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La baia vecchia
𐤌𐤒𐤔 𐤏𐤁𐤃𐤀𐤌𐤍 𐤅𐤇𐤌𐤋𐤀𐤕𐤁𐤉𐤌 𐤏𐤱𐤓𐤌 𐤅𐤱𐤌𐤍 𐤁𐤉𐤓𐤔 𐤏𐤋𐤋 𐤀𐤇𐤁
Nel giorno ventotto del mese di Elul, sotto il suffettato di Abdemon e Hamilkat
«Amavo sedermi su uno spuntone di roccia, le spalle al villaggio, lasciando scorrere lo sguardo sul mare. Lo assaporavo, lo vivevo, respirando con voluttà l’aria salmastra della brezza mattutina, la stessa che procurava il dolce moto ondoso che si infrangeva sulla scogliera del vecchio approdo. Era la stessa brezza che mi alleggeriva il calore del sole sulla pelle, allora ambrata, scompigliandomi i capelli e portando suoni lontani.
Ogni volta che potevo recarmi su quel rilievo, la mia persona si rendeva permeabile alla pace ed all’armonia che l’insieme le offriva: diventava parte di quel mondo naturale verso cui spesso gli esseri umani si sentono ospiti. Verso est, alla mia sinistra, il sole sorgeva lento colorando le rocce di un rosso argilloso inframmezzato da inquietanti zone d’ombra negli anfratti e nelle sporgenze. In quel luogo appena fuori dal villaggio, sentivo il bisogno di caricarmi al mattino per poter affrontare l’intera giornata.
Tuo nonno Taaut, il capo del villaggio, quando mi vedeva distratta o affaticata come ogni genitore preoccupato offriva soluzioni pratiche:
“Al mattino la tua colazione è troppo povera; anziché il solo latte di capra dovresti mangiare i fichi e il miele che tuo nonno Reshep ci porta una volta alla settimana dai suoi campi! Quel povero vecchio si danna l’anima per ricevere così poca soddisfazione dai nipoti!”
Povero padre — pensavo —, se tutte le mie preoccupazioni si potessero risolvere con miele e fichi sarei una donna già in pace da un pezzo!
La penisola che si sporgeva nel mare era un triangolo roccioso che divideva la costa in due baie: quella ad ovest, ampia e riparata, offriva un ottimo riparo alle imbarcazioni da pesca e da cabotaggio, soprattutto nella stagione invernale; quella ad est, ancora più ampia ma meno al riparo dei marosi, veniva utilizzata con i suoi attracchi in legno nei periodi estivi, con mare calmo e vento favorevole. Su questa piattaforma triangolare, sorgeva il villaggio di Ibosim, fondato da Reshep cinquant’anni prima.
Era stato un pioniere, il tuo bisnonno.
Partito da Sidone con alcune navi, provviste e merci da scambiare, si era avventurato nel mare in cerca di nuove rotte commerciali senza una meta definita ma affidandosi alla volontà di Yam. Una burrasca, dopo averli sballottati sulle onde per diversi giorni, li fece approdare, provati ma vivi, in quest’isola particolare, verde di pini, con un mare le cui mille sfumature di colore passavano dal turchese all’indaco e al verde senza soluzione di continuità. Malgrado le condizioni avverse, il nonno, da buon comandante e pilota aveva segnato la rotta osservando le stelle.
Un anno era trascorso ed il villaggio era stato fondato.
Aveva poi affidato una nave a Meruth, il suo fido secondo, affinché tornasse a Sidone a portare notizie.
Due anni dopo, all’alba, venne avvistata una flottiglia di dieci imbarcazioni, alcune con due file di quindici rematori per parte: Meruth aveva fatto ritorno con ogni cosa potesse servire all’insediamento: sementi, animali in coppia per la riproduzione, legname del prezioso cedro, servitori, muratori, falegnami, sacerdoti, maestri artigiani e soprattutto…donne, senza le quali la nuova vita presto sarebbe terminata.
Nel periodo di massimo fulgore, questa primitiva città contava circa ottocento persone: poi ragioni di spazio e qualche incomprensione fecero sì che un nucleo di venti famiglie si staccasse da quello principale e, navigando verso est, raggiungesse un porto naturale di maggiori dimensioni, con una rocca più alta e protetta. Nuova Ibosim venne chiamata e nel giro di pochi lustri divenne assai più importante di quella primitiva.
Reshep se la prese a male: in accordo con le famiglie rimaste, passò il comando del villaggio a suo figlio Taaut e con la moglie e pochi servi si ritirò nell’interno a lavorare i campi per non pensare, pregando che il raccolto fosse sempre abbondante e di qualità».
Astarte si fermò per bere un sorso di latte di capra, poi riprese:
«A quei tempi ero musona e forse anche antipatica e triste. Per fortuna tuo zio Agreo aveva un carattere diverso dal mio. Spesso mi rimproverava scherzando:
“Ehi, sempre con quell’aria contrita! Riservala per quando qualcuno di noi scenderà nella terra fredda e buia! Vieni a casa che c’è da fare.”
Era nel fulgore della sua forza, il giovane Agreo; uno dei pochi che riuscisse a strapparmi un sorriso: sempre ottimista e portato al buon umore, era bello di dentro ed anche di fuori, visti i successi che otteneva con le mie coetanee quando, con la tunica purpurea fermata sulla spalla da una spilla preziosa in oro che rappresentava un leone nell’atto di afferrare una preda, mostrava il corpo muscoloso adatto alla guerra ed all’amore. Prima della caccia faceva sempre onore al dio che, si diceva, la caccia l’avesse inventata e lo invocava per riempire i carnieri e le dispense. Povero Agreo, ucciso anzitempo da un cinghiale!»
«Mamma» — volle sapere Tautom — «il vecchio villaggio era già così, allora?».
«Sì, non era molto diverso» — gli rispose la madre –– «Il villaggio era formato soprattutto da case in pietra per le fondamenta ed il piano terra; il piano superiore aveva le pareti di mattoni fatti con la paglia e con l’argilla secondo le tecniche diffuse nel Mediterraneo. I tetti piatti erano formati da travi leggere in legno e canne, resi impermeabili con argilla e pece; i muri, allora come oggi, erano candidi per riflettere il calore del sole.
Come vedi, erano case molto semplici ma gelose dei propri segreti: assai poche le finestre che si aprivano all’esterno. Si parlava sottovoce, poiché i muri condivisi e i viottoli stretti riportavano spesso i fatti altrui. L’intero sobborgo era diviso da due strade più larghe che lo percorrevano da nord a sud e da est ad ovest; al centro uno spiazzo abbastanza grande da poter essere utilizzato come luogo di riunione, per giudicare ed eseguire le condanne, per celebrare le solennità o le feste ed anche per l’istruzione che avveniva in modo molto semplice: il maestro riuniva gli allievi in semicerchio facendoli sedere su pelli o su panche ed impartiva le lezioni a quei bambini e ragazzi che non erano impegnati nelle attività pratiche come la pesca, la caccia o la coltivazione».
Tautom l’ascoltava attento e rapito: anche lui ora, camminava per quei viottoli ascoltando la vita delle famiglie. Gli pareva di sentire i profumi di pane che venivano dal grande forno comune posto ai lati del villaggio, anche se le case, soprattutto le più ricche, ne avevano uno piccolo ad uso famigliare.
«Ora ti racconto un aneddoto personale, di cui ancora provo vergogna» — continuò Astarte —. «Un giorno il saggio Shalam, sacerdote e insegnante, mi riprese perché non volevo imparare l’alfabeto ed i numeri ritenendoli inutili.
“Io viaggerò con mio padre e venderò al mondo il nostro grano” — dicevo spavalda.
“Bene” — mi fece notare il vecchio — e quando ti diranno di contare i sacchi?”
“Li conterò!”.
“E quando ti diranno di tracciarne il numero sul papiro o sul coccio?”.
Che figura rimediai di fronte ai miei compagni!
Shalam, come ti ho detto, era anche il sacerdote ed i riti propiziatori erano effettuati nel recinto sacro delimitato da pietre e cespugli di mirto posti in periferia, verso il bosco: un piccolo luogo di preghiera, un bet con a fianco una cisterna che raccoglieva l’acqua di una scarsa fonte che si disperdeva nel mare, e di fronte un altare per le offerte.
Ricordo ancora il giorno in cui mio padre Taaut mi aspettò davanti alla porta d’ingresso poco più in là con un largo sorriso. Vestito con la tunica bianca trafilata in oro utilizzata solo in occasioni particolari mi guardava sornione lisciandosi la barba.
La grande stanza principale era affollata da servitori: chi si occupava del fuoco, chi delle vivande e del vino; le cuoche spennavano, svuotavano i pesci dalle interiora e si predisponevano a cuocere un banchetto di cui ignoravo il motivo, ma che sicuramente doveva essere importante visto l’ordinato caos che vi regnava.
“Ma che…”
“Non lo immagini? Una vedetta mi ha appena avvertito che la flotta ha doppiato il capo dell’isola alta: da quella direzione non può che essere …”
“Attar”.
“Già, Attar, tuo marito. Ho già dato ordine alle schiave di preparare l’acqua per il bagno e rassettare la vostra camera: tutto deve essere in ordine per onorarlo convenientemente, visto che è per mare da molte lune. Preparati ad accoglierlo come si deve al suo ed al tuo rango.”
“Ringrazio Bes e te, padre, per avermi scelto l’uomo giusto” — dissi con una punta d’ironia nemmeno troppo celata — e, volgendo le spalle, mi avviai verso le stanze».
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