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Protagonisti - Interviste e biografie

Belzebù spiegato ai nipoti — Episodio 2

Una cometa, due lune e un organo impiantato alla base della spina dorsale: il mito del Kundabuffer spiega perché, secondo Belzebù, gli uomini vedono il mondo alla rovescia. E perché la colpa, oggi, non è più di nessun altro.

La cometa, la Luna e l’organo che ci ha messo gli occhiali al contrario

Ogni grande racconto sull’uomo ha bisogno di un incidente originario. La Bibbia ha il frutto proibito, Platone ha l’anima che perde le ali, Rousseau ha il primo che recintò un campo e disse “questo è mio”. Gurdjieff ha una cometa. E un organo dal nome impronunciabile che spiega, secondo Belzebù, quasi tutto ciò che di assurdo l’umanità ha combinato negli ultimi millenni.

Un incidente di traffico cosmico

All’inizio della storia del nostro sistema solare, racconta Belzebù, per un errore di calcolo dei responsabili celesti una cometa chiamata Kondoor colpisce la Terra ancora giovane. Dall’urto si staccano due frammenti che vengono scagliati in orbita: uno è la Luna che conosciamo, l’altro un secondo satellite più piccolo che gli uomini, dice il libro, hanno dimenticato. Per evitare che questi frammenti instabili precipitino e provochino danni a tutto il sistema, la Terra deve inviare loro continuamente una certa sostanza sottile, una specie di vibrazione vitale che li nutre e li stabilizza.

Chi produce questa sostanza? Gli esseri viventi che abitano la Terra, uomini compresi, attraverso la loro vita e soprattutto attraverso la loro morte. È questo il celebre e scomodissimo “cibo per la Luna” del sistema gurdjieffiano: l’umanità ha una funzione cosmica che non ha scelto e di cui non è consapevole.

Prima di gridare all’astrologia per adulti, è bene capire che cosa sta facendo Gurdjieff. Sta dicendo che l’uomo non è il centro dell’universo né il suo scopo, ma un ingranaggio di un processo più grande, e che la sua vita serve anche a fini che lo superano. È un’idea che ritroviamo, con linguaggi diversi, in molte tradizioni e perfino in un certo pensiero ecologico contemporaneo: nessun organismo vive per sé solo. La differenza è che Gurdjieff non la rende consolante. Servire una funzione senza saperlo è, dal suo punto di vista, la condizione dello schiavo, non quella del cittadino dell’universo.

L’organo Kundabuffer

Qui arriva il punto decisivo. Le alte sfere si accorgono che, se gli uomini comprendessero la propria situazione, cioè di esistere in buona parte per mantenere l’equilibrio di quei frammenti, potrebbero rifiutarsi. Potrebbero, letteralmente, decidere di estinguersi piuttosto che vivere per alimentare una Luna. Viene quindi presa una misura d’emergenza: alla base della spina dorsale degli antenati dell’umanità viene impiantato un organo speciale, il Kundabuffer.

La funzione del Kundabuffer è far percepire la realtà a rovescio. Grazie a esso gli uomini provano piacere in ciò che li danneggia, vedono come importante ciò che è insignificante, prendono per vere le proprie fantasie, si sentono al centro del mondo. Non vedono la loro situazione perché sono troppo occupati a contemplare se stessi.

Il nome ha fatto molto discutere. Contiene un’eco evidente della kundalini, l’energia serpentina dello yoga tantrico che sale lungo la colonna vertebrale e che molte scuole occidentali hanno trasformato in una moda. Gurdjieff sembra suggerire, con la sua consueta ironia, che ciò che certi maestri esaltano come un risveglio è in realtà il residuo di un dispositivo per tenere l’uomo addormentato. Che sia una provocazione deliberata contro il mercato spirituale del suo tempo è più che plausibile: era l’epoca d’oro della teosofia, dei maestri ascesi e dei chakra illustrati, e Gurdjieff non perde mai occasione per prendere in giro i suoi concorrenti.

Rimosso l’organo, resta il vizio

Passano i millenni, la situazione cosmica si stabilizza e l’organo non serve più. Le stesse autorità che lo avevano impiantato lo rimuovono. Qui sta la parte più geniale e più amara del mito: l’organo se ne va, ma le sue conseguenze restano. Per generazioni gli uomini si sono abituati a vivere secondo le sue proprietà, e queste proprietà si sono cristallizzate nella loro psiche, trasmesse per via di educazione, imitazione, abitudine, condizioni di vita anormali. Non c’è più il dispositivo, ma c’è l’impronta. E l’impronta, trasmessa di padre in figlio, si è rafforzata.

Belzebù elenca queste conseguenze con una pazienza da entomologo. L’amor proprio, la vanità, l’orgoglio, la suscettibilità, l’invidia, la gelosia, la paura, la pigrizia, la suggestionabilità, l’autoinganno, il bisogno di essere approvati, la tendenza a mentire anche a se stessi, l’incapacità di stare nel presente. Ognuna, a modo suo, è un piccolo specchio deformante. Prese insieme formano quella che Gurdjieff altrove chiama la “falsa personalità”: l’insieme di maschere, reazioni automatiche e immagini di sé che scambiamo per la nostra identità.

È qui che il mito diventa psicologia. Togliete la cometa e la Luna, se vi disturbano, e resta una diagnosi difficile da contestare: gli esseri umani non vedono la propria condizione perché sono incatenati a meccanismi di autogratificazione che li proteggono dalla verità su se stessi. Il Kundabuffer è un nome cosmico per quello che la psicologia contemporanea, con meno fantasia, chiama distorsioni cognitive, meccanismi di difesa, bias di autoconferma. Gurdjieff arriva a questa diagnosi prima e per altre vie, e soprattutto le dà un tono tragico che la letteratura scientifica non può permettersi.

Esseri a tre cervelli

Per capire che cosa è andato storto bisogna sapere che cosa avrebbe dovuto andare dritto. Belzebù chiama gli uomini “esseri a tre cervelli”. Il primo cervello presiede ai movimenti e all’istinto, il secondo ai sentimenti, il terzo al pensiero. Sono, nel linguaggio più divulgativo degli allievi, i tre centri: motorio-istintivo, emotivo, intellettuale. Un essere a tre cervelli è, nell’architettura cosmica, una creatura privilegiata: ha la possibilità di sviluppare una ragione propria e perfino una forma di immortalità. Quella possibilità, però, è solo una possibilità.

Nell’uomo normale, cioè anormale nel senso del libro, i tre cervelli lavorano scollegati. Si pensa una cosa, se ne sente un’altra, se ne fa una terza. Il corpo reagisce prima che il pensiero se ne accorga, il sentimento si attacca a ciò che il pensiero ha appena liquidato, il pensiero giustifica a cose fatte quello che il corpo e il sentimento hanno già deciso. È una descrizione che chiunque abbia provato a mettersi a dieta, a smettere di fumare o a non rispondere male al proprio capo riconosce senza bisogno di teosofia.

Il terrore della situazione

C’è un capitolo del libro intitolato al “Terrore della situazione”. Vi si racconta di un grande essere che, contemplando l’umanità dall’alto, prova un orrore profondo: questi esseri potrebbero diventare qualcosa di straordinario e invece si consumano in una vita automatica, senza mai accorgersi di esistere davvero. L’orrore non è morale, non riguarda i peccati. Riguarda lo spreco. Una possibilità immensa che va perduta ogni giorno, in miliardi di esistenze, senza che nessuno se ne accorga.

Questo è forse il cuore emotivo dell’intero insegnamento, e spiega perché Gurdjieff insista tanto sul “sonno”. L’uomo comune, dice in sostanza, dorme anche quando ha gli occhi aperti. Reagisce, ripete, si identifica con ciò che gli accade. Non è cattivo: è assente. E un essere assente non può né migliorare né peggiorare davvero, può solo essere spostato da una circostanza all’altra come un sasso nella corrente.

Una cosa che il libro non dice

Sarebbe facile leggere il mito del Kundabuffer come una rassicurazione: non è colpa nostra, ce l’hanno messo loro. Gurdjieff chiude quella porta con decisione. L’organo è stato tolto da tempo. Le sue conseguenze sono il prodotto di come gli uomini stessi hanno continuato a vivere, educare i figli, organizzare le società. La responsabilità di partenza è cosmica, quella attuale è tutta nostra. È una distinzione sottile ma cruciale, e salva il libro dal vittimismo che affligge tanta letteratura spirituale, quella dove c’è sempre un arconte, un rettiliano o un sistema da accusare.

E c’è un’altra cosa che il libro suggerisce, senza dirla in chiaro: se le proprietà del Kundabuffer si sono cristallizzate per abitudine, possono anche essere dissolte per lavoro. Ciò che è stato costruito dall’automatismo può essere smontato dall’attenzione. Questa è la promessa che terrà in piedi tutto il resto del libro, e ci tornerà nel sesto episodio.

Prima, però, dobbiamo salire più in alto, fino al principio dell’universo, perché per Gurdjieff non si capisce l’uomo se non si capisce in che cosa l’uomo è immerso. Nel prossimo episodio parleremo delle due leggi sacre su cui, secondo Belzebù, si regge ogni cosa che esiste, e di un’idea che al lettore moderno suona quasi come ecologia teologica: l’universo come una gigantesca catena alimentare in cui tutti mangiano e tutti sono mangiati.


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