L’INTIMITÀ CAPITOLO VIII
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C’è una persona — magari la conosci, magari sei tu — che non riesce a stare in mutande davanti al partner da dieci anni, ma non ha nessun problema a fare sesso in webcam con uno sconosciuto. Che trema all’idea di essere vista senza filtri dal proprio medico di famiglia, ma si è consegnata senza battere ciglio a un chirurgo estetico per un intervento sotto anestesia generale. Che evita il contatto fisico spontaneo in un rapporto intimo ma scorreva Tinder con la stessa disinvoltura con cui si sfoglia un catalogo.
Questa persona non è contraddittoria. Anzi, è perfettamente coerente — ma con una logica che quasi nessun discorso sull’intimità si prende la briga di esplicitare, preferendo parlare di repressione, trauma o semplice imbarazzo. La logica è questa: il problema non è il corpo esposto, ma la presenza dell’io durante l’esposizione. Quando l’io si ritira, il corpo si offre liberamente a qualunque atto. Quando l’io è presente e sa che l’Altro lo vede come soggetto, il corpo si chiude come un’ostrica.
Per capire come funziona questa scissione, è necessario fare un breve excursus in un territorio che la psicologia popolare non frequenta volentieri: la fenomenologia del corpo. Non per il gusto dell’astrazione, ma perché certi filosofi del Novecento hanno descritto con precisione chirurgica qualcosa che continuiamo a non riuscire a nominare.
Il corpo che scompare — e quello che non scompare abbastanza
Nel 1990 il filosofo americano Drew Leder pubblica un libro sottile e poco noto fuori dagli ambienti accademici, The Absent Body, che parte da un’osservazione apparentemente banale: nella vita quotidiana, il corpo tende a scomparire dalla nostra coscienza. Non vediamo i nostri occhi mentre vediamo. Non sentiamo le dita che battono sulla tastiera mentre scriviamo. Non siamo consapevoli del respiro mentre parliamo. Il corpo funziona meglio quando non ci pensiamo — è uno sfondo silenzioso che permette all’attenzione di orientarsi verso il mondo.
Leder chiama questo fenomeno focal disappearance: l’organo che percepiamo scompare dall’atto percettivo stesso. Ma c’è un secondo tipo di sparizione ancora più profonda, che Leder chiama background disappearance: i processi viscerali — digestione, battito cardiaco, circolazione — operano costantemente al di sotto della soglia della coscienza in quelli che Leder descrive come «i ritmi anonimi del corpo». Il cuore batte senza che lo si comandi. Il corpo, in questo senso, è fondamentalmente anonimo rispetto al sé.
Il corpo torna alla coscienza, con prepotenza, solo quando qualcosa si rompe: il dolore, la malattia, l’imbarazzo. Leder chiama questo fenomeno dys-appearance — il corpo che ri-appare come problema. E c’è una forma specifica di dys-appearance che lo interessa: la social dys-appearance. Lo sguardo dell’altro, il giudizio sociale, l’attenzione focalizzata ci forzano a vedere il nostro corpo dall’esterno, a farlo oggetto invece che sfondo. Il corpo diventa improvvisamente, insopportabilmente visibile a se stesso.
Ora: la tesi di Leder descrive il corpo che scompare dal sé. La scissione contemporanea di cui stiamo parlando è l’inverso esatto — il sé che scompare dal corpo. Nei contesti anonimi (sesso occasionale, pornografia, interfacce digitali), il sé si ritira consapevolmente o inconsciamente, e il corpo resta presente, funzionante, disponibile — un corpo senza soggetto. Nei contesti intimi con un Altro conosciuto, il sé è forzatamente, dolorosamente presente, e il corpo diventa insopportabilmente visibile perché qualcuno di specifico lo sta vedendo.
Lo sguardo che trasforma
Sartre, nell’Essere e il Nulla (1943), descrive una scena all’apparenza banale: stai guardando dal buco della serratura. In quel momento sei puro sguardo — non ti pensi, non ti vedi, sei completamente dissolto nell’atto del guardare. Poi senti dei passi. Qualcuno potrebbe starti guardando. In quell’istante tutto cambia: non sei più puro sguardo ma qualcuno che viene guardato. Il corpo torna alla coscienza come oggetto, come cosa esposta, come ciò che l’altro vede.
Sartre chiama questo il Regard — lo Sguardo dell’altro che mi oggettiva, che trasforma la mia libertà in una cosa definita, circoscritta, giudicabile. La vergogna è la rivelazione di questo processo: provo vergogna non di un’azione specifica, ma di essere quell’oggetto che l’altro guarda e giudica. La vergogna è la coscienza acuta di essere visti come un corpo specifico da una persona specifica.
Il punto decisivo per la nostra tesi è questo: nei contesti anonimi, lo Sguardo sartriano non opera. Il partner anonimo su un’app, lo sconosciuto in webcam, il pubblico generico di un profilo OnlyFans non costituiscono un vero Altro nel senso fenomenologico. Sono anch’essi figure anonime, intercambiabili, senza storia comune con me. Non mi conoscono come soggetto, non hanno una relazione con me che preceda o sopravviva all’atto. Non possono trasformarmi in un oggetto determinato perché non sanno chi sono. Il corpo si espone, ma il sé non è in gioco.
Nella relazione intima con un Altro conosciuto — il partner, il medico di famiglia che mi segue da anni — accade l’opposto. L’Altro mi vede come soggetto: conosce la mia storia, ha un’immagine di me che precede e sopravvive a quest’atto, giudicherà e ricorderà. Lo Sguardo è pienamente operativo. E il corpo, sotto quello sguardo specifico e personale, diventa insopportabilmente presente.

La posizione impossibile
Il filosofo tedesco Helmuth Plessner, in un’opera del 1928 quasi ignorata fuori dalla Germania fino agli anni Novanta, introduce un concetto che illumina un’altra dimensione del problema. L’essere umano, sostiene Plessner, è caratterizzato da quella che chiama posizionalità eccentrica: siamo simultaneamente dentro il nostro corpo (lo viviamo dall’interno) e fuori da esso (lo osserviamo, lo pensiamo, ne prendiamo distanza). L’animale è semplicemente centrico — vive il proprio corpo senza osservarlo. L’umano è fuori centro per natura, spettatore e attore di se stesso allo stesso tempo.
Questa condizione rende l’intimità strutturalmente difficile. Nell’intimità con un Altro che ci conosce, la posizionalità eccentrica si esaspera: mi vedo essere visto. Osservo il mio corpo che viene osservato. Entro in un regresso di autocoscienza che non si chiude mai del tutto. Il corpo diventa uno spazio di negoziazione tra ciò che sono dall’interno e ciò che appaio dall’esterno — e la discrepanza tra i due può essere insopportabile.
Nei contesti anonimi, la posizionalità eccentrica si sospende. Senza un vero Altro che mi conosce come soggetto, non c’è nessuno a cui devo rendere conto dell’immagine che proietto. Il corpo torna a essere semplicemente centrico, strumentale, pre-riflessivo. L’eccentricità, quella caratteristica umana per cui siamo sempre anche spettatori di noi stessi, si addormenta. Ci ritroviamo, paradossalmente, più liberi nel sesso con uno sconosciuto che nell’intimità con chi amiamo: perché con lo sconosciuto possiamo smettere, per un’ora, di essere eccentricamente posizionati fuori dal nostro corpo.
L’avatar e il sé che resta a guardare
Questa architettura spiega senza moralismi un fenomeno che la cronaca descrive con crescente frequenza ma che raramente viene analizzato in profondità: la dissociazione identitaria nelle piattaforme digitali. Ricercatori di Stanford come Nick Yee e Jeremy Bailenson hanno documentato quello che chiamano l’effetto Proteo: le persone a cui vengono assegnati avatar digitali attraenti diventano più sicure nelle interazioni sociali; quelle con avatar sessualizzati tendono a percepire successivamente il proprio corpo in modo più oggettivato.
Il meccanismo è rivelatorio. L’avatar è un corpo senza sé — o meglio, è un corpo in cui il sé ha scelto di non incarnarsi completamente. Il sex worker di OnlyFans che separa con cura il «corpo come prodotto» dalla propria vita privata non sta semplicemente proteggendo la privacy: sta esercitando una scissione precisa tra il corpo-che-si-mostra e il sé-che-osserva. È il meccanismo di Leder portato alla sua forma più consapevole: il corpo online come zona di focal disappearance del sé.
Lo psicologo John Suler ha chiamato questo processo immaginazione dissociativa: la persona tende a vedere il cyberspazio come uno spazio di gioco in cui le regole normali dell’interazione non si applicano. Non è il «vero sé» che emerge, come vorrebbe certa psicologia positiva di facile consumo — è, più precisamente, una costellazione diversa del sé che si attiva: quella in cui il corpo è disponibile perché l’io non assiste. Una persona inibita nella vita reale può essere esibizionista online non perché online sia «più se stessa», ma perché online il corpo è un avatar e l’io è rimasto al di qua dello schermo, a guardare.
Il pudore non è il problema
Se questa analisi è corretta, allora il pudore — nel senso di difficoltà a mostrarsi nel contesto dell’intimità consapevole — non è il sintomo di un difetto psicologico da correggere, né necessariamente la traccia di un trauma da elaborare. È il segnale che l’io è presente, sa che l’Altro è presente, e non ha ancora trovato il modo di abitare quella doppia presenza senza dissolversi o fuggire.
Non è, in questo senso, molto diverso dalla vertigine: non indica che le altezze siano pericolose, ma che il sistema vestibolare sta ricevendo informazioni che non sa integrare. Il problema non è la paura, ma l’assenza di un vocabolario corporeo per stare in quel posto specifico — il posto in cui si è soggetti e oggetti allo stesso tempo, dove l’eccentricità di Plessner non si può sospendere, dove lo sguardo di Sartre è pienamente operativo.
La soluzione, se esiste, non è la «disinibizione» — che spesso non è altro che un altro modo per far sparire l’io dall’atto. È qualcosa di più difficile e più raro: imparare a stare nel corpo mentre si è visti, senza fuggire nella performance né nel ritiro. Abitare il corpo, per dirla con Merleau-Ponty, invece di averlo. Rimanere presenti nell’atto invece di delegarlo a un avatar, a un ruolo, a un’anestesia.
Che sia più facile a dirsi che a farsi è, a questo punto della serie, quasi superfluo precisarlo.
Continua con: Episodio IX — Lo sguardo che scompare: il corpo del paziente dalla clinica alla telemedicina
Il Franti — Tracce della metamorfosi / ilfranti.it
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