La giornata era alida e tersa, anche se il periodo del raccolto era ormai passato da tempo. Presto le navi sarebbero state in parte smontate, gli accessori riposti e le carene tirate in secca per il ricovero invernale e le riparazioni.
Sul molo una piccola imbarcazione a remi attendeva il comandante militare, la sua sposa, il fratello di lei, i soldati, i servitori e le ancelle. Un rapido abbraccio al padre e un saluto a Tautom permisero ad Astarte di sottrarsi alle consuete raccomandazioni e preghiere.
L’atmosfera tesa venne rapidamente alleggerita da Belili che, fingendo di perdere l’equilibrio sull’imbarcadero di legno, trovò il modo di farsi sostenere da Agreo, fermo lì accanto.
“Attenta, che i pesci non scherzano!“.
“Mi avresti dunque lasciata cadere in acqua? Al ritorno mi lagnerò di te con tuo padre!“.
“Al ritorno… sempre che ritorniamo, mi darò da fare per cercarti un marito“.
“E se l’avessi già trovato?“.
“Allora un marito che funzioni e ti freni la lingua!“ — esclamò ridendo Agreo.
Salirono dunque sulla nave ammiraglia, dove l’equipaggio aveva già preso posto ai remi e alle manovre e il capo-voga era pronto a dettare il ritmo. Si accomodarono al centro del ponte, la zona maggiormente riparata dalle murate.
“Ed anche quella dove si balla di meno!“ — esclamò Agreo.
“Qui ti sbagli, caro cognato. Osserva la moderna evoluzione dei carpentieri di marina” — disse Attar introducendolo sotto il baglio maestro per mostragli la chiglia stabilizzatrice, un grosso e robusto trave squadrato in tutta la sua lunghezza, ricavato da un unico tronco di cedro a cui si agganciava il rostro..
“Vedi? In questo modo non dobbiamo più temere troppo il moto ondoso e guadagniamo anche in velocità. Se poi il mare si alza, basta trovare un approdo riparato per aggrapparci al fondale con quest’ultima invenzione” — spiegò fiero, mostrando una specie di croce in legno con ceppo in piombo, dotata di un anello su cui assicurare il canapo.
“Altro che le vecchie pietre forate! Se decidiamo di fermarci caliamo la vela e solleviamo i remi, gettando a mare l’ancora. Geniale, no?”.
«Osservavo tuo padre orgoglioso nel suo elemento: sembrava un figlio di Yam» — disse Astarte a Tautom che ascoltava con attenzione.
«Non mi capivo» — continuò —. «Non riuscivo a comprendere la mia freddezza il giorno del suo ritorno, o quella lentezza di una passione che si accendeva solo attraverso carezze insistenti».
Non lo amo? Eppure lo amo, in fondo lo desidero. Ma oltre il fondo cosa c’è? Cosa sono io, chi sono? O Bes, perché è tutto così difficile e complesso? In fondo non desidero che cose normali. Ma è così anche per le altre donne, mogli e madri? La vita è dunque solo un perenne sacrificio senza gioie?
«Così pensavo ascoltando lo sciabordio delle onde sotto la prua, mentre la brezza marina mi scompigliava i capelli».
Issata la grande vela di lino dalle strisce bianche e rosse, gli addetti alle manovre lavorarono alacremente con le cime per permettere al pennone di raccogliere più vento possibile; la brezza, leggera e costante, spirava da terra verso il mare aperto e nessuna nuvola appariva all’orizzonte. La processione di navi si staccò dalla baia navigando verso est, con i vascelli da guerra in testa e in coda.
Costeggiarono così il lato opposto del golfo, dove si stendevano le saline: un luccichio indicava le distese d’acqua marina intrappolate sulla terra che, evaporando lentamente al sole, incrostavano il terreno di sale conferendogli sfumature che variavano dal bianco, al giallo, al rosso. Queste grandi vasche erano divise da bassi muretti e collegate fra loro da un funzionale sistema di chiuse per far fluire e defluire l’acqua. Insieme a quelle di Maiorica, rappresentavano, con la raccolta del murice e la sua trasformazione in porpora, una delle massime ricchezze del nostro mondo: in mancanza di moneta, il sale aveva il controvalore dell’argento.
Doppiato il capo dove terminavano le saline, si aprì l’ampio golfo alla cui estremità opposta sorgeva Nuova Ibosim; in lontananza, verso destra, si intravedeva l’Isola Piatta, dedicata alla coltivazione dei cereali e del frumento.
“Gli dei ci sono favorevoli” — disse il pilota —. “Per la sera dovremo già essere seduti all’asciutto a bere del buon vino“.
E così fu. Prima che il sole calasse all’orizzonte, tutte le gauloi avevano attraccato ed erano state svuotate del loro carico. Una volta vuote apparivano molto più alte sulla linea di galleggiamento: meno appesantite, ma ugualmente imponenti con i loro ponti di otto cubiti di larghezza e quarantotto di lunghezza, la poppa alta quanto la prua per facilitare l’ormeggio. Dondolavano lente nell’acqua protetta dell’insenatura, mentre una delle due navi da guerra vigilava all’ingresso del porto, pronta a riprendere il mare in caso di pericolo.
Il signore Eshmunabi attendeva i suoi ospiti davanti all’androne di casa. Situata sull’altura a qualche decina di metri dal mare, la dimora dominava il porto e la città: disposta su due piani, grande e comoda, era circondata da pini marittimi, palme nane e palme da dattero che offrivano un piacevole riparo d’ombra nelle giornate più calde.
Un ampio cortile d’ingresso accolse la nostra piccola carovana di viaggiatori, subito alleggerita dai bagagli da solerti servitori, mentre alcune ancelle accompagnavano Astarte e Attar alla presenza dello zio.
Eshmunabi era un uomo rotondo e gioviale, con occhi svegli e rapidi che sembravano smentire la sua corporatura pingue: in quel corpo pesante si celavano una forza e un ingegno non indifferenti: non per nulla era il responsabile del tesoro e delle casse della città.
Con slancio affettuoso scese i tre scalini e abbracciò i due nipoti, invitandoli ad entrare nel cortile interno, quello privato. Al centro dell’architrave di legno dell’ingresso, che poggiava su due piccole colonne, era fissata una placca d’osso con una dedica incisa:
𐤋𐤏𐤃𐤍 𐤋𐤌𐤋𐤒𐤓𐤕 𐤄𐤔𐤏𐤓 𐤆 𐤁𐤍 𐤀𐤔𐤌𐤍𐤀𐤁𐤉 𐤁𐤍 𐤓𐤔𐤐 me 𐤔𐤌𐤏 𐤒𐤋 𐤃𐤁𐤓𐤉𐤅
Al signore Melqart, questa porta ha eretto Eshmunabi, figlio di Reshep, poiché egli ha ascoltato la voce delle sue preghiere.
«Notai subito la dedica di ringraziamento e lo zio mi anticipò la domanda».
“Diciamo che una certa questione si è risolta felicemente per me e ho pensato di ringraziare gli dei. Che poi” — aggiunse scherzoso — “sia merito loro o della sorte, è tutto da vedersi. Comunque è sempre meglio non avere debiti con il cielo! Ma prima di riposare dovete rifocillarvi e darmi qualche spiegazione: mio fratello è stato assai vago con il messaggero, e le vostre facce mi dicono che non siete venuti fin qui solo per vedere me“.
Ciò detto batté le mani e subito comparve una serva con cesti di frutta e sidro fresco di pozzo.
“E quel serioso di Taaut come se la cava nella sua piccola città? Forse si annoia?”.
“Caro zio” — intervenni —, “quando ti senti la responsabilità delle persone addosso, che la città sia grande o piccola, vivi di preoccupazioni. Fortunatamente per lui presto arriverà la stagione del riposo per il mare e per i campi, e forse allenterà un poco la tensione».
“Quel testone! Gli dissi già a suo tempo di chiudere quel vecchio villaggio, caricare famiglie e masserizie sulle navi e venire a stabilirsi qui. C’è spazio per tutti, il golfo è grande, l’entroterra è piano, ampio e ricco di fonti: potrebbe farci coltivare tutto ciò che vuole e arricchirsi con il commercio del sale. E magari trovarsi anche una nuova moglie che gli rallegrerebbe le serate d’inverno, visto che la solitudine non fa mai bene a un uomo!”.
Un sospiro interruppe il racconto di Astarte. Rivolgendosi a Tautom gli disse:
«Tua nonna — che la terra le sia sempre lieve — era morta alla nascita di Agreo. Tuo nonno, innamorato della moglie fino alla follia, aveva scelto la vedovanza offrendo la propria solitudine in sacrificio agli dei».
“Mio padre non lascerà mai il vecchio insediamento, non foss’altro perché mia madre riposa in cima alla scogliera; ed è lì che vuole essere sepolto a tempo debito…”.
“Mah! Io ho scelto di non avere famiglia. Sia detto con rispetto, ma avere una donna che parla sempre con le comari e si lamenta da vecchia non fa per me: meglio donne sorridenti e ben disposte, soprattutto quando la moneta è buona. Da questo a restare solo e malinconico, però…”.
“Beh, ci siamo noi“ — aggiunse Attar.
“Ben detto! Ma ora ditemi perché siete qui e cosa posso fare per voi”.
Scelsi con cura le parole.
“Devo recarmi in pellegrinaggio alla grotta sacra, a chiedere grazia a Tanit”.
“La dea madre, la dea della fertilità…” — aggiunse lo zio, pentendosi subito per l’invadenza.
“Vedo che non ti perdi in preamboli” — gli risposi un pò piccata. “Sì, da tre anni ormai speriamo che arrivi una luna bianca, ma al momento sorgono solo lune rosse ogni mese” — gli dissi con fermezza —. “Ed è tempo che mio marito possa sperare in una discendenza e che io faccia chiarezza con me stessa sul mio ruolo”.
Come per concedersi una pausa di riflessione, ma in realtà per far sfumare quel momento di irritazione e imbarazzo involontariamente creato, dopo qualche istante, Eshmunabi passò alla fase organizzativa, nella quale si sentiva decisamente più a suo agio.
“Dunque… una scorta, delle provviste, del denaro, dei muli, del…”
“Zio! E’ un pellegrinaggio, non dobbiamo attraversare il mare! Già mio padre ha insistito perché portassi con me le persone e le cose che hai visto e non ho potuto rifiutare. Con quali occhi mi guarderebbe Tanit se arrivassi in portantina, accompagnata dal suono di flauti e corni?”.
“Tanit non lo so, ma gli occhi dei suoi sacerdoti luccicherebbero di più e ti permetterebbero un dialogo assai comodo con la dea!”.
“Ma è proprio ciò che non desidero! Voglio guardare negli occhi la dea e che la dea faccia altrettanto con me. Il resto sarebbe solo fuorviante”.
“Tuo marito ti seguirà?“.
Attar scosse sconsolato la testa.
«Immaginavo. Accetta ti prego almeno questi: sono stati forgiati da uno dei miei mastri d’arme nella fucina al centro dell’isola”.
Così dicendo estrasse dalla cintola due affilatissimi pugnali di bronzo a lama triangolare a doppio taglio di circa un cubito di lunghezza, con l’impugnatura sagomata che terminava con una piccola mezzaluna d’arresto per evitare che la mano scivolasse durante la stoccata. Il manico era rivestito da una porzione di corno lavorato. Uno lo vedi là» — disse a Tautom indicando con la mano la panoplia appesa al muro.
“Potrebbe servirti per incontri inopportuni durante il viaggio” — riprese Eshmunabi —. “Stai attenta: informatori fidati mi dicono che la zona in cui sorge la sacra grotta è insidiata da gruppi di indigeni che hanno deciso di aggredire i viaggiatori, specialmente quelli che attraversano l’interno dell’isola, per derubarli delle offerte. Ma non mi stupirei se tendessero agguati anche lungo la costa”.
“Mio fratello e i soldati sapranno difenderci”.
“Bene” — concluse Eshmunabi —, “ora a tavola — quella vera, non fatta di sola frutta! — e poi al riposo. È meglio che vi incamminiate alle luci dell’alba, ben rifocillati e riposati, seguendo la costa il più possibile lungo il sentiero che vi indicherò“.
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