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L’intimità: storia di un malinteso millenario — Capitolo X
Il corpo che sa di essere corpo: verso il compimento di un disegno
Estratto
Dai bagni pubblici medievali a OnlyFans, dallo sguardo clinico all’anestesia estetica, dalla carezza di Levinas ai corpi docili di Foucault: tutto il percorso porta a un’unica scoperta. Il corpo umano è l’unico luogo dove non si riesce a mentire fino in fondo. Questo episodio funziona come chiusura autonoma per chi ha seguito l’intera serie, ma può anche essere letto come testo indipendente da chi arriva alla serie per la prima volta, purché il sommario degli episodi precedenti sia visibile nella sidebar o in un box di contestualizzazione..
C’è un momento, nei migliori romanzi, in cui il lettore si accorge che tutti i fili della trama stavano andando nella stessa direzione da molto prima che lui lo capisse. Non c’è un colpo di scena: c’è qualcosa di più silenzioso e più definitivo. La sensazione che ciò che sembrava dispersivo fosse in realtà convergente. Che il libro sapesse dove stava andando anche quando il lettore non lo sapeva ancora.

Questa serie ha attraversato undici episodi, secoli di storia, decine di voci. Ha visitato i bagni pubblici medievali di Parigi dove uomini e donne si lavavano insieme senza vergogna, il lever du roi di Luigi XIV dove vestirsi era un rito politico, le novelle di Boccaccio dove il sesso era potere e ironia, i trattati di Erasmo e Della Casa dove il corpo cominciava a diventare segreto. Ha letto Giddens sulla relazione pura, Bauman sull’amore liquido, Illouz sul capitalismo emotivo, Perel sul fuoco che ha bisogno di aria. Ha inseguito Foucault attraverso tre volumi e due secoli di storia della sessualità, ha ascoltato Levinas descrivere la carezza che non sa cosa cerca, ha seguito Milgram nei suoi esperimenti sull’obbedienza e Drew Leder nella fenomenologia del corpo che scompare. Ha guardato il medico che non tocca più il paziente, la persona che si consegna al chirurgo sotto anestesia dopo anni di vergogna allo specchio, l’utente che fa sesso in webcam con sconosciuti e non riesce a stare nuda davanti al partner.
Adesso è il momento in cui il disegno si rivela.

Tutto il percorso era una domanda sola
Se si guarda indietro all’intera serie come a una struttura, ci si accorge che ogni episodio ha esplorato una versione diversa della stessa domanda fondamentale: cosa significa essere un corpo che sa di essere un corpo?
Gli animali hanno corpi. Le pietre hanno corpi. Ma solo l’essere umano abita un corpo e allo stesso tempo se ne osserva dall’esterno — ciò che Plessner chiamava posizionalità eccentrica e che genera l’intera storia della civiltà come tentativo di gestire questa condizione insopportabile. Il processo di civilizzazione descritto da Elias non è altro che la progressiva codificazione delle regole con cui questa doppia natura viene tenuta sotto controllo: dove mettere il corpo, quando mostrarlo, quando nasconderlo, a chi appartiene e a chi no.
La vergogna non è arrivata dall’esterno come un’imposizione culturale arbitraria. È emersa dall’interno, come l’effetto necessario di una coscienza che si guarda esistere. Prima del Medioevo, il corpo era aperto e comunitario non perché gli uomini fossero più liberi, ma perché la coscienza individuale di quel corpo — la capacità di osservarsi dall’esterno con l’occhio dell’altro — era meno sviluppata, o meno centrale all’identità. Via via che la soggettività individuale si è consolidata storicamente, il corpo è diventato più privato: non perché qualcuno lo abbia imposto, ma perché ogni aumento di coscienza di sé aumenta proporzionalmente la superficie esposta allo sguardo interno.
Il pudore è, in questo senso, l’indicatore più preciso dello sviluppo della soggettività. Non è un difetto da correggere né una conquista da celebrare: è la traccia fenomenologica del fatto che qualcuno abita quel corpo dall’interno.

Il corpo come campo di battaglia
Tutta la storia successiva — dalla rivoluzione borghese dell’intimità al capitalismo emotivo, dalla sessualità come prestazione alla telemedicina, dai corpi docili all’avatar digitale — può essere letta come il tentativo, sempre rinnovato e sempre parzialmente fallimentare, di risolvere la tensione tra il corpo come soggetto e il corpo come oggetto.
Ogni soluzione storica ha privilegiato uno dei due poli. La tradizione cristiana ha tentato di negare il corpo come oggetto desiderante per salvare il soggetto spirituale. La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta ha tentato di liberare il corpo come oggetto di piacere dall’oppressione del soggetto morale. La chirurgia estetica tenta di far coincidere il corpo-come-appare con il corpo-come-si-vorrebbe-essere. La pornografia risolve la tensione sopprimendo il soggetto: non c’è nessun io presente nell’atto, dunque non c’è tensione. La telemedicina risolve la tensione sopprimendo il corpo: non c’è carne nella stanza, dunque non c’è disagio.
Nessuna di queste soluzioni regge. Non perché siano moralmente insufficienti, ma perché aggrediscono il sintomo invece di abitare la condizione. La tensione tra soggetto e oggetto non è un problema da risolvere: è la struttura dell’esistenza corporea umana. Non si può essere pienamente soggetti ignorando il corpo, né pienamente liberi riducendosi a corpo. Siamo entrambe le cose simultaneamente, e questa simultaneità è esattamente ciò che Merleau-Ponty chiamava il mistero del corpo vissuto: non si ha un corpo come si possiede un oggetto, né si è un corpo come lo è un sasso. Si abita un corpo — e l’abitare implica sempre una negoziazione permanente tra l’interno e l’esterno, tra ciò che si è e ciò che si appare.

Il grande disegno: il corpo come soglia
Il disegno che emerge da tutti questi episodi ha una forma precisa. Il corpo umano non è uno strumento che la coscienza usa per muoversi nel mondo, né una prigione in cui la coscienza è intrappolata. È una soglia — nel senso preciso che Agamben dà a questa parola: un confine che separa e al tempo stesso connette, che tiene insieme ciò che divide.
Il corpo è la soglia tra il sé e l’altro. Tra il privato e il pubblico. Tra il soggetto e l’oggetto. Tra il visibile e l’invisibile. Tra ciò che si sa e ciò che si mostra. Tra il linguaggio e il silenzio — perché, come scriveva Barthes, «ciò che nascondo con il mio linguaggio, il mio corpo lo pronuncia».
Ogni atto di intimità autentica è un attraversamento di questa soglia. Non la sua abolizione — non la fusione totale, non la trasparenza completa — ma il coraggio di stare sulla soglia stessa, in quel punto di esposizione in cui si è visibili senza essere completamente definibili, presenti senza essere completamente possedibili. È ciò che Levinas chiamava la vulnerabilità dell’amore: «amare è temere per un altro, venire in soccorso della sua fragilità». Non la forza dell’unione, ma la tenerezza dell’esposizione reciproca.
Il fatto che questa soglia sia diventata sempre più difficile da attraversare nella contemporaneità non è un caso. È l’effetto prevedibile di una civiltà che ha sviluppato strumenti straordinariamente sofisticati per evitarla: la distanza tecnica della clinica, l’anonimato del sesso digitale, la dissociazione dell’anestesia, lo stato agentico dell’obbedienza istituzionale. Ogni strumento risolve il problema del corpo come soglia rimuovendo uno dei due poli — o eliminando il soggetto (pornografia, obbedienza militare) o eliminando il corpo (telemedicina, relazioni virtuali). Ciò che nessuno strumento riesce a fare è stare sulla soglia stessa.

Il compimento
La parola compimento — quella che ha ispirato questo episodio finale — ha in italiano un’ambiguità feconda. Significa conclusione, realizzazione, ma anche adempimento: qualcosa che si porta a termine, che raggiunge la propria forma. Il compimento di qualcosa non è la sua fine: è il momento in cui la sua natura si rivela pienamente.
Qual è il compimento del corpo umano?
Non è la perfezione estetica, che la chirurgia insegue e non raggiunge mai definitivamente. Non è la salute ottimale, che la medicina persegue e la statistica normalizza. Non è la performance sessuale, che la cultura contemporanea misura e trova sempre deficitaria. Non è nemmeno la pura spiritualità, che ha sempre tentato di trascendere il corpo e non ci è mai riuscita del tutto.
Il compimento del corpo umano è essere visti. Non nel senso narcisistico dell’essere ammirati o riconosciuti. Nel senso fenomenologico, levinasiano, irriducibile: essere visti da un Altro che ci incontra come soggetti, non come oggetti. Essere toccati da una mano che non sa dove sta andando — la carezza di Levinas, appunto, che «non sa cosa cerca». Essere presenti in un corpo che viene abitato davanti a un altro corpo che lo accoglie.
Tutto il percorso di questa serie — dall’Elias della vergogna al Foucault del dispositivo, dalla Perel del desiderio al Han dell’alterità erosa, dal Milgram dell’obbedienza al Leder del corpo assente — converge su questo punto: l’intimità non è una tecnica da apprendere, né un diritto da rivendicare, né un protocollo da seguire. È il gesto, sempre imperfetto e sempre necessario, di portare se stessi — il proprio corpo specifico, con la propria storia specifica, con la propria vergogna e la propria goffaggine specifiche — fino alla soglia e di rimanere lì, visibili, senza fuggire nell’anonimato né dissolversi nella fusione.
Il corpo umano si compie quando smette di essere un problema da risolvere e diventa il luogo in cui due soggetti si incontrano nella propria reciproca fragilità.

Quello che il corpo sa
C’è un’ultima cosa che questa serie ha cercato di mostrare, e che solo adesso, in questo episodio finale, si può dire con la chiarezza che merita.
Il corpo non mente. Questa affermazione, che sembra banale, è in realtà la più radicale di tutte. In un’epoca di comunicazione infinita, di linguaggi terapeutici raffinati, di narrative identitarie costruite con precisione su ogni piattaforma, il corpo rimane l’unico luogo in cui la verità non si riesce a controllare del tutto. Si può dire di essere aperti e irrigidirsi al contatto. Si può affermare di desiderare e tirarsi indietro al momento dell’esposizione. Si può teorizzare la vulnerabilità e non riuscire a stare nudi davanti a chi si ama.
Il corpo sa queste cose prima che la mente le ammetta. Sa quando una relazione si è raffreddata: lo dice con la distanza che installa nel letto, con il contatto diventato funzionale invece che presente. Sa quando un’istituzione sta trattando la persona come un numero: lo dice con l’ansia che precede la visita, con il sollievo sproporzionato di essere stati finalmente toccati e visti. Sa quando l’obbedienza sta costando qualcosa: lo dice con la tensione che Milgram osservava anche nei soggetti che continuavano a premere il pulsante.
Tutta la storia che abbiamo raccontato in questi undici episodi è, in fondo, la storia di questa sapienza corporea e dei tentativi, storicamente variabili e sempre incompleti, di ignorarla, controllarla, trascenderla o semplicemente sopportarla. La storia della civiltà è la storia di un negoziato permanente tra il corpo che sa e la coscienza che vorrebbe sapere di più, o di meno, o di diverso.
Il corpo non cede. Porta la propria verità fino alla fine — fino all’intimità autentica o fino alla morte, spesso attraverso entrambe.
E forse è proprio questo — questa resistenza irriducibile del corpo a essere completamente ridotto a ciò che vogliamo che sia — la forma più precisa della dignità umana.

Fine della serie «L’intimità: storia di un malinteso millenario»
Il Franti — Tracce della metamorfosi / ilfranti.it
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