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L’INTIMITÀ CAPITOLO VII
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Hai letto tutto. Ti sei sentito consapevole. Forse hai già pensato a qualcuno a cui mandare questo articolo — qualcuno che ne avrebbe bisogno più di te. Fermati.
Sei arrivato fin qui. Hai letto di stufette medievali e di Luigi XIV che si vestiva circondato da cento cortigiani come se fosse normale. Hai annuito di fronte a Perel, hai trovato Bauman convincente, hai forse persino riconosciuto qualcosa di te nella coppia che ride sempre degli stessi codici ma non sa più mostrarsi vulnerabile. Ti sei sentito, se non proprio illuminato, almeno un po’ più consapevole degli altri. Forse hai già in mente qualcuno a cui mandare questo articolo — qualcuno che ne avrebbe bisogno più di te.
Fermati.

C’è una cosa che questo dossier ha lasciato volutamente per il giro di boa che conduce gradualmente alle conclusioni. È la domanda più scomoda, quella che la maggior parte dei testi sull’intimità evita con eleganza perché rischia di irritare proprio il lettore che fino a quel momento si era sentito dalla parte giusta. Ed è questa:
Quanto sei sicuro che la tua disinibizione sia autentica?
IL LIBERATO CHE NON SI È LIBERATO

C’è una figura che popola in maniera massiccia la modernità tardo-capitalista, e in particolare i suoi strati culturalmente avanzati — quelli che leggono saggistica, vanno in terapia, usano il termine vulnerability senza vergogna e non trovano imbarazzante parlare di sesso a cena. È la figura del liberato performativo.
Conosce tutte le parole giuste. Sa che il pudore è una costruzione storica — l’ha appena letto. Sa che il corpo non dovrebbe essere fonte di vergogna. Sa che l’intimità richiede vulnerabilità, che il desiderio ha bisogno di distanza, che la complicità senza intimità è una prigione elegante. Ha fatto un percorso, forse anche in senso letterale: terapia, meditazione, magari un ritiro. Si sente diverso da quei borghesi repressi di cui parla Foucault.
Poi però — nel momento concreto, nel letto, davanti allo specchio, nell’istante in cui si tratta di mostrarsi davvero — qualcosa si stringe. Non lo ammette facilmente, nemmeno a se stesso. Perché ammetterlo significherebbe che tutto il percorso, tutte le letture, tutta la consapevolezza acquisita non sono bastati ad attraversare quella soglia specifica.
Risultato: trasforma la propria inibizione residua in discorso. Parla di intimità invece di viverla. Teorizza la vulnerabilità invece di praticarla. Ed è — questa è la parte crudele — spesso più rigido di quella persona silenziosa e “convenzionale” che non legge Perel ma si mostra al proprio partner con una semplicità disarmante, senza teorie a coprire il tremore. La disinibizione di facciata è, a suo modo, una forma di pudore più sofisticata. Parla di tutto tranne che di sé. Usa il generale per non arrivare mai al particolare.
IL PROBLEMA DELLA LINEARITÀ

Il secondo equivoco riguarda l’assunto implicito con cui abbiamo attraversato tutto questo dossier: che l’intimità sia un continuum misurabile, un termometro su cui si sale o si scende, una quantità che si può aumentare con le pratiche giuste e la consapevolezza adeguata.
Le cose non stanno così. L’intimità non è lineare. Non è uguale per tutti. Non ha la stessa forma in corpi diversi, in storie diverse, in neurologie diverse.
Ci sono persone per cui la nudità fisica è assolutamente irrilevante — si spogliano davanti a chiunque senza pensarci — ma che si paralizzano di fronte a una domanda emotivamente diretta. Ci sono persone che piangono con facilità disarmante ma non riescono a farsi toccare senza irrigidirsi. Ci sono persone profondamente traumatizzate che hanno sviluppato una libertà corporale genuina come atto di riappropriazione, e altre che hanno trasformato la promiscuità in una strategia di evitamento dell’intimità reale — il corpo usato come distanza, non come avvicinamento. Dall’esterno, e talvolta dall’interno, le due cose si assomigliano abbastanza da essere confuse.
Aggiungici le differenze neurologiche: i profili autistici, per esempio, hanno spesso con la nudità e il contatto fisico relazioni completamente non standard rispetto al modello romantico-terapeutico che questo dossier ha implicitamente assunto come riferimento. Non per blocco psicologico, non per trauma, non per deficit di consapevolezza — semplicemente perché il sistema nervoso funziona diversamente, e ciò che per una neurologia tipica è “naturalmente” intimo, per un’altra è sovraccarico sensoriale o indifferenza autentica.
Esiste, in altre parole, una normatività nascosta nel discorso sull’intimità. Anche quello critico. Anche questo.
LA TRAPPOLA DELLO SPECCHIO PULITO

C’è un ultimo cortocircuito, il più ironico di tutti. Questo dossier — come ogni testo che pretenda di smontare le illusioni collettive sull’intimità — corre il rischio di diventare esso stesso uno strumento di pressione normativa. La pressione a essere autenticamente vulnerabili. A praticare correttamente l’intimità. A non essere tra quelli che si nascondono dietro la complicità. A capire davvero, finalmente.
È la trappola dello specchio pulito: più ci si guarda con lucidità critica, più si rischia di valutare se stessi secondo uno standard di purezza che è semplicemente il vecchio moralismo con un vocabolario aggiornato. Prima si era repressi perché la Chiesa lo imponeva. Poi perché la borghesia lo esigeva. Oggi si è falliti se non si riesce a essere pienamente presenti, autenticamente connessi, vulnerabili con coraggio.
Brené Brown è meno dogmatica di Pio XII, ma la struttura logica — esiste un modo giusto di vivere la propria vita intima, e la mancanza di quel modo è una forma di difetto — è strutturalmente analoga.
Il dubbio metodico che ci piace praticare qui non si ferma agli altri: si rivolge anche agli strumenti con cui gli altri vengono smontati. Incluso questo testo. Incluso chiunque legga e si senta, in questo momento, un po’ più consapevole degli altri.
ALLORA COSA RESTA?

Resta la domanda, che è l’unica cosa onesta con cui chiudere.
Non: sei abbastanza intimo con il tuo partner? Non: stai praticando correttamente la vulnerabilità? Non nemmeno: hai capito finalmente perché le coppie si rompono?
Ma: chi sei, concretamente, in questo corpo specifico, con questa storia specifica, accanto a questa persona specifica — e cosa significa intimità per te, non per il modello?
La risposta non è in questo dossier. Non è in Perel né in Bauman né in Merleau-Ponty. È nella singola sequenza di dettagli concreti e irripetibili che compongono la tua relazione: il modo in cui stai quando sei a disagio, cosa succede nel tuo corpo quando ti senti visto davvero, se la risata che fai con il tuo partner nasce dal copione o dall’improvvisazione.
Nessun fact checker, nemmeno interiore, ha le mani pulite.
Nemmeno quello che in questo momento si sente finalmente lucido.

Continua con: Episodio VIII — Il corpo che si ritira: fenomenologia di una scissione contemporanea
Il Franti — Tracce della metamorfosi / ilfranti.it.
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