Manosfera, incel, Joe Rogan e il ritorno di una guerra dei sessi che si combatte a colpi di podcast, sondaggi e sentimento di vittima — con più tifo che numeri, da qualunque parte la si guardi
Mascolinismo o decadentismo?
«Se mi chiedi di sposarti ti lascio». Posizione diffusa fra molte donne, ma soprattutto fra i giovani redpilled. Seguaci della Bibbia del primoMatrixin qualità di novelli Neo, si definiscono così i ragazzi che hanno preso la «pillola rossa»: quella che dovrebbe far raggiungere la consapevolezza di ciò che una società muliebrecentrica starebbe orchestrando sulle loro spalle, ipotecandone il destino da adulti.
È una consapevolezza non troppo diversa da quella delle «compagne» della sinistra degli anni dell’autocoscienza. Proprio come allora, anche fra quelle esistevano frange estreme che teorizzavano un po’ di tutto ai danni del sesso opposto, castrazione compresa. Gli slogan andavano da «L’utero è mio e me lo gestisco io» — salvo poi lamentare l’assenza del compagno durante la cosiddetta «gestione» — a «Maschio represso, masturbati nel cesso». Una delle questioni più disquisite negli anni Settanta era la preferenza, come partner sessuale, per il maschio di destra, «virile e fascista» come diceva Gaber, quindi meno «represso» di quello di sinistra, tipicamente ideologico-masochista, usato come scarico di lamentele, frustrazioni, colpevolizzazioni.
Non che oggi le cose stiano meglio. La colpa dei femminicidi non viene attribuita solo al delinquente, ma principalmente alla categoria maschile colpevole di appartenere al «patriarcato»: un po’ come se la colpa dell’omicidio Gucci non fosse di Patrizia Reggiani, ma del «matriarcato».
Precisione impone di sottolineare che questa ideologia muliebrecentrica vale soprattutto nel mondo piccolo, medio e alto borghese. Le donne del ceto comune, pur beneficiando delle conquiste della parità, non sono in genere inclini alle battaglie di principio e ad altre inezie: hanno cose più concrete di cui preoccuparsi.
Gli incel

Il termine “incel” — contrazione diinvoluntary celibate, celibe involontario — non nasce nei forum misogini con cui oggi viene identificato. Lo conia nel 1993 una studentessa canadese nota online solo come Alana, per un progetto che voleva offrire compagnia online a chiunque, di qualunque genere, si sentisse escluso dalle relazioni affettive. Il rovescio arriva ventun anni dopo: nel maggio 2014 Elliot Rodger uccide sei persone e ne ferisce quattordici a Isla Vista, in California, lasciando un manifesto di quasi centocinquanta pagine in cui attribuisce la propria rabbia al rifiuto sistematico delle donne che desiderava. Nel 2018 Alek Minassian lo cita esplicitamente come “supremo gentiluomo” poco prima di lanciare un furgone contro i pedoni di Toronto, uccidendone dieci. Da lì il termine cambia definitivamente pelle e comunità di riferimento: oggi designa una costellazione di forum, canali e podcast dove la solitudine maschile — reale, misurabile — viene riconfezionata come colpa altrui anziché come sintomo da affrontare.
Prima di diventare tutto questo, però, “incel” era semplicemente l’etichetta più recente per una categoria antica: i giovani maschi che a suo tempo erano noti come nerd, imbranati, secchioni,loser, sfigati, perdenti — niente di nuovo. A renderli diversi dai loro predecessori è, da Columbine in poi, la direzione della frustrazione: non tanto le ragazze quanto la società identificata nelle scuole e nelle istituzioni formative della nuova generazione, e non solo.
Che la solitudine in questione sia reale, i numeri lo confermano senza bisogno di scomodare le tesi della manosfera: in Italia, secondo l’Istat, il 77 per cento dei 3.741 suicidi registrati nel 2023 ha riguardato uomini, con un tasso di 11,6 casi ogni 100mila abitanti che resta quasi quattro volte quello femminile — un rapporto stabile da decenni in quasi tutti i paesi industrializzati, come conferma anche l’Organizzazione mondiale della sanità per l’intera regione europea. È un dato strutturale, non ideologico, che precede di decenni l’invenzione di “redpill”. Ma dal fatto che il disagio sia vero non discende che la diagnosi della manosfera lo sia altrettanto: la stessa cornice che denuncia, a ragione, l’indifferenza verso il malessere maschile lo confeziona spesso insieme a un lessico — “società muliebrecentrica”, presunta estinzione demografica dell’Occidente per colpa dell’emancipazione femminile — che ha molto più a che fare con un’ansia demografica ciclica, ricorrente in ogni epoca di trasformazione sociale almeno dall’Ottocento in poi, che con i dati reali sulla natalità, in calo ovunque nel mondo industrializzato per ragioni economiche e culturali che non hanno alcun bisogno di un complotto di genere per essere spiegate.
Il lavoro dei media

A rendere più acceso il conflitto di genere sono i media, ormai incapaci di un giornalismo d’inchiesta e avvezzi a luoghi comuni che forse neppure l’intelligenza artificiale che li sta sostituendo oserebbe ostentare. Qualcosa del genere è quello che una certa parte politica, con i suoi giornalisti e i suoi cani da guardia, sta facendo nell’affermare che manifestarsi antisionisti sia la stessa cosa che essere antisemiti — col rischio di convincere gli antisionisti che debbano trasformarsi in antisemiti —, come se essere contrari alla politica di un governo equivalga a combattere una razza, o presunta tale.
È troppo facile parlare di «mascolinisti» (espressione dell’ultima ora, derivata dal francese per intendere «maschilisti», ma «più nuovi») come reazionari violenti che identificano il nemico nelle femministe. In questa maniera sono proprio i media a fomentare il conflitto, così come la moda guida una certa categoria di entrambi i sessi a privilegiare donne «di lusso vestite» e dalle forme prorompenti, e uomini ricchi, sprezzanti, avventurosi e palestrati. Fortunatamente è una porzione neppure così estesa della popolazione giovanile, e non solo: sufficiente però a condizionare il pensiero comune.
Non solo gli uomini: molte donne stesse potrebbero dirsi stanche di questa propaganda di genere, salvo non manifestarlo, perché questo vorrebbe dire, secondo il pensiero mediatico, stare dalla parte dei femminicidi e contro le conquiste delle donne.
Un caso utile a capire come funziona questo meccanismo è il reportage che nell’aprile 2025 la piattaforma pubblica Arte ha diffuso, in dieci lingue, sulla manosfera spagnola — distribuito in contemporanea da una filiera di testate (Internazionale per l’Italia, El País per la Spagna, Gazeta Wyborcza per la Polonia, Kathimerini per la Grecia, Le Soir per il Belgio, Balkan Insight per i Balcani) e realizzato nell’ambito di un bando finanziato dall’Unione europea per la creazione di “piattaforme multimediali europee”. Il cortocircuito è tanto involontario quanto istruttivo: un prodotto giornalistico che denuncia la manipolazione dell’informazione da parte di podcaster indipendenti nasce da un finanziamento della stessa Direzione generale della Commissione che si occupa di comunicazione e contenuti digitali — il genere di dettaglio che i sostenitori della manosfera userebbero volentieri come prova provata, se solo si fidassero dei fatti quanto si fidano delle proprie convinzioni. Ciò non rende false le testimonianze raccolte nel documentario, che sono autentiche e in diversi casi inquietanti; rende però l’operazione, come quasi ogni prodotto giornalistico su commissione, un montaggio con una tesi già scritta prima di partire per Madrid: pur presentando fedelmente — anche se in maniera troppo sintetica rispetto all’economia del pezzo — le idee dei giovaniredpilled, ne trasforma le affermazioni in connotazioni di parte opposta, apertamente strumentali.
La Spagna non è scelta a caso: da vent’anni il paese è considerato all’avanguardia europea sulla parità di genere, con una delle legislazioni più avanzate del continente contro la violenza domestica. Ed è proprio per questo che i suoi stessi numeri raccontano una storia più complicata di quella a tesi unica. Nell’indagine Ipsos-King’s College London del 2025, il 51 per cento degli spagnoli si definisce femminista — tra le percentuali più alte al mondo — ma il 46 per cento (il 53 tra gli uomini) ritiene che nel proprio paese si sia arrivati troppo oltre nel garantire alle donne pari diritti, e il 52 per cento (60 tra gli uomini) pensa che questa spinta abbia finito per discriminare gli uomini stessi. Già nelle prime edizioni dello stesso sondaggio, quasi un decennio fa, la Spagna compariva tra i paesi al mondo più convinti che sui diritti femminili si fosse già andati fin troppo oltre. La frattura, insomma, non l’ha scavata la manosfera recente, nata su TikTok e Twitch: la manosfera ci si è semplicemente sistemata sopra, offrendole un lessico, un pubblico e un modello di business. E se in Spagna circa metà della popolazione si dice a favore del femminismo e un’altra metà considera che questo sia andato troppo oltre, ciò non significa che la metà che sottolinea gli eccessi sia contraria a un’innovazione equilibrata dei diritti — una distinzione che il documentario, per sua stessa economia narrativa, non ha molto interesse a fare.
Già parlare di antifemminismo o di femminismo è diverso che parlare di parità dei diritti. Ma questo renderebbe il filmato evidentemente poco incisivo: l’articolo comincia con un’affermazione forte e prosegue ironizzando sulla definizione dei giovani podcaster spagnoli che parlano di un «dibattito senza tabù» — che la giornalista ha appena qualificato come antifemminista. Eppure di tabù, di fronte a questi argomenti, e della loro «parlabilità», ne abbiamo per ogni dove e in abbondanza. Su questo aspetto, naturalmente, Arte non si sofferma.
Il giovane redpilled intervistato sottolinea come il pensiero di una parte della popolazione femminile sia ostile al concetto stesso di maternità, a favore del godimento delle proprie prerogative — si può dire edonistico-egoistiche? — con la conseguenza che gli europei tendono a non riprodursi e a esaurirsi come gruppi umani autoctoni. Uno psicologo del circuito osserva che i maschi vengono connotati come i «cattivi» dei film, ignorando l’alto numero di suicidi soprattutto fra questo genere, che a lui si rivolgono con problemi di salute mentale originati da isolamento e solitudine — un’osservazione clinica, si è visto, che i numeri Istat non smentiscono.
La carboneria della difesa maschile online

Considerazioni come queste fanno sì che si creino circoli maschili di autocoscienza e di assertività sociale, veicolati da spazi come i podcast, alternativi a quelli monopolizzati da partiti e ideologie delle televisioni o delle radio. Proprio come capitava negli anni Settanta in Paesi condizionati da un’opinione pubblica vetusto-conservatrice ostile all’autonomia di confronto femminile, altrettanto vediamo oggi svilupparsi, nel perbenismo pseudo-progressista, un’ostilità al recupero di un ruolo maschile che nasca da un pensiero autonomo. Sono, questi circoli, nel linguaggio e nella struttura, il rovescio quasi esatto dei collettivi femministi di allora: stessa funzione di rifugio per chi si sente escluso dal discorso pubblico dominante, stesse frange oltranziste — con il genere invertito — pronte a trasformare un disagio reale in un manifesto contro il sesso opposto.
Non sono solo le ideologie femministe a essere contestate dalla manosfera, ma, se è possibile, ancor di più le posizioni e gli atteggiamenti degli uomini deboli, ibluepillati, e ancor di più di chi sfrutta opportunisticamente posizioni anti-maschili. Il caso di scuola, in Italia, porta la data della primavera del 2025: alla prima tappa del suo tour nei teatri italiani, sul palco dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Ermal Meta ha detto di sentirsi, da uomo, spaventato dal «mostro che dorme» in lui. Lo ha detto a pochi giorni dai femminicidi di Sara Campanella, uccisa a Messina da un compagno di corso che non tollerava un rifiuto, e di Ilaria Sula, uccisa a Roma dall’ex fidanzato: un gesto di solidarietà pubblica, raccolto con favore dalla gran parte della stampa. Nello stesso momento, in altri angoli di internet, la stessa frase veniva ritagliata e rilanciata come prova di quanto in fretta un certo mondo dello spettacolo sappia mettersi in posa pur di restare in scia all’indignazione della settimana: un uomo pubblico che si autodenuncia come mostro potenziale, secondo questa lettura, non farebbe che vendersi a un pubblico che chiede rassicurazione, incassando in cambio applausi facili. Nessuna delle due versioni ha bisogno di essere vera per intero perché la frase abbia comunque funzionato: ha prodotto titoli, clip e, soprattutto, la conferma per ciascun fronte di quello che già pensava. È più o meno il meccanismo su cui si regge, oggi, l’intera guerra dei sessi digitale.
Fortunatamente, lo stesso documentario di Arte mostra in chiusura anche un gruppo di giovani che al contrasto di genere propone un confronto online capace di combattere isolamento e solitudine dei coetanei — anche se la voglia di conflitto, a fronte di una frustrazione in gran parte di natura sociale e mediatica, pare dominante rispetto a quella della calma, anche a causa del tam-tam di social, telefilm e giornali.
Il ritorno dei «duri»

Se ne sono accorti anche i politici della sinistra statunitense, del peso che questo gruppo di genere ha avuto nella loro sconfitta elettorale, spesso per opera di influencer come il podcaster Joe Rogan, seguito da circa venti milioni di iscritti su YouTube e quasi quindici su Spotify, per la maggior parte americani. Ostenta una forte disinibizione di fronte ad argomenti scomodi, affrontati col linguaggio dei tifosi sportivi — essendo lui stesso campione di arti marziali — più vicino allo spogliatoio che all’aula universitaria.
Nessun personaggio riassume meglio quanto sia inutile, in questa materia, dividere il mondo in due squadre. Nel 2020 Rogan appoggiò Bernie Sanders alle primarie democratiche, salvo poi votare, alle presidenziali, per la libertaria Jo Jorgensen. È pubblicamente e ripetutamente favorevole al diritto all’aborto, e nell’ottobre 2024, sul suo stesso podcast, ha corretto in diretta J.D. Vance quando il candidato vicepresidente ha provato a minimizzare le conseguenze pratiche della fine diRoe v. Wade; ha inoltre criticato più volte, duramente, la conduzione della guerra israeliana a Gaza, ed espresso posizioni aperte sulla liberalizzazione delle droghe e sulla libertà sessuale. È stato inoltre grande oppositore della cosiddetta «ideologia woke» e strenuo sostenitore della libertà di espressione — in un modo poco compatibile con i valori oggi più condivisi tra i Democratici, avendo ad esempio utilizzato nel suo programma insulti razzisti e sostenuto teorie antagoniste in materia di vaccini e di Covid.
Eppure la sera del 4 novembre 2024, alla vigilia del voto, Rogan ha annunciato online il proprio sostegno a Donald Trump, spiegando che a convincerlo era stato l’argomento sviluppato da Elon Musk, ospite della puntata precedente: forse più per simpatia verso Musk che verso Trump, ma certo anche per il disgusto nei confronti delle politiche dei predecessori — un percorso seguito, negli stessi mesi, da altri esponenti della sinistra come Robert Kennedy jr. Nel 2022 aveva già attraversato due scandali che secondo qualunque manuale di gestione dell’immagine lo avrebbero dovuto affondare — un compilato di insulti razzisti pescati da episodi vecchi di oltre un decennio, costato le sue scuse pubbliche, e l’ospitata di un medico critico verso i vaccini anti-Covid, che spinse Neil Young e Joni Mitchell a ritirare la propria musica da Spotify in segno di protesta — senza che il suo pubblico ne risultasse in alcun modo scalfito. Un sondaggio YouGov lo descrive seguito per l’81 per cento da uomini, in maggioranza under 35: esattamente l’elettorato che i democratici americani hanno scoperto, con qualche anno di ritardo, di aver perso — non per le sue posizioni, spesso più liberal di quelle di molti eletti dem, ma per il tono con cui le veste.
Rogan è, insomma, una specie di Bruce Willis o di un certo Arnold Schwarzenegger del cinema: essenziale, austero e ben lontano dai modelli dell’apparenza o dell’attrazione femminile. Potremmo chiamarlo un «duro», se vogliamo. Di conseguenza questi presunti Democratici non potranno mai trovare un «proprio Rogan», nonostante questi potrebbe essere un perfetto esponente di una sinistra tradizionale ideale.
Verso la fine delle coppie dopo quella del matrimonio

Se un certo bacino femminile si professa contrario al matrimonio per beneficiare dei piaceri offerti dal consumismo del divertimento, nondimeno una nutrita popolazione maschile si guarda bene dal finire intrappolata in un’istituzione che, dopo pochi anni, complice un sistema giudiziario strumentale e strutturalizzato, la manderà in rovina a mantenere una famiglia che non sarà più la sua, mentre lui non saprà più dove andare a dormire o come sfamarsi. Consapevoli che si tratta di una società cinica nei confronti del genere maschile che crede ancora nei fondamentali di un tipo di società che non esiste più, concluderanno le relazioni molto rapidamente per evitare legami e colpevolizzazioni, e di certo sbatteranno la porta in faccia alla sventurata che proferirà la parola «matrimonio».
La prospettiva che si va profilando, in questa lettura, è quella di un’estinzione di genere e quindi di etnia e cultura occidentale, destinata a essere soppiantata da altre che hanno molti meno dubbi e argomenti artificiali come quelli di cui si va cianciando. Una società, la nostra, che si starebbe dando la zappa sui piedi da sola e senza altro futuro che non sia la propria decadenza — sempre che, come si è visto, il calo della natalità abbia davvero bisogno di questa spiegazione per essere spiegato.
Chi ci guadagna a tenere acceso il conflitto
Nessuno dei due fronti ha, a conti fatti, molto interesse a chiudere la partita: la sofferenza raccontata come colpa del nemico rende meglio, in termini di ascolti, abbonamenti e voti, della sofferenza raccontata come problema da risolvere insieme. Chi monetizza la rabbia maschile e chi monetizza l’indignazione verso il patriarcato condividono, senza saperlo o senza volerlo ammettere, lo stesso modello di business.
Forse il mostro che dorme non abita esclusivamente in un genere, né tantomeno in un colore di pillola: abita in chiunque preferisca la propria squadra ai numeri, su entrambi i lati del campo.
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