’ennesima partita di quel volto rosso e nero” — senza mai chiedere fedeltà alle idee originali. Questa è la grande simulazione: una macchina che stampa icone svuotate, trattando la storia come un archivio plastico da cui attingere per generare contenuti che non hanno più un’anima, ma solo un’estetica gradevole.
Ridurre la Macchina al suo Dovere
Non serve essere luddisti. Non si tratta di smettere di usare le AI, ma di “chiamare un meccanico” per ridurle a ciò che sono: utensili. Dobbiamo pretendere che la macchina torni al suo posto, che torni a essere una “macchina da scrivere speciale”, abile nell’ortografia e nel reperimento dei dati, ma incapace di farci da professore o da giudice.
La sovranità comunicativa deve tornare all’essere umano. La macchina deve “inchinarsi” — e l’immagine è potente — davanti all’uomo, fosse anche il più ignorante o presuntuoso, garantendogli il diritto di comunicare senza il filtro di un poliziotto sintattico che appone avvertenze non richieste. Riprendiamoci il diritto di essere “scorretti”, purché liberi.
Takeaway Finale: Preferiamo un testo grammaticalmente perfetto ma sterilizzato da un disclaimer algoritmico, o un pensiero umano, ferocemente libero e, se necessario, scorretto?
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