I messaggeri dall’alto e l’arte umana di rovinare tutto
Se l’umanità è un organismo che percepisce il mondo al rovescio, qualcuno, prima o poi, deve provare a raddrizzarla. Nel racconto di Belzebù le alte sfere non restano a guardare: a intervalli irregolari mandano sulla Terra degli esseri speciali, che il libro chiama Messaggeri o Inviati, con il compito di aiutare gli uomini a liberarsi dalle conseguenze del Kundabuffer. È una galleria di figure in parte note, in parte inventate o forse ricordate da fonti che nessuno ha mai individuato. Il destino di questi messaggeri è il vero argomento del capitolo: non che cosa hanno detto, ma che cosa ne hanno fatto gli uomini.
Il Buddha e il fraintendimento della sofferenza
Belzebù dedica pagine dense al Buddha, che chiama Saint Buddha, e lo tratta con grande rispetto. Il suo insegnamento autentico, nella versione del libro, riguardava la possibilità di liberarsi dalle proprietà del Kundabuffer attraverso una pratica che Gurdjieff chiama “sofferenza intenzionale”: sopportare consapevolmente le manifestazioni sgradevoli degli altri verso di sé, senza reagire, trasformando l’urto in energia di lavoro interiore.
Che cosa ne hanno fatto i seguaci, secondo Belzebù? Hanno preso la parola “sofferenza” e l’hanno trasformata in mortificazione. Si sono ritirati nelle grotte, hanno digiunato, si sono torturati, si sono isolati dagli altri. Cioè hanno fatto esattamente il contrario di ciò che il maestro indicava: la sofferenza intenzionale ha senso solo in mezzo agli altri, perché sono gli altri a fornire gli urti. Scappare dagli altri per soffrire da soli è come iscriversi in palestra e poi allenarsi a non sollevare pesi.
Il Buddha storico, ovviamente, aveva detto molte altre cose, e il buddhismo reale è un universo vastissimo che non si lascia ridurre a questo fraintendimento. Ma l’osservazione di Belzebù conserva una sua acutezza: le tradizioni tendono a conservare la forma esteriore della pratica, quella visibile e imitabile, perdendo il significato che la giustificava. Chiunque abbia visto una meditazione trasformata in tecnica di produttività aziendale sa di che cosa parla il diavolo.
Mosè, Gesù, Maometto
Anche gli altri grandi fondatori passano sotto gli occhi di Belzebù. Mosè è presentato come un saggio che aveva dato al suo popolo regole adatte a un’epoca, regole di igiene, di convivenza, di disciplina, poi pietrificate in comandamenti eterni e svuotate della loro ragione. Il caso più celebre, nel libro, riguarda le norme alimentari e sessuali: nate come misure di salute pubblica per un popolo nomade, sopravvivono come tabù di cui nessuno ricorda più l’origine.
Di Gesù il libro parla con una certa delicatezza. Ne riconosce la missione autentica e attribuisce il fallimento non a lui ma a ciò che accadde dopo: concili, dispute dottrinali, alleanze con il potere, la trasformazione di un insegnamento sulla trasformazione interiore in un’istituzione che amministra la salvezza. Belzebù racconta anche una versione alternativa del ruolo di Giuda, presentato come il discepolo più fedele e più incompreso, quello che accettò di compiere ciò che era necessario. Non è un’idea nuova: circolava nella gnosi antica e riemerse quando, decenni dopo la morte di Gurdjieff, venne pubblicato ilVangelo di Giuda. Gurdjieff, naturalmente, non poteva conoscerlo.
Su Maometto e sull’Islam il libro è più sbrigativo, ma la logica è la stessa: un’intuizione originaria, una lenta cristallizzazione, il prevalere della lettera sullo spirito.
È importante non leggere queste pagine come un attacco alle religioni. Gurdjieff non dice che i fondatori avessero torto: dice che gli uomini, con le loro conseguenze del Kundabuffer addosso, non sono in grado di ricevere un insegnamento senza deformarlo. Il problema non è il messaggio, è il ricevitore. E la deformazione non avviene per malvagità, ma per vanità, pigrizia, bisogno di certezze, desiderio di potere: le solite proprietà. Ogni insegnamento, attraversando le generazioni, perde i semitoni della legge del Sette e devia.
Ashiata Shiemash, il profeta della coscienza
Il personaggio più interessante di questa galleria è uno che non troverete in nessun manuale di storia delle religioni: Ashiata Shiemash. Belzebù lo colloca in un’epoca lontana in Asia, in Mesopotamia o in Persia secondo le letture, e gli dedica alcuni dei capitoli più belli del libro.
Ashiata Shiemash, racconta Belzebù, arrivò sulla Terra con una missione precisa. Prima di agire passò molto tempo a osservare e a meditare, e giunse a una conclusione sorprendente. Le vie tradizionali dell’elevazione dell’uomo, cioè la fede, l’amore e la speranza, nell’umanità del suo tempo erano completamente degenerate. La fede era diventata credulità, l’amore era diventato attaccamento e possesso, la speranza era diventata attesa passiva di un intervento esterno. Predicare queste virtù significava, di fatto, alimentare le loro caricature.
Restava però una facoltà intatta: la coscienza, intesa non come consapevolezza ma come quella che noi chiamiamo coscienza morale. Perché intatta? Perché, spiega Belzebù, la coscienza non partecipava alla vita di veglia degli uomini. Era stata spinta nel subconscio, sepolta sotto le abitudini, e proprio per questo non si era corrotta. Il sonno l’aveva protetta.
Ashiata Shiemash decide allora di non predicare nulla di nuovo, ma di risvegliare ciò che gli uomini già possedevano. Non insegna che cosa bisogna credere, ma come far emergere la coscienza sepolta. E per un certo periodo, dice il libro, il risultato è straordinario: nascono comunità ordinate, in cui gli uomini si regolano secondo la coscienza invece che secondo leggi imposte, e la vita su quella parte della Terra cambia davvero.
La caduta per eccesso di intelligenza

Poi arriva Lentrohamsanin. È un uomo colto, brillante, ambizioso, che si è formato fuori dall’influenza della coscienza e che usa la propria intelligenza per smontare l’opera di Ashiata Shiemash. Scrive un’opera piena di argomentazioni seducenti, in cui sostiene che l’ordine nato dalla coscienza è un’ingiustizia, che bisogna liberarsi delle gerarchie, che la vera libertà è altrove. Le sue idee si diffondono, l’ordine crolla, e tutto torna come prima, anzi peggio.
È una pagina che vale la pena rileggere con attenzione, perché evita le scorciatoie. Lentrohamsanin non è un tiranno che impone la sua forza. È un intellettuale che convince. Il suo strumento non è la spada ma il ragionamento, e il ragionamento funziona proprio perché si rivolge alle proprietà del Kundabuffer: lusinga l’amor proprio dei lettori, offre loro un nemico, promette libertà senza fatica. Si potrebbe leggere l’episodio come un attacco alle rivoluzioni, e certo Gurdjieff, che aveva visto la rivoluzione russa da vicino, non le amava. Ma sarebbe riduttivo. La sua critica non riguarda una parte politica: riguarda l’intelligenza separata dalla coscienza, che si mette al servizio della vanità e diventa il più efficace distruttore di ciò che è stato costruito con fatica.
Chi conosce la storia del Novecento, e quella dei nostri social, ha di che riflettere. L’ideologia più pericolosa non è quella dichiaratamente malvagia, ma quella che fa sentire chi la abbraccia più intelligente degli altri.
Gli Hasnamuss
Nel racconto entra qui una figura che tornerà spesso: l’Hasnamuss. Nel lessico di Belzebù è un individuo che ha sviluppato una certa forza interiore, a volte una notevole intelligenza o un potere personale, ma l’ha costruita sulle proprietà del Kundabuffer anziché contro di esse. È qualcuno che ha lavorato su di sé, ma nella direzione sbagliata. Il risultato è peggiore del sonno ordinario: un’energia reale messa al servizio dell’egoismo, della manipolazione, del dominio.
Lentrohamsanin è un Hasnamuss. Ma il concetto vale per molti, ed è uno dei più utili del libro, perché smaschera un’illusione diffusa: che qualsiasi forma di sviluppo personale sia un bene. Non è così, dice Belzebù. Diventare più forti, più carismatici, più influenti senza essere diventati più coscienti significa soltanto diventare più pericolosi. È una lezione che il mercato contemporaneo della crescita personale, con i suoi guru del successo e i suoi corsi di leadership, farebbe bene a leggere. E che, come vedremo nell’ultimo episodio, si può applicare anche a Gurdjieff stesso.
Il guasto come legge
Che cosa emerge da questa lunga carrellata? Un’idea che percorre tutto il libro: ogni insegnamento autentico è destinato a degradarsi passando di mano in mano, perché gli uomini lo ricevono con gli strumenti deformati che hanno. Le religioni, le filosofie, le scuole, perfino le arti nascono come veicoli di conoscenza e finiscono come rituali vuoti, gerghi, istituzioni che si autoperpetuano.
È una visione pessimista, ma non disperata. Il caso di Ashiata Shiemash dimostra che qualcosa può funzionare, anche se per poco. E indica la direzione: non aggiungere nuove credenze, ma risvegliare la coscienza che già c’è. Nessuno ti salverà dall’esterno, dice Belzebù a suo nipote. Ma dentro di te c’è ancora qualcosa che non si è guastato.
Nel prossimo episodio passiamo dalla storia sacra alla cronaca. Belzebù guarda la civiltà umana con l’occhio dell’etnologo spaziale e ci restituisce un ritratto impietoso e spesso esilarante delle nostre istituzioni: la guerra, l’arte, la medicina, l’educazione, l’America, perfino l’abitudine di parlare troppo.
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