«L’alba sorse caricando il cielo e il mare di colori purpurei e nero bluastri che cambiavano di tonalità di minuto in minuto man mano che il sole si alzava. La piccola carovana a cui lo zio aveva a tutti i costi voluto aggregare una capra necessaria per il rito del sacrificio, si era incamminata per le spiagge bianche che ornavano le ampie insenature proseguenti verso est. Una leggera brezza rendeva piacevole il loro incedere. Il contatto della sabbia fredda sulle piante dei piedi offriva una benefica energia, talvolta rafforzata da onde del mare che giungevano a lambire le vesti, per l’occasione sostituite da tuniche di lana più corte al ginocchio che sarebbero state meno d’intralcio quando avessero affrontato i sentieri rocciosi o boscosi. Tutti parlavano sottovoce: l’unica che taceva, immersa nelle mie riflessioni ero io».
Che potrà mai rivelarmi la dea che io già non sappia? Che sono sterile forse, o che forse lo è mio marito? Ma il suo umore esce vigoroso quando mi ama dunque non posso che essere io il problema; ma agli dei cosa importa veramente di noi e della nostra progenie? Se esistono e sono eterni, noi passiamo e non c’è futuro per noi se non sotto questa terra buia. Ma se così fosse anche essi regnerebbero su una terra di morti: nessuno offrirebbe più sacrifici e preghiere. E la loro vanità —sorrisi amara— riceverebbe un duro colpo.
«Osservavo Belili e Agreo che conversavano scherzosamente e percepivo una sensazione come di gelosia».
Bella, spensierata età dei progetti e del futuro, che invecchiando diventano questi labili e quello nebuloso ed incerto.
«Così pensavo» — continuò il racconto — «mentre la baia sabbiosa lasciava il posto ad un sentiero appena tracciato sulla roccia. Incrociammo una barca a remi carica di persone che percorreva un breve tratto di mare verso una lingua di terra, poco più di uno scoglio di circa cinquecento passi di lunghezza sul quale sorgeva un santuario dedicato al dio Bes, sotto la cui protezione era stata affidata la città. Tutti gli imbarcati portavano offerte semplici: chi figurine di terracotta, chi cestini di frutta chi semplicemente mazzi di spighe o fiori legati da nastri colorati.
Il sentiero si stava facendo più accidentato, in quanto le scogliere diventavano sempre più erte ed il rischio di scivolare a perpendicolo nel mare un problema sempre più serio. Agreo ad un certo punto si ribellò al continuo salire e scendere: dopo quattro ore di cammino disagevole ritenne opportuno fermare la carovana per ragionare un nuovo percorso.
“Ora propongo una sosta per riposarci e riprenderci. Il sole è circa a metà del suo cammino dunque mangiare, bere e riposare non potrà che farci del bene. Inoltre scenderemo verso valle e percorreremo la strada principale magari aggregandoci a qualche carovana. Al calar delle tenebre ci sposteremo sulla costa dove potremo avere la scogliera alle spalle ed essere almeno certi di non subire nessun pericolo da quel lato. Troveremo senz’altro una radura con la visione sui tre lati non celata dai boschi. Accenderemo un fuoco protetto che non sia tanto visibile dall’esterno e noi uomini vigileremo a turno.”
“Potremmo accamparci con le numerose carovane di mercanti che viaggiano sulla strada” — osservò Belili.
“Non mi fido” — replicò Agreo —, “a meno di non conoscere qualcuno. Mi spiacerebbe diventare uno schiavo a Tiro all’insaputa di nostro padre. Sai quanto argento può rendere uno schiavo?”
“Io non sarò mai schiava” — dissi con convinzione.
“Ed io desidero essere solo la schiava di mia sorella Astarte” — ribadì Belili con convinzione.
“Sorella e schiava sono in contraddizione mia dolce amica”.
“Beh, io voglio stare solo con te o al massimo con Agreo”.
“Mi pare che tu ci stia già abbastanza con lui!” — risposi con un sorriso.
Dopo un pasto frugale di frutta, focacce e pesce secco che lo zio ci aveva abbondantemente fornito, piegammo verso l’interno essendo ormai le pareti della scogliera impraticabili. Senza perdere di vista il mare un sentiero appena tracciato si faceva luce nei boschi di pini e di mirto. Il frinire delle cicale faceva da contraltare al rumore della carovana. Finalmente raggiungemmo una strada più comoda e larga dove le persone transitavano a piedi o con i carri carichi del raccolto dei campi: tutti i prodotti che dall’interno venivano trasportati verso la città per il commercio locale o per essere imbarcati verso altre destinazioni più lontane. Giare di vino ed olio, manufatti di osso e pietre dure, oro lavorato in preziose rappresentazioni, sale, terracotta e opere in vetro soffiato transitavano nelle due direzioni.
Nella zona più interna dell’isola grandi forni estraevano argento e piombo dalle galene: ridotti in blocchi venivano condotti verso i porti per poter essere commerciati in tutto il mediterraneo. Ogni tanto una locanda offriva ristoro ai viandanti e qualcuno, più facoltoso, vi trascorreva la notte in stanze comunitarie.
“’Non fermatevi a dormire nelle taverne: correreste il rischio di essere derubati nel sonno anche per pochi denari; per non parlare poi del mulo e di tutto il resto che si involerebbero se non vigilati’” — aveva ammonito Taaut prima della loro partenza — “’Non voglio inoltre che vi riconoscano: potreste essere prede preziose ed io volgarmente ricattato’”.
Eppure incrociando quei mercanti non si aveva una sensazione così pericolosa. La maggior parte dei visi erano sorridenti e cordiali come di coloro che sono abituati a trattare con la gente. Donne, bambini, uomini ognuno andava verso il suo destino nella speranza di concludere un buon affare o una buona giornata».
Astarte si fermò qualche istante per mettere a fuoco nella sua mente altri ricordi, poi riprese.
«Percorremmo agevolmente un buon tratto di strada senza incidenti e verso sera decidemmo di accamparci su un promontorio che divideva una piccola baia verso ovest ed una più ampia verso est: malgrado fossimo tutti stanchi ed affaticati per il lungo viaggio a piedi, ci concedemmo, prima di installare il campo, un bagno ristoratore nelle fresche acque sottostanti. Mentre i due soldati, i servi e le serve si occupavano del campo notturno, Agreo era sceso sugli scogli per pescare. Ebbe fortuna: un paio di grossi pesci rallegrarono con il loro sapore il bivacco.
Dopo la frugale cena, quando già le stelle e la luna iniziavano ad attenuare il buio della notte, mi sedetti verso il mare per vivere quei momenti di solitudine e di riflessione che tanto amavo.
“Posso farti compagnia?”
Senza aspettare risposta Agreo si sedette vicino a me.
“Sorella mia presto avremo le risposte ai tuoi dubbi, spero. Anche perché così finirai per intristirmi le giornate. Io ho in mente quella persona che mi ha fatto da mamma ed ha colmato con il suo affetto i miei ricordi di una madre solo raccontata e mai conosciuta.
Ho in mente quella ragazza che a dieci anni mi insegnò a usare l’arco, la frombola, spaccando i cocci a quattrocento braccia, ed a tirare di spada; quella delle corse nei boschi e della caccia al caprone.
Di questa tutta agghindata ed educata ma triste e sola a non so che farmene”.
“Adorato fratello, i tempi della giovinezza sono cambiati purtroppo e noi con loro. Ognuno deve sostenere un ruolo nella vita, a ciascuno la sua parte. Ora sei grande ed una madre non ti serve più. Io sto ancora cercando il mio posto. E se Tanit vorrà, forse la strada mi verrà indicata. Non temere: la guerriera che è in me può essersi assopita ma non è morta e presto o tardi uscirà di nuovo di prepotenza a reclamare i suoi diritti. Ma anche ad un guerriero si impone il tempo delle riflessioni e dell’ascolto. Altrimenti gli errori possono costare la vittoria nelle battaglie. Abbi fiducia in me.”
Così dicendo lo strinsi in un tenero abbraccio dall’antico sapore.
La notte trascorse tranquilla nella tenda in compagnia di Belili, che non voleva assolutamente dormire da sola o con le altre ancelle, sistemate in un secondo riparo. Gli uomini avevano vegliato a turno. Il fuoco venne lasciato spegnere in quanto la luna rischiarava a sufficienza il luogo. Alcune fascine però erano pronte a ravvivarlo nel caso fosse stato necessario.
Smontato il campo ed effettuate le consuete abluzioni quotidiane il gruppo, il mattino dopo, si rimise in marcia.
“Se Bes vorrà raggiungeremo il boschetto sacro stasera e domani cara sorella potrai parlare con la dea.”
Così dicendo Agreo diede l’ordine di partenza.
Il percorso si presentava più agevole rispetto al tratto precedente anche perché i venti e il mare avevano scavato nelle rocce rosse un camminamento che, con la dovuta prudenza, si poteva seguire senza troppe difficoltà. Un susseguirsi di mirto, palme nane, pini marittimi, ginepri e sicomori ombreggiava il cammino rendendo la calda giornata di fine estate accettabile per i viaggiatori. Ogni tanto la carovana si fermava voltandosi indietro a vedere lo spettacolo delle spiagge dorate, rosee e nere che si alternavano ai loro occhi; il mare, più agitato in quel tratto, si frangeva sulle rocce sollevando ampi spruzzi che ricadevano sugli intrepidi molluschi aggrappati come un morente alla vita.
Seguendo la costa, avevano lasciato il sole che nasce a destra puntando verso nord ovest; qualche braccio di mare li separava dall’I-Magon, abitata solo da un pescatore solitario che si era impadronito dell’isolotto che non interessava nessuno fuorché a lui. Di fronte a loro si stagliava, come un dio disteso dormiente a proteggere quel mondo misterioso, la collina verde dove aveva sede il santuario di Tanit. Qualche brivido percorse la schiena delle donne ma anche degli uomini, consapevoli di raggiungere un luogo sacro. Continuando il cammino, alla fine della giornata raggiungemmo una baia ampia e protetta che una bella spiaggia profonda di un giallo intenso divideva dal mare. La spiaggia era incredibilmente vissuta verso l’interno dalCaliketoe dall’Agropireto; più dentro la vegetazione costiera lasciava lo spazio alle dune bianche e grigie con i loro cespugli diAmmofilaedEuforbia, mentre più in là l’Olivello spinosoe qualche cespuglio diEryngiorallegravano la vista con i loro fiori rossicci e gialli.
Un vento leggero increspava le onde che andavano a scorrere sulla battigia.
“Che posto meraviglioso — esclamarono Belili ed Amat, una serva normalmente silenziosa — ci possiamo fermare qui? Acqua bassa e sicura per il bagno!”
Mi sembravano ancora due adolescenti spensierate quando, correndo nell’acqua sollevavano grandi spruzzi e si bagnavano gridando di gioia. Come bambine talmente concentrate sul gioco da dimenticarsi dei bisogni e delle virtù, così Belili ed Amat, impacciate dalle tuniche bagnate tolsero velocemente gli abiti continuando i loro giochi vestite solo di acqua e vento.
Io le osservavo sorridendo: desideravo tuffarmi nuda con loro e giocare e ridere per affogare i miei pensieri e già la tunica stava scivolando ai miei piedi, quando la voce di Agreo mi bloccò.
“Ragazze fate piano, potremmo non essere soli!”
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