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Il Pescatore

L’amaro del frate

Bevere si diceva da bambinetti e nessuno se ne aveva per male. Poi sono arrivati i professionisti ed è stato subito un fracasso gigantesco. Bottiglie di qua, erbette di là, e dazi per tutti

Perchè la questione è antica e pure precisamente descritta nei documenti del tempo. Magari no, però così è più fashion, non trovate? L’amaro – l’idea dell’amaro in quanto liquore medicamentoso e rimedio universale –  nasce – leggenda vuole – nell’anno duetrecentesimo,  del primo millennio, tanto tempo fa. A mettere insieme i pezzi fu un alchimista spagnolo – e già il lavoro del signore in questione meriterebbe un post di approfondimento – che, e dico che, e mi riferisco all’alchimista,  ebbe improvvisamente da risolvere un grave problema. Si trattava di far del bene, alla svelta, nientepopodimeno che: al ponteficie, si si, proprio il papa. In quell’anno – minuto più, minuto meno del due-trecento – governava sulla chiesa di Roma, lui, proprio lui, il papa anagnino dello schiaffo col Bello che di nome faceva Filippo e di lavoro faceva l’imperatore: Bonifacio VIII. Era l’anno del giubileo, pare addirittura fosse il primo, quindi potremmo anche metterci lì e scoprire se l’indisposizione papale fosse precedente o posteriore all’altra, quella in pieno viso, ma non lo faremo. Potremmo persino provare a capire se la notizia è vera o falsa. Ma a chi importa. Oramai chiediamo e chiediamo non facciamo altro. Del resto siamo qui a parlare di amari e non di papi. Insomma, com’è come non è, il farmacista del tempo  per provare a risolvere un attacco di colite o forse altro,   che aveva colpito il pontefice,  pensò bene di realizzare un infuso di alcol e erbe. Et voilà.

giubileo

Degusta e sorseggia il papa stette meglio, – si vocifera, io non c’ero – e da allora gli infusi di erbe e alcol divennero straprodotti e stradiffusi in lungo e in largo, ma soprattutto, dentro i monasteri e i conventi, da sempre custodi e laboratori di scienze erboristiche e coltivazioni autoctone. Ora et labora, si sa. In effetti se ci fate caso gli amari sono probabilmente i liquori più diffusi sul territorio italico dove, a ben guardare, abbondano allo stesso modo congregazioni monastiche e religiose di ogni ordine e grado. Spannometricamente, mentre spolverate, aggiungerei. Poi non ci sono più le mezze stagioni e le macchie solari abbondano. Se poi ci aggiungiamo le tipicità e l’erboristeria   – nel senso di varietà immensa di prodotti tipici e altrettante abbondanze di erbe utili per non dire commestibili e sommamente officinali,  in natura – di cui è strapieno il territorio patrio, – basta unire i puntini e si otterranno centinaia di liquori simil amari e anche diversi,  di invenzione e produzione typical and religious. Bisogna infatti far passare almeno un quattrocentino di anni e arrivare al ‘700 quasi ottocento per laicizzare l’amaro, mica stroppie, per quanto anche loro meriteranno un post prima o poi. In molti monasteri italiani e stranieri, anche oggi,  la tradizione “distillatrice” continua. Il lavoro dei religiosi addetti, o anche pii addetti,  è rimasto lo stesso: ingredienti naturali, tempi dilatati e mai frenetici, nessuna, o quasi, modernizzazione nei processi di produzione. In realtà,  e come è facile immaginare,  le ricette e gli usi e i costumi associati alla produzione di infusi ed elisir derivanti da erbe e alcol sono ancora precedenti, addirittura anteriori, quasi risalenti  agli albori della civiltà. Si trovano tracce di produzioni di profumi ed elisir in tempi e civiltà davvero antiche,  ma che ve lo dico affà. Le  bevande alcoliche venivano prodotte per  fermentazione ed usate come cura,  medicamenti,  e per conservare le essenze e  i principi attivi delle erbe raccolte nel fuori stagione. I beveraggi  ad alta gradazione venivano anche usati per pulire e disinfettare,  e pure come nutrimento, – si sa l’alcol e gli zuccheri vanno a braccetto –  e non solo per essere sorseggiate all’inizio e/o alla  fine dei pasti.   Quello di cui vorrei parlare oggi è questo amaro col saio cordone dell’amarordine incorporato che si chiama Diesus l’amaro del frate

Al pari del collega L’Uvamaro – avete presente l’amaro  Don Bairo  (cimabue cimabue fa una cosa e ne sbagli due) – anche nell’apparentemente meno noto, ma non meno tradizionale e antico Diesus, la ricetta originale contempla l’aggiunta di ottimo  vino all’alcol e alle erbe,  per dare al tutto,  un gusto più morbido e una gradazione alcolica più contenuta: non più di 18 gradi e un sapore più dolce. Poi, per il resto degli ingredienti, siamo nel pieno, e non nel vuoto, del novero dei prodotti  officinali, quelli fatti  con un sacco di erbe – almeno 30 dicono le etichette e il marketing –  fra cui anche il sambuco, la genziana e il timo, aggiunte o raggiunte all’infusione o nell’infusione alcolica; e corredate di scorza d’arancia per l’occasione,  miscelate da par loro per giungere al risultato voluto.  L’amaro del frate, diesus per gli amici, è stato e viene prodotto – pare – dall’azienda piemontese Barbero, sin dalla sua nascita, – dell’azienda – che risale alla fine dell’ottocento. Il liquore è divenuto più noto e quotato negli anni ‘60 del novecento, anche grazie alla pubblicità, ed è ancora in vendita – nelle migliori bottiglierie recita il bugiardino – del regno o della repubblica  – a vs piacimento – e parecchio assai pure online. La caratteristica bottiglia con livrea fratesca per non dire saiesca e tanto di cordone fratico, disegnato sulla bottiglia,  ma anche aggiunto fisicamente quale cordame in se e per se sulla bottiglia – la rete abbonda di tale notizia, magari è pure vera  – sta lì a dimostrare la provenienza clericale della ricetta primordiale dell’infuso e del cordiale, – solo per la rima – come ampiamente spiegato nell’introduzione qui e ora pure dal me medesimo peschevole. Passo, chiudo e stappo alla salute. 


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