Non vorrei sembrare irrispettoso e anche mediamente scostumato ma quando leggo e scrivo Ekman non posso fare a meno di pensare al dott Venkman. Certo uno scopriva le microespressioni facciali dagli indigeni di un posto sperduto in quel di Papua Nuova Guinea e le etichettava come alfabeto universale delle emozioni innate del genere umano per catalogarci tutti, mentre l’altro, andava a caccia di fantasmi in una serie di fortunati film. Ebbene sappiate che Ekman è diventato celeberrimo, famoso e ricchissimo, lui, non l’attore che nei panni del Ghostbuster inseguiva gli spiritelli irrispettosi, in arte Bill Murray. Per quanto il famoso Bill che dava voce e sembianze al finto scienziato – Venkman non Ekman, che avevate capito – nel colossal cinematografico, qualche soldino potrebbe averlo accumulato pure lui in tanti anni di onorata carriera. Ma tornando all’altro dottore, la mia scarsa riconoscenza per non dire dubbiosità per non aggiungere farloccheria, nei confronti del tema delle microespressioni facciali e delle sue presunte scoperte sull’argomento ha radici profonde. La tesi dell’Ekman parte da una serie di osservazioni di un altro ricercatore, Silvan Tomkins psicologo a Princetown. Negli anni ‘60 Tomkins aveva elaborato questa teoria che diceva: “se le emozioni fossero un insieme innato di risposte evolutive, esse sarebbero universali e quindi riconoscibili da una cultura all’altra” ; e dove si può vedere e rivedere in continuazione questo catalogo di specifiche e ripetute, per non dire circostanziate espressioni? Ovviamente sui volti delle persone. Ma persino l’enunciatore primario della teoria, Tomkins, riconosceva la non applicabilità di essa scoperta in quanto dipendente da molteplici fattori non controllati e controllabili e per questo motivo impossibili da gestire in modo uniforme e non classificabili secondo regole certe. E lo aveva scritto e detto.

Ora lo sapete, qui non si asserisce ne si pontifica, inoltre nessuno è serio, e mai e poi mai, io me di persona personalmente, vorrei o vorretti o vorrebbi – meglio congiuntivare – correre il rischio di essere eccessivo e scrivere cose intelligenti. Però al dottore che fa rima con Vekman che non è uno scienziato – Vekman, che avete capito? – è successo invece di basare tutte le sue teorie – sulle quali poi altri pezzi grossi stanno tuttora spendendo e spandendo miliardi di dollari – proprio su quell’assunto sbagliato, o al meglio mai dimostrato per davvero, e grazie a quella teoria mai dimostrata scientificamente, dare avvio alla classificazione dell’intero genere umano attraverso il riconoscimento facciale. E ho detto tutto. Anche più di tutto.
Che è successo, vi chiederete?
Ebbene è tutta colpa di ARPA. Avete presente quelli di internet? I progenitori della rete. Quelli del Governo – americano s’intende – che, quando ancora unire due computer e farli dialogare era una roba rivoluzionaria, già ci stavano lavorando da anni in segreto segretamente per motivi bellico-strategici. Non a caso per mettere a punto un sistema di riconoscimento facciale che preveda le nostre intenzioni prima che noi stessi si sia immaginato di fare qualcosa, già alla fine degli anni ‘60 quelli dell’Advanced Research Project Agency diedero non pochi danari, con la a – un milioncino di dollars, per la precisione, che allora erano una cifra stratosferica, pensate a cosa ci si potrebbe fare ancora oggi con essi dindi – al buon Ekman per sviluppare la scienza – presunta e mai dimostrata, lo ripeto a scanso di equivoci – del riconoscimento delle emozioni sui volti delle persone, da cui: il riconoscimento facciale e anche peggio, il riconoscimento delle intenzioni sui volti delle persone.

La base di tutto il lavoro di questi anni, tanti anni, fino ai giorni nostri e oltre, di Ekman e dei suoi seguaci, per non dire accoliti e prosecutori, sta in un database – un catalogo, magari elettronico – di espressioni di “base”, e non di altezza, costruito appositamente in laboratorio dallo scienziato americano. Ora si capisce facilmente che, se la cartina al tornasole è già colorata prima di essere intinta nel basico o nell’acido, il rilevamento, per non dire la misurazione sul campione, non può che essere fasulla. Non so se mi sono espresso coerentemente, Se misuro le espressioni facciali su un catalogo dove le persone fotografate hanno costruito artificiosamente le loro espressioni, ho un punto di riferimento farlocco e quindi tutti i risultati successivi saranno bacati, mendaci, falsi. Posso provare ad aggiungere: se ci basiamo su un pregiudizio, difficilmente riusciremo a essere obiettivi. E’ più chiaro così? Riepilogando abbiamo due problemini nelle teorie dello scienziato:
la prima è che non esiste una dimostrazione scientifica certa sulla corrispondenza fra le espressioni facciali, le emozioni da esse espresse, e le intenzioni delle persone basate su quelle stesse espressioni, e poi ancora, le azioni subitaneamente compiute dalle stesse persone subito dopo aver espresso – o non espresso – tali emozioni sul volto.
La seconda è che, nonostante questa voragine iniziale nell’assunto scientifico, Ekman ha costruito un archivo di espressioni facciali che ha poi brevettato e venduto a mezzo mondo, sulla base del quale compagnie miliardarie di ogni tipo hanno sviluppato “sofisticati” sistemi di riconoscimento facciale per banche, governi, aeroporti, eserciti e agenzie di intelligence. Fra i quali. Come disse qualcuno: E’ possibile rilevare un cipiglio, ma ciò non equivale a riconoscere la rabbia.
Non so voi ma a me cipiglio piace tantissimo.
Non solo ma l’ennesima confutazione alle teorie ekmaniane sta anche nella impossibilità di distinguere una espressione autentica di emozioni da una fasulla. Scagli la prima e pure la seconda pietra chiunque di noi sia mai stato a teatro. Avrei potuto dire cinema, ma mi capite, lì, a teatro, siamo live e in diretta, quello che si vede accade e viceversa. Al cinema, come nel digitale e online, tutto è manipolabile. Se poi volessi giocarmi il jolly dell’ai gennarina, potrei anche sostenere che un’IA che viene addestrata a riconoscere espressioni facciali simulate – prodotte artatamente, come, ad esempio, il database principale di Ekman – spacciate per vere, viene ingannata e quindi sbaglierà quasi certamente. Sapete no, le AI vengono continuamente addestrate a imparare. Se l’addestramento viene svolto su di un campione fasullo per non dire sbagliato, come potrà mai essere “brava, sincera e capace” quell’AI? Signori e signore della corte, come ditemi.
Ekman e tutti quelli che si sono ispirati ai suoi studi, o peggio, le aziende che prendendo per buone le sue teorie e hanno costruito sistemi di catalogazione e riconoscimento delle emozioni e dei sentimenti sulla base delle espressioni facciali. stanno componendo un sistema mondo in cui si cerca di ridurre la complessità ad un unico e immutabile schema di classificazione, perlopiù fasullo.
La tendenza imperante alla semplificazione – finta e inefficace nella maggior parte dei casi – ci impoverisce e ci fa tornare ignoranti. Altrochè futuro.
Per un approfondimento suggerirei il libro vecchiotto ma sempre valido Nè intelligente nè artificiale di Kate Crawford. Così per dire. Blip.

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