Cerca nel Franti
Protagonisti - Interviste e biografie

L’agguato

Tutto sembra procedere per il meglio, ma…

“Cosa intendi dire?” — lo interrogai sistemandomi la tunica sulla spalla.

“Vieni a vedere”.

Laddove la spiaggia terminava verso la parete rocciosa in un anfratto mi mostrò i resti di un bivacco: cenere e carbone di legna ormai spenti e freddi e diverse ossa testimoniavano un pasto, sia pure non recente.

“Qualcuno, e non credo dei nostri, ogni tanto si ferma qui. Non sappiamo nulla delle loro intenzioni: magari si tratta di cacciatori di passaggio, magari qualche pastore fermatosi a passare la notte; comunque siamo troppo esposti, sei uomini in questa posizione non potrebbero che soccombere di fronte a una dozzina di armati. Dobbiamo risalire la montagna e trovare uno spazio chiuso almeno da un lato, meglio se da due, per poterci concentrare in caso di attacco solo su uno o due fronti”.

“Parli come tuo cognato! Sembri un comandante in capo”  — lo punzecchiai, un pò preoccupata.

Agreo stavolta non sorrise. Con un tono che non ammetteva repliche continuò:

“Come ti ho già detto non voglio essere venduto come schiavo né voglio vedere te violentata da tutta la tribù prima di fare la stessa fine. Fai uscire dall’acqua quelle due sconsiderate e seguitemi in silenzio.”

In unica fila ci inerpicammo in uno stretto sentiero che dal fondo della cala saliva verso la parte più alta del dirupo. Agreo camminava avanti al gruppo seguito da due servi, le donne in mezzo con il capro e l’asino con le vettovaglie mentre i due soldati ed il terzo servo chiudevano la fila armi in pugno. Il cielo rapidamente si scuriva lasciando prevedere una notte senza luna ma con una lattiginosità opaca che non prometteva molto chiarore. 

Ci mancava anche questa—pensò Agreo —una notte senza luna in un posto che non conosco.

Affrettò il passo obbligando gli altri ad accelerare; quell’aria immota, quella luce senza ombre gli creavano angoscia aumentandone il senso di responsabilità al punto da sentire un grave peso sul cuore, quasi una sensazione fisica. Gli alberi ed i loro giochi dei rami sviluppavano in quel mesto chiarore fantasmi che la ragione allontanava ma che l’inconscio trasformava in reali. 

Chissà perché le tenebre ed il mistero che si cela con esse fanno riemergere le paure ancestrali, quelle che tutti i nostri antenati, a partire dal primo uomo sceso sulla terra, ci hanno in qualche modo trasmesso.

Forse sono gli spiriti che vengono a metterci in guardia; accidenti a quella cocciuta di mia sorella; se avesse accettato l’offerta di Attar a quest’ora saremmo di sotto con una trentina di armati e con un fuoco alto così ad arrostire i pesci. E accidenti alle mie paure: stiamo compiendo un pellegrinaggio sacro a Tanit, siamo sotto la sua protezione, cosa dobbiamo dunque temere?

«Così pensava tuo zio per darsi coraggio anche se sapeva in cuor suo che in caso di disgrazia o di qualunque calamità, tutta l’umanità, dèi o non dèi, se l’era sempre dovuta cavare da sola». 

Lo sguardo di Astarte corse ai pugnali ancora scintillanti alla luce del fuoco.

«A tali conclusioni era giunto Agreo quando un mercante proveniente dalla Grecia una sera raccontò le avventure di un comandante greco, scritte da un poeta di nome Omero che dopo la vittoria contro i Troiani, desiderando tornare a casa, per dieci anni fu ramingo per il mare e per le terre. E solo grazie alla sua volontà ed il suo ingegno, oltre alla casualità della moria, riuscì nel suo intento…

In me invece, tutto questo sentire sospeso infondeva una pace ed un equilibrio interiore. Il pensare che circa  mille passi più in su ilBetmi attendeva per l’intimo colloquio con la dea, mi rasserenava e mi tranquillizzava. Forse quel luogo magico già faceva effetto sullo spirito e sull’anima, forse gli amuleti mi proteggevano, forse…chissà. La rassegnazione e l’accettazione del destino mi rendevano così. Trassi di tasca i due amuleti e li osservai. In quello che dall’esterno evolveva verso l’interno vedevo il mio intimo pensare, vivere, riflettere; quello opposto mi invitava ad aprirmi al mondo esterno, a portare le mie esperienze agli altri. Li strinsi entrambi nelle mani: il primo avrebbe riguardato l’incontro con la dea Madre, il secondo l’avrebbe raccontato.

Infine raggiungemmo un piccolo pianoro che sembrava fatto per poter trascorrere la notte: una grotta fatta ad ‘L’ ci proteggeva le spalle mentre lo spiazzo davanti era una radura priva di vegetazione.

Agreo continuava a comportarsi come un comandante prudente ed esperto.

“Al fondo della grotta dove non potranno essere viste dall’esterno, sistemate le tende per il ricovero delle donne, il capro, l’asino e le vettovaglie; un fuoco ben mascherato dalle pietre con accanto tre torce pronte da accendere: i riflessi delle fiamme comunque non si dovrebbe notare molto poiché l’apertura guarda il mare. Alla periferia del perimetro del campo, distribuite rami, foglie secche ed arbusti spinosi: se qualcuno dovesse giungere silenzioso non ci coglierà impreparati. A circa dieci passi dalla grotta tre mucchi di legna secca resinosa intrisa di olio: la luce improvvisa disorienta sempre. Turni di guardia davanti alla grotta di due persone che si daranno il cambio quando quella stella là” — indicò con la mano nel cielo — “sarà a metà con l’orizzonte e quando vi sparirà. In ogni turno un soldato ed un servo armati.”

Così ci disponemmo a trascorrere la notte.

Tutto sembrava tranquillo e già si apprestava il primo cambio, quando il rudimentale sistema di allarme ideato per l’occasione si fece udire, fortunatamente in tempo. Uno scricchiolare di rami mise in allarme le sentinelle che, aguzzando la vista, poterono notare un movimento alla periferia del campo che subito cessò.

“Chiama Atreo, spicciati! Digli che abbiamo visite di animali a due gambe!” — fece in tempo a dire il soldato al servo che condivideva con lui la guardia.

Vistisi scoperti, una decina di uomini armati di spade ed asce, uscirono gridando dal limitare del bosco per avventarsi su quelle che avrebbero dovuto essere facili prede. Ci avevano seguiti dal nostro arrivo alla baia sottostante, indecisi se attaccarci o no ed infine avevano deciso di attendere il favore della notte; il loro scopo era di uccidere gli uomini ed impadronirsi delle merci e delle donne per rivenderle o tenerle per sé. Vestiti con pelli di animali tinte, sembravano assai tribali rispetto agli evoluti Fenici; i capelli lunghi e le barbe incolte aumentavano se possibile il loro terrificante aspetto.

Agreo, che si era concesso solo un dormiveglia, non ebbe bisogno di essere avvertito: al primo calpestio dei rami aveva compreso ed era balzato in piedi con la spada in pugno chiamando a gran voce i compagni che, insonnoliti risposero con esasperante lentezza.

“Avanti, avanti! Lance pronte, spade in pugno. Difendiamoci per Bes. Voi” — disse alle tre donne —“state in fondo alla grotta”.

Così urlando, prese a calci un riluttante servo e si precipitò ad affrontare i nemici che nel frattempo avevano già impegnato combattimento con i due soldati. Essendo addestrati all’arte della guerra essi tenevano testa ad almeno quattro uomini menando grandi fendenti con il bronzo delle armi e riparandosi con piccoli scudi da campagna che, pur non riparando tutto il corpo, erano tuttavia sufficienti per parare i colpi delle asce. Dopo qualche istante incerto, nel quale le alte grida erano soffocate dal frangersi delle armi, un primo degli assalitori giacque a terra nel suo sangue. 

Malgrado il loro valore però i due combattenti dovettero cedere qualche passo rientrando verso l’apertura della grotta per attendere i compagni; fu in quel momento che Agreo, l’altro milite ed i servi piombarono sul gruppo degli assalitori trafiggendone due all’istante. I tre che restavano in piedi fecero dietro front e tentarono di scappare verso il bosco, inseguiti dagli ingenui servi che, abbandonando il campo, dimezzarono le forze dei difensori. Si trattava infatti di una tattica elusiva: mentre altri tre uomini dei cinque restanti impegnavano con rinnovata lena il loro attacco ad Agreo ed agli stanchi soldati, due si intrufolavano non visti all’interno dell’antro.

All’apparire dei bruti alzammo alte grida per invocare i soccorritori: Amat svenne di lì a poco mentre i due concentrarono le loro attenzioni su Belili e su di me afferrandoci e tentando di stringerci le braccia al collo per impedire ulteriori strepiti. Non eravamo la facile preda che gli assaltatori pensavano ed allora decisero di passare alle maniere forti: il braccio intorno al collo di Belili si strinse con violenza con lo scopo di farle perdere conoscenza per poterci rapire più agevolmente, trascinandoci via esanimi. Vidi, più che sentirne la voce, la bocca di Belili gridare il mio nome: in rapida successione passarono nella mia mente le immagini di una ragazza inerme nelle mani dei suoi rapitori, abusata, umiliata, percossa, venduta o magari uccisa».

Tautom ascoltava esaltato le parole di sua madre ed il modo infervorato del suo tono: rivide in lei la forza, l’orgoglio e la fredda volontà di uccidere.

«Come la folgore che nel suo balenare, il cielo illumina per brevi istanti, così in un attimo in me riprese vigore il mostro guerriero della sopravvivenza, della lotta per la vita. Una forza sconosciuta e spaventosa proruppe in un grido selvaggio e disumano che sovrastò il clamore della battaglia. Ricordo come fosse oggi che estesi il corpo all’indietro per ridurre la presa dell’avversario, poi spostai il suo gomito per evitare che mi soffocasse. Con le mani, impugnai le possenti lame regalatemi da mio zio, e, con un rapido movimento del polso e della mano, spostando leggermente il corpo verso sinistra, vibrai un fendente nel fegato dell’assalitore, dal basso verso l’alto. Sentendosi colpito, con un meccanismo naturale di protezione, egli tentò di portare le mani alla ferita, lasciando la presa al collo. Fu proprio quello che attendevo: con la mano sinistra  spinsi l’altro pugnale fino al manico imprimendogli un movimento di torsione per provocare un danno maggiore. Il disgraziato, con tutto il peso del suo corpo appoggiato ai pugnali, si provocò un ampio squarcio mentre i visceri si spargevano a terra insieme al sangue nero.

L’altro compare rimase paralizzato da quella rapida sequenza e istintivamente allentò anch’egli la presa lasciando scivolare Belili a terra. 

Come un arco che lancia la freccia, mi rialzai di scatto spingendo il malcapitato con una tale violenza che la testa si fracassò contro un aguzzo spuntone di roccia lasciandolo lì appeso come novello unicorno a fare da monito ai viandanti.

La rabbia feroce non mi impedì tuttavia di vedere a terra l’amica e di precipitarmi in suo soccorso; con forza straordinaria la sollevai e tra la rabbia e le lacrime, temendola morta, mi sorpresi a gridare:

“’Cosa ti hanno fatto amore mio, cosa ti hanno fatto!’”

In questo turbinio di emozioni non mi rendevo conto che respirava. La deposi dolcemente a terra mentre una nuova sferzata di energia mi caricava le membra e la volontà di uccidere.

Con i pugnali in mano, il volto e le braccia intrise di sangue come il resto della tunica, stracciata dalla lotta, mi catapultai gridando fuori dalla grotta mentre Agreo era rimasto solo a fronteggiare i tre che, seppur feriti rappresentavano ancora una sicura minaccia. Con un balzo da fiera superai mio fratello ponendomi avanti a lui di fronte ai tre.

“Avanti cani! Venite a prendervi la morte, se ne avete il coraggio!”

Il meno malconcio dei tre, credendo di avere una facile vittoria, si avventò con la guardia fatalmente aperta, malgrado l’ascia in mano: con un salto in avanti, un calcio al volo lo raggiunse con violenza nei testicoli facendolo accovacciare, mentre contemporaneamente il pugnale lo colpiva laddove il cranio si giunge al collo.

Con un ulteriore grido che nulla poteva avere di umano urlai:

“Avanti cani, io sono Moloch e non vi temo!”

Nella foga del delirio avevo rovesciato un orcio di olio che, versatosi sulle fascine poste presso le braci, si incendiò di colpo facendo alle sue spalle una gran fiammata.

La vista dei compagni morti, gli occhi spalancati in una espressione assurda di puro terrore che le luci e le ombre amplificavano, quella voce innaturale preludio ad ulteriore terrore e distruzione, creò nei superstiti la suggestione di trovarsi veramente di fronte al dio del male e dei vulcani. Lanciando alte grida, questa volta di terrore, fuggirono ovunque immediatamente seguiti dai loro compagni che erano tornati indietro per dare man forte. Mentre i servi feriti in modo lieve rientravano alla spelonca,  improvvisamente persi le forze, cadendo prima in ginocchio e poi a terra. 

Ad Agreo, intervenuto per soccorrermi ebbi ancora la forza di chiedere:

“E Belili?”

“È salva, non temere!” 

Così svenni fra le sue braccia».


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.