L’intimità: storia di un malinteso millenario — Capitolo III
Come il capitalismo ha privatizzato il corpo e ha inventato l’amore romantico
Il grande cambiamento arriva con la borghesia. Non perché i borghesi siano più sensibili o evoluti degli aristocratici o dei contadini medievali: ma perché hanno i soldi per costruire stanze separate, i tempi di vita per sviluppare una cultura sentimentale, e un interesse preciso a distinguersi — verso il basso dalla miseria promiscua del proletariato, verso l’alto dalla fredda funzionalità dell’aristocrazia.
Nel XVII e XVIII secolo, in Europa occidentale, cominciano a diffondersi pratiche nuove: le stanze da letto separate per i figli, i letti singoli, le porte chiuse, i vestiti da notte. Il corpo comincia a diventare privato nel senso moderno. Come documenta Benjamin Reiss attingendo a Elias, uno spazio privato all’interno della casa per dormire, lavarsi e vestirsi divenne l’ideale nelle famiglie della classe media e alta — ma solo di quelle, e solo progressivamente. Non è un progresso morale: è una trasformazione materiale che genera una nuova sensibilità.
In parallelo, nasce — o meglio, viene costruita — l’ideologia dell’amore romantico. I romanzi epistolari del Settecento, la letteratura sentimentale dell’Ottocento, il culto della coppia come unità affettiva autonoma: tutto questo crea un’aspettativa nuova. Per la prima volta nella storia, si comincia a pensare che il matrimonio debba basarsi sull’amore, non solo sull’interesse economico o sull’alleanza familiare. Che il partner debba essere scelto, non assegnato. Che la coppia debba condividere non solo un letto e dei figli, ma un’anima.
È un cambiamento enorme che porta con sé conseguenze non previste. La prima: l’intimità emotiva diventa un requisito, non più una possibile grazia. Il partner che non parla dei propri sentimenti cessa di essere normale e diventa patologico. La riservatezza, che per secoli era stata una virtù, diventa un difetto relazionale. La seconda: il sesso comincia a essere associato all’amore, e quindi all’intimità emotiva. Si va verso un modello in cui fare sesso con qualcuno implica una forma di connessione interiore, non solo una transazione corporale. La terza, e la più esplosiva: se il matrimonio si basa sull’amore, allora un matrimonio senza amore diventa ingiusto, non solo infelice. Nasce la possibilità logica del divorzio come atto morale. Nasce l’idea che restare in un matrimonio privo di intimità sia una forma di auto-tradimento.

Anthony Giddens, in The Transformation of Intimacy (1992), coglie la radicalità di questa trasformazione con il concetto di relazione pura: una relazione intrapresa per se stessa, per ciò che ciascuna persona può trarne, e che viene continuata solo nella misura in cui entrambe le parti ritengono che fornisca sufficienti soddisfazioni. Una relazione liberata da obblighi esterni — necessità economica, parentela, religione — esistente puramente sulla base della soddisfazione emotiva reciproca, soggetta a continua valutazione riflessiva. È la forma moderna dell’intimità: libera, ma proprio per questo infinitamente più fragile.
Zygmunt Bauman, in Liquid Love (2003), ne descrive le conseguenze con il suo solito pessimismo lucido: «In una vita liquido-moderna non ci sono legami permanenti, e tutti quelli che intraprendiamo per un tempo devono essere annodati debolmente in modo da poterli sciogliere di nuovo, il più rapidamente e il più facilmente possibile, quando le circostanze cambiano.» Le relazioni sessuali diventano ciò che Bauman chiama «relazioni da taschino»: dolci e di breve durata, e dolci perché di breve durata. Se la relazione è meno che soddisfacente, può essere eliminata come un cattivo investimento.
Eva Illouz, in Why Love Hurts (2012), aggiunge il tassello che completa il quadro: l’amore romantico non è una conquista della libertà individuale, è una produzione storica del capitalismo. La sua ambizione è fare alle emozioni ciò che Marx fece alle merci: mostrare che non circolano in modo libero e incondizionato, che la loro magia è sociale, che contengono e condensano le istituzioni della modernità. L’amore fa soffrire non perché le persone siano difettose o psicologicamente immature, ma a causa delle condizioni strutturali della modernità. La psicoanalisi e la psicologia popolare, scrive Illouz, «sono riuscite spettacolarmente a convincerci che gli individui sono responsabili della miseria della loro vita romantica ed erotica». Illouz sostiene il contrario: la responsabilità è strutturale, non individuale.
Il risultato di questo lungo processo è una coppia che porta un peso che nessuna coppia nella storia ha mai portato: quella di essere contemporaneamente unità economica, progetto familiare, comunità emotiva, spazio di realizzazione personale, fonte di piacere erotico e luogo di crescita spirituale. Come sintetizzerà Esther Perel nel capitolo successivo, ci aspettiamo che una sola persona ci dia ciò che un tempo un intero villaggio forniva. E viviamo il doppio.
[Continua nel Capitolo IV — Il Novecento e l’intimità come prestazione]
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