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Cover Stories - Temi di riflessione

La mente arrivata dopo i fatti

Il gruppo Telegram nasce il giorno dopo gli scontri, il fermo serve “a evitare che lanciasse appelli”, la gip lo libera dopo quattro giorni e la premier sbaglia la cronologia in diretta. Il caso Siher letto senza tifare per nessuno: né per il governo che cerca un volto alla rabbia, né per chi vede in ogni forzatura l’alba di una dittatura. Resta la domanda vera: dove finisce la critica feroce e dove comincia l’istigazione?

Il caso Siher, una giudice, una premier e il confine sottile tra le parole che criticano il potere e quelle che armano le mani

Nella lunga e fantasiosa storia giudiziaria italiana si è visto quasi tutto, ma raramente si era vista la “mente” di una rivolta nascere il giorno dopo la rivolta. Il gruppo Telegram “Movimento 17 ottobre” viene creato alle 19:58 del 18 ottobre 2026, quando le vetrine di via Torino a Milano sono già in frantumi da ventiquattr’ore e le immagini degli scontri girano su tutti i telefoni del paese. Il suo amministratore, Youssef Siher, trent’anni, ricercatore cresciuto nel Bresciano, nato in Italia da famiglia di origine egiziana, viene fermato sabato 24 ottobre con un capo d’accusa da romanzo d’azione: istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso di strumenti informatici, più il nuovissimo reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, introdotto per decreto il 20 ottobre ed entrato in vigore tre giorni dopo, cioè il giorno prima del fermo. Il 28 ottobre la giudice per le indagini preliminari Tiziana Landoni non convalida il fermo, respinge la richiesta di custodia in carcere e lo rimanda a casa senza alcuna misura alternativa. Totale: quattro giorni a San Vittore, una premier furiosa, una giudice minacciata di morte e un paese diviso in due tifoserie che, come sempre, hanno già deciso tutto prima di leggere.

Proviamo a fare il contrario: leggere prima, tifare mai.

Quello che in piazza è successo davvero

Cominciamo da ciò che nessuno dovrebbe poter negare, nemmeno chi oggi grida alla repressione. Le devastazioni del 17 e 18 ottobre ci sono state, e non sono un’invenzione del Viminale. Sabato, durante il corteo “Italia in piazza” contro il carovita, convocato in gran parte su TikTok da studenti, gruppi incappucciati hanno saccheggiato il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele, sfondato vetrine, incendiato cassonetti, lanciato sassi e bombe carta contro gli agenti. Domenica il copione si è ripetuto con meno corteo e più saccheggio: il Carrefour di via Torino svuotato di cibo e alcolici, il Decathlon di piazza Castello ripulito di scarpe e biciclette, le pensiline del tram ridotte a coriandoli. La polizia ha fermato settantadue persone il sabato e oltre duecento la domenica, e secondo la stessa questura circa otto su dieci erano minorenni, italiani e di seconda generazione, in buona parte arrivati da fuori città.

C’è un dettaglio delle ricostruzioni più accurate che vale più di cento editoriali: quei ragazzi agivano in modo spontaneo, confuso, senza coordinamento, e non appartenevano a collettivi, centri sociali o organizzazioni riconoscibili. L’organizzatrice del corteo si è dissociata, accusando gruppi antagonisti di aver preso il controllo della piazza. È il primo paradosso di questa storia, e forse il più inquietante per qualsiasi apparato di sicurezza: una devastazione senza regista. Perché un regista lo si può arrestare; un umore collettivo, fatto di prezzi della benzina, scuole senza riscaldamento e adolescenti che si danno appuntamento con un video da quindici secondi, no. E quando non c’è una testa da tagliare, la tentazione di trovarne una è antica quanto le questure.

Il cervello cercato

La testa, in questo caso, è quella di Siher. Non perché abbia organizzato il 17 e il 18, cosa che la cronologia esclude, ma perché subito dopo ha provato a trasformare la rabbia di quei giorni in una mobilitazione permanente, con proteste ogni sabato in più città a partire dal 24 ottobre. In pochi giorni il suo canale raccoglie migliaia di adesioni. E i suoi messaggi non sono esattamente lettere al direttore: in uno scrive che Meloni dichiara guerra al futuro del paese e che loro, in risposta, dichiarano guerra a “questo presente infame”.

Sarebbe disonesto, e il nostro mestiere non è fare l’avvocato d’ufficio di nessuno, liquidare gli elementi raccolti dalla procura come fantasie poliziesche. Ci sono cose concrete. Siher aveva pubblicato alcune pagine di una “guida pratica” intitolataRivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirata al manuale della rivolta egiziana del 2011. Il giorno prima delle proteste del 24, gli amministratori avevano annunciato che le piazze già indicate erano annullate e che i nuovi punti di ritrovo sarebbero stati comunicati solo mezz’ora prima, con lo scopo dichiarato di impedire alla polizia di predisporre i cordoni. Sul suo computer c’erano messaggi già programmati per l’invio con i concentramenti nelle varie città. Nel gruppo, alcuni utenti inneggiavano ad attacchi contro banche ed edifici pubblici. E la versione integrale di quel vademecum, rimasta nel suo pc e mai pubblicata, conteneva davvero istruzioni su come affrontare lo scontro con le forze dell’ordine.

Chi conserva nel cassetto la versione senza censure e pubblica quella ripulita è un uomo prudente, un uomo furbo, oppure entrambe le cose. Ma il diritto penale di una democrazia, almeno sulla carta, punisce ciò che si dice e si fa in pubblico, non ciò che si tiene nel cassetto. Ed è esattamente qui che la storia smette di essere cronaca e diventa una domanda sul tipo di paese in cui vogliamo vivere.

Che cosa ha scritto la giudice

L’ordinanza di Tiziana Landoni è lunga trentasette pagine, e chi l’ha letta per intero, come la redazione diPagella Politica, ne restituisce un ragionamento molto meno ideologico di quanto lascino credere tanto i suoi detrattori quanto i suoi improvvisati fan. La giudice risponde a due domande distinte, perché distinte le pone la legge.

La prima riguarda il fermo, che il pubblico ministero può disporre senza attendere un giudice solo se esiste un fondato pericolo di fuga. La procura lo vedeva nel fatto che Siher non fosse a casa quando la polizia lo cercava. La giudice osserva che si trovava a Milano con la moglie e la figlia, che i familiari avevano fornito spontaneamente agli agenti numero di telefono, modello e targa dell’auto, che è nato in Italia, vive e lavora qui, e non risultano spostamenti abituali all’estero. Quanto al rifiuto di consegnare il codice di sblocco del telefono, è un diritto che esercitano abitualmente anche i manager indagati, senza che nessuno li consideri per questo latitanti in pectore. Nemmeno le sue relazioni con associazioni, sindacati e movimenti, attività di per sé lecite, possono diventare un indizio di fuga. Fin qui siamo alla procedura, e la procedura dice che il fermo non stava in piedi.

La seconda domanda è più interessante, perché riguarda le parole. L’istigazione a delinquere è punita dall’articolo 414 del codice penale, una norma che porta la data del 1930 e la firma del ministro Rocco, e che la Repubblica ha addomesticato nel tempo grazie alla Corte costituzionale: perché il reato esista non basta che le parole siano aggressive o le posizioni radicali, bisogna che siano concretamente idonee a spingere qualcuno a commettere reati determinati. La giudice applica questo criterio e conclude che dichiarare guerra al “presente infame” è critica politica aspra, non un’istruzione operativa; che Siher non ha mai sostenuto gli utenti che invocavano i saccheggi; che le quattro pagine del manuale effettivamente pubblicate parlavano di organizzazione della protesta e di protezione dei manifestanti, con tanto di invito a restare fermi e calmi davanti ai lacrimogeni. Riconosce che cambiare le piazze all’ultimo serviva a complicare la vita alla polizia, ma osserva che complicare la vita alla polizia non equivale a organizzare la violenza. E l’aggravante di terrorismo, che presuppone condotte capaci di arrecare un grave danno al paese o di intimidire la popolazione, viene smontata con una formula che pare scritta per irritare tutti: Siher si sarebbe limitato a promuovere una mobilitazione collettiva “consapevole” contro le politiche del governo.

Scarcerazione, sia chiaro, non significa assoluzione. Siher resta indagato insieme alla moglie, le indagini proseguono e la procura può impugnare. Ma il punto, per ora, è che un giudice terzo ha guardato le carte e ha detto che le carte non bastavano.

Il ministro che disse la cosa vera

Il passaggio più rivelatore dell’intera vicenda non sta nell’ordinanza, né nelle requisitorie dei commentatori, ma in una frase pronunciata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi due giorni dopo il fermo, in uno studio televisivo della Rai. L’ultimo decreto sicurezza, ha spiegato, è servito a fermare Siher evitando che potesse continuare a lanciare appelli.

Rileggiamola con calma. Il fermo, per legge, si giustifica con il pericolo di fuga. Il ministro dice che lo scopo era un altro: impedire a un cittadino di convocare manifestazioni. È la differenza tra una porta d’emergenza e un bavaglio, ed è difficile immaginare un’ammissione più candida. Qui la riflessione dell’avvocato Iacopo Benevieri, che da anni studia il linguaggio dentro il processo penale, trova il suo esempio perfetto: in pochi giorni un’interpretazione delle parole è diventata una prognosi criminale, e la prognosi ha prodotto una privazione effettiva della libertà prima che un giudice potesse verificarne i presupposti. Non si è punito un reato: si è prevenuto un discorso.

Nella stessa intervista Piantedosi ha aggiunto che Siher era esponente di un’associazione vicina, a suo dire, ai Fratelli musulmani, precisando con eleganza che se questo produrrà effetti giudiziari lo stabiliranno i giudici. È una tecnica retorica che il lettore riconoscerà: si lancia il sasso in prima serata e si lascia ai magistrati il compito di raccoglierlo, se ci riescono, in qualche aula semivuota mesi dopo. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, dal canto suo, ha osservato che quando le proteste esplodono contemporaneamente in Francia, Spagna, Albania e Italia nasce il sospetto di un’organizzazione non spontanea, guardandosi bene dall’attribuirla a uno Stato e lasciando aperta l’ipotesi della criminalità organizzata. Il complotto, come si vede, non è un monopolio dei canali Telegram: c’è anche quello in giacca e cravatta, con la differenza che dispone delle volanti.

E c’è un ultimo paradosso, quasi comico, che smonta la teoria della testa unica meglio di qualsiasi arringa. Dopo l’arresto di Siher, il 24 ottobre, il Movimento 17 ottobre non ha diffuso alcuna indicazione. Le manifestazioni si sono formate comunque, spontaneamente, a Roma, Bologna, Firenze, Torino, con scontri veri in alcune città e un’incursione nell’area del Colosseo. O la mente non serviva, o le menti erano altre. In entrambi i casi, averla rinchiusa non ha spento nulla.

La premier, la giudice e il video sbagliato

Il 28 ottobre, poche ore dopo la scarcerazione, Giorgia Meloni pubblica un video in cui definisce “vergognosa” la decisione, parla di mortificazione insopportabile del lavoro delle forze dell’ordine e descrive Siher come il gestore della pagina che aveva incitato le manifestazioni poi sfociate nelle devastazioni. Peccato che, come le fa notare in conferenza stampa un giornalista diRepubblica, quella pagina sia nata dopo le devastazioni. La presidente del Consiglio ammette l’errore, ma accusa il cronista di voler difendere l’indagato: il messaggero, come da tradizione, è sempre il primo a essere processato.

Da lì la consueta escalation. Il Tribunale di Milano definisce le critiche “irricevibili” e parla di scarsa conoscenza dello Stato di diritto da parte di esponenti istituzionali. L’Associazione nazionale magistrati denuncia un esercizio di intimidazione ormai abituale, un gruppo di consiglieri del Csm chiede una pratica a tutela. Nordio si dice sorpreso dalla decisione, esclude di mandare ispettori, trova improprio che i giudici si lamentino delle critiche e prevede che la procura impugnerà, mentre negli stessi giorni dalla procura filtra l’ipotesi opposta, cioè la rinuncia al ricorso al Riesame. Nel frattempo la giudice riceve minacce di morte, al punto che il presidente del Tribunale Fabio Roia scrive al prefetto e al questore chiedendo di valutare una protezione.

In mezzo a tutto questo, una chicca che meriterebbe un trattato di logica. Una parte della destra ha attaccato la giudice per aver firmato in passato un appello di giuristi su Gaza, quasi a suggerire una sintonia tra toghe e sovversivi. Secondo quanto ricostruito da Radio Popolare, lo stesso appello era stato firmato anche dalla pm che aveva chiesto il fermo. Se una firma basta a rendere un magistrato parziale, allora il medesimo pregiudizio ha arrestato e liberato lo stesso uomo nel giro di quattro giorni. Un capolavoro di efficienza.

E l’altra narrazione?

Fin qui il governo esce dalla vicenda piuttosto ammaccato. Ma chi scrive su una rivista che porta il nome del più antipatico dei personaggi di De Amicis, quello che ride quando tutti piangono, non può fermarsi a metà, perché anche il fronte opposto ha la sua mitologia da vendere.

Cinzia Sciuto, direttrice diMicroMega, legge il caso come un’interferenza nella fisiologica vita democratica del paese: l’intervento preventivo della procura avrebbe impedito a un cittadino di organizzare manifestazioni e di parteciparvi, creando nella società una pervasiva condizione di paura, e l’attacco frontale della premier alla giudice chiuderebbe il cerchio rivelando una torsione autoritaria in atto. Altri commentatori, a sinistra, si spingono oltre e parlano di visione orbaniana, di Costituzione ridotta a carta straccia.

Una parte di questa lettura regge, e regge bene: la logica preventiva è reale, l’ammissione di Piantedosi la certifica, e una presidente del Consiglio che attacca nominalmente un giudice per una singola ordinanza è un segnale da non archiviare con un’alzata di spalle. Un’altra parte, però, scricchiola. La “pervasiva condizione di paura” è una diagnosi che andrebbe misurata, e i fatti dei giorni successivi non la confermano granché: il 30 ottobre lo sciopero generale ha portato in piazza cortei in una cinquantina di città, molto partecipati, e a Napoli si sono visti manifestanti offrire cornetti e sfogliatelle ai poliziotti. Un regime che terrorizza tutti, ma in cui una gip libera l’accusato in quattro giorni, il Tribunale risponde alla premier rimproverandole in sostanza di non conoscere lo Stato di diritto, il Csm si mobilita e la stampa fa le pulci al video presidenziale, assomiglia più a una democrazia nervosa con gli anticorpi funzionanti che all’Ungheria. E c’è un’ironia sottile: definire “orbaniano” un governo sulla base delle parole dei suoi ministri è, a sua volta, una prognosi costruita sull’interpretazione delle parole. Proprio il meccanismo che si rimprovera alla procura.

“Torsione” è una parola onesta solo se la si usa per ciò che è, cioè una traiettoria e non uno stato compiuto. Gridare al lupo a ogni episodio ha un costo preciso: quando il lupo arriva davvero, nessuno alza più la testa.

Il confine, questo sconosciuto

Resta la domanda vera, quella che Benevieri pone come misura della maturità di una democrazia: saper distinguere il diritto di criticare il potere, anche in modo aspro e radicale, dall’istigazione a commettere reati. Non è una distinzione astratta, e nemmeno impossibile. Ha criteri piuttosto concreti: che cosa si chiede di fare, a chi, quando, con quali mezzi, con quale probabilità che accada davvero.

“Dichiariamo guerra a questo presente infame” è una metafora. Se le metafore belliche fossero reato, mezza classe dirigente sarebbe già alla sbarra: i governi dichiarano guerra all’evasione, all’inflazione, alla droga, ai trafficanti di uomini, e qualche anno fa la stessa Meloni promise di cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo, senza che nessuna procura ipotizzasse un’istigazione alla caccia all’uomo planetaria. “Domani alle tre portate i martelli davanti al negozio di scarpe” è un’altra cosa, e la differenza la capisce un bambino. Tra questi due estremi esiste una zona grigia, fatta di piazze cambiate all’ultimo, di vademecum ripuliti, di commenti violenti lasciati correre in un canale. È esattamente il territorio in cui serve un giudice che legga prima di chiudere una porta, e non dopo.

Il caso Siher, alla fine, non dice granché su chi sia davvero Youssef Siher, se un ingenuo idealista della “coscienza collettiva” o un agitatore abbastanza abile da tenere le frasi pericolose fuori dalla vetrina. Lo diranno, se ci riusciranno, le indagini. Dice molto di più su di noi: su uno Stato che, davanti a una rabbia senza volto, preferisce dare un volto alla rabbia; su un’opposizione culturale che, davanti a ogni forzatura, preferisce l’apocalisse alla precisione; e su un pubblico che legge i video al posto delle ordinanze.

Il compito per casa, quindi, è semplice e noioso come ogni cosa seria: diffidare di chi ha già la sentenza in tasca, da qualunque parte stia, e cercare le carte. Stavolta il giudice è arrivato dopo la porta, con quattro giorni di ritardo. Per alcuni è arrivato troppo presto, per altri troppo tardi. Forse è soltanto la misura esatta di quanto siamo diventati nervosi.


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