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Protagonisti - Interviste e biografie

Belzebù spiegato ai nipoti — Episodio 5

Guerre, arte, medicina, scuola, America e giornali osservati da un diavolo etnologo. La parte più satirica del libro di Gurdjieff, quella che invecchia meglio perché le istituzioni cambiano nome e le abitudini no.

La civiltà vista dall’astronave

Fin qui abbiamo seguito Belzebù nelle sue lezioni di cosmologia e di storia sacra. Ma buona parte del libro è dedicata a qualcosa di molto più terreno: la vita quotidiana degli uomini, le loro abitudini, le loro istituzioni, i loro rituali sociali. È la parte in cui il diavolo diventa etnologo e il libro si avvicina alla satira. Ed è anche la parte che invecchia meglio, perché le istituzioni cambiano nome ma le abitudini che le sorreggono restano ostinatamente le stesse.

La guerra come processo periodico

Il tema che Belzebù affronta con più insistenza è la guerra. Lo chiama, con una formula che è già un giudizio, il “processo periodico di distruzione reciproca”. Di tutte le stranezze terrestri è quella che più lo sconcerta: in nessun’altra parte dell’universo, dice al nipote, esseri a tre cervelli si uccidono tra loro in massa, a intervalli regolari, per ragioni che neppure loro sanno spiegare.

Perché lo fanno? Belzebù offre due livelli di risposta. Il primo è cosmico: in certi periodi il sistema solare attraversa fasi di tensione particolare, che il libro chiama Solioonensius, durante le quali gli esseri viventi sentono un’inquietudine profonda, un bisogno di cambiamento che in esseri normali porterebbe a un’intensificazione del lavoro interiore. Negli uomini, che hanno le conseguenze del Kundabuffer cristallizzate addosso, quella stessa inquietudine si trasforma in agitazione esteriore: rivolte, rivoluzioni, guerre.

Il secondo livello è psicologico, ed è il più convincente. Gli uomini fanno la guerra perché sono suggestionabili, perché si identificano con le bandiere, perché la vanità collettiva funziona come la vanità individuale, perché si lasciano convincere che l’altro sia il nemico. Nessuno decide davvero la guerra: essa accade, come accade un temporale. E gli uomini, scrive Gurdjieff con un’amarezza che chi ha visto due guerre mondiali poteva ben permettersi, non hanno mai neppure provato a capire perché succeda.

La parte più sorprendente del ragionamento è la conclusione. Belzebù arriva a concludere che sarebbe vano rivolgersi ai potenti per mettere fine alle guerre: le cause non stanno nelle decisioni di chi comanda, ma nella condizione di chi obbedisce. Finché gli uomini resteranno addormentati, nessun trattato di pace reggerà. La pace non è un problema diplomatico, è un problema di coscienza individuale moltiplicato per qualche miliardo. È un’idea scomoda per i pacifisti di professione e per i realisti della geopolitica, perché toglie a entrambi la consolazione di avere un colpevole preciso.

L’arte e il segreto perduto di Babilonia

Uno dei capitoli più lunghi e più strani del libro è dedicato all’arte. Belzebù racconta di aver assistito, nell’antica Babilonia, a un grande raduno di saggi provenienti da tutto il mondo conosciuto. Questi saggi, consapevoli che le conoscenze rischiavano di perdersi, decisero di affidarle alle arti: musica, danza, architettura, pittura, teatro. Le opere d’arte sarebbero diventate contenitori di sapere, codificati attraverso piccole irregolarità deliberate, inesattezze intenzionali che solo chi conosceva la chiave avrebbe potuto leggere. Il libro chiama questi veicoli di conoscenza legominismi.

Che cosa è successo, poi? Le generazioni successive hanno conservato le forme e dimenticato la chiave. L’arte è diventata decorazione, intrattenimento, esibizione del gusto e dell’abilità personale. Gli artisti, che dovevano essere custodi di conoscenza, sono diventati produttori di emozioni, e spesso di emozioni di bassa lega. Belzebù non risparmia frecciate all’arte moderna, che vede come un’esplosione di soggettività capricciosa, né ai critici, che chiama in sostanza degli interpreti di ciò che non capiscono.

Si può essere in disaccordo con il giudizio sull’arte moderna, e molti lo sono. Ma l’idea di fondo resta affascinante: che le grandi opere del passato contengano qualcosa di più della loro bellezza, e che quel qualcosa sia diventato invisibile non perché sia scomparso, ma perché abbiamo smesso di cercarlo. Le danze sacre che Gurdjieff insegnava, i famosi Movimenti, erano per lui proprio un tentativo di restituire alla danza la funzione di legominismo, di linguaggio del corpo carico di conoscenza.

Medicina, ipnosi e il mestiere di curare

Belzebù dedica un capitolo all’ipnotismo, che descrive come la scoperta casuale di una proprietà particolare della psiche umana: la possibilità di separare la coscienza dal resto dell’organismo. Ciò che lo interessa, però, non è la tecnica in sé. È il fatto che gli uomini comuni vivano già in uno stato simile all’ipnosi. L’ipnotizzatore non fa altro che sfruttare consapevolmente una suggestionabilità che il mondo sfrutta inconsapevolmente ogni giorno: la pubblicità, la propaganda, le mode, la pressione del gruppo.

Sulla medicina il libro è severo, a tratti ingiusto. Belzebù ride dei medici del suo tempo e delle loro ricette, delle teorie che si succedono, della facilità con cui i pazienti si affidano a chi parla con sicurezza. Da psicoterapeuti e lettori di oggi possiamo cogliere la parte utile, cioè la critica a una medicina che cura i sintomi senza guardare la persona, e lasciar cadere quella sbagliata, cioè la diffidenza generica verso la scienza che certi lettori di Gurdjieff hanno trasformato in un alibi per ogni sorta di stregoneria. Gurdjieff stesso, del resto, dopo l’incidente del 1924 non disdegnò le cure dei medici, salvo poi ostentare di essersi rimesso in piedi per forza propria.

L’educazione e la fabbrica degli adulti addormentati

Un tema che percorre tutto il libro è l’educazione dei figli, che Belzebù chiama con un termine suo, oskiano. È qui che, secondo lui, avviene la trasmissione delle conseguenze del Kundabuffer da una generazione all’altra. I bambini nascono con possibilità intatte. Gli adulti, con le migliori intenzioni, insegnano loro a mentire per educazione, a temere il giudizio altrui, a cercare l’approvazione, a ripetere le opinioni dei grandi, a reprimere ciò che sentono. Insegnano loro, in breve, a diventare come loro.

L’educazione occidentale, per Belzebù, sviluppa un solo cervello su tre: quello intellettuale, e per giunta nella forma più povera, la memorizzazione. Il corpo è abbandonato o allenato solo per la competizione, il sentimento è lasciato crescere selvaggio o represso. Ne escono adulti squilibrati, con una testa piena di nozioni, un corpo che non conoscono e un’emotività da bambini. Chiunque abbia assistito a una riunione di condominio può testimoniare che la diagnosi non era del tutto campata in aria.

L’America, la Russia e le parole in eccesso

Le ultime visite di Belzebù sulla Terra lo portano nel mondo moderno, e in particolare negli Stati Uniti, dove Gurdjieff era andato più volte a cercare allievi e finanziamenti. Il ritratto dell’America è comico e impietoso: Belzebù osserva le abitudini alimentari, la fretta, la passione per le conferenze, il gusto per il nuovo che invecchia in una stagione, il commercio applicato a tutto, la generosità ingenua mescolata a un materialismo senza complessi. È difficile non pensare che l’autore stia regolando qualche conto con i suoi ospiti americani, ma alcune pagine sembrano scritte stamattina.

La Russia compare soprattutto come il luogo della rivoluzione, cioè di un Solioonensius in pieno svolgimento: masse agitate da un’inquietudine che non capiscono, guidate da intellettuali alla Lentrohamsanin.

Sparsa in tutto il libro, poi, c’è una critica feroce al chiacchiericcio. Gli uomini, osserva Belzebù, parlano in continuazione, di tutto, senza sapere nulla. Hanno inventato i giornali per parlare anche quando non sono presenti, e una categoria di persone il cui mestiere è scrivere ogni giorno di cose che non conoscono. Il lettore di oggi, che riceve quotidianamente un torrente di opinioni non richieste su ogni argomento, può valutare da sé se la critica sia invecchiata o se abbia semplicemente trovato nuovi strumenti. E questo vale, naturalmente, anche per chi scrive su una rivista online.

Il Mullah Nassr Eddin come antidoto

Attraverso tutte queste pagine scorre come un filo la voce del Mullah Nassr Eddin, il saggio-buffone della tradizione turca e persiana, che Belzebù cita continuamente. I suoi detti sono assurdi, paradossali, spesso volgari in senso etimologico, cioè popolari. Servono a ridimensionare le pretese della ragione e a ricordare che la verità a volte parla meglio attraverso una battuta che attraverso un trattato. È la parte più leggera del libro, e anche quella che più tradisce il carattere del suo autore: un uomo che detestava la serietà pomposa almeno quanto detestava la superficialità.

Una diagnosi, non un programma

Se c’è un limite in queste pagine, è che Belzebù raramente propone soluzioni sociali. Non c’è un programma politico, non c’è un’utopia, non c’è una riforma dell’educazione o della sanità. Gurdjieff non crede che le istituzioni possano cambiare se non cambiano gli individui che le compongono, e non crede che gli individui possano cambiare in massa. Il cambiamento, se avviene, avviene uno alla volta.

È per questo che il libro, dopo aver smontato la civiltà pezzo per pezzo, torna sempre alla stessa domanda: e tu, lettore, che cosa fai? Nel prossimo episodio arriviamo finalmente alla risposta, cioè alla parte pratica dell’insegnamento: i corpi che l’uomo può costruire, i doveri dell’essere, il lavoro cosciente e la sofferenza intenzionale, e quel debito strano che ognuno di noi avrebbe contratto per il semplice fatto di esistere.


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