Il libro che non vuole essere letto
C’è un libro di oltre mille pagine che si apre con l’autore che sconsiglia di leggerlo. Si tratta probabilmente del testo iniziatico più complesso e stravagante, ma non per questo meno trasformativo del suo genere. Non è per falsa modestia che Gurdjieff lo sconsiglia: lo fa con l’aria di chi ti avverte che la porta che stai per aprire dà su una stanza piena di spigoli.I racconti di Belzebù a suo nipotedi Georges Ivanovič Gurdjieff è questo genere di oggetto. Lo si cita molto, lo si possiede abbastanza, lo si legge pochissimo, e quasi nessuno arriva in fondo. Chi ci arriva, spesso, ne esce convinto di avere capito tutto oppure di non avere capito nulla, e le due condizioni a volte coincidono.
Questo dossier prova una cosa apparentemente modesta e in realtà temeraria: raccontare che cosa c’è dentro. Non quello che ci hanno visto i discepoli in estasi, né quello che ci hanno visto i detrattori in cerca del santone da smascherare, ma l’insegnamento che il libro effettivamente propone, capitolo dopo capitolo, tolto il travestimento linguistico che l’autore stesso ha cucito addosso alle idee. Senza dimenticare che quel travestimento non è un incidente: è parte del metodo, e va capito anche lui.
Chi era l’uomo che scriveva come un diavolo
Gurdjieff nasce ad Alessandropoli, nel Caucaso armeno-russo, in un anno che lui stesso ha contribuito a rendere incerto: tra il 1866 e il 1877, a seconda di chi si interroga. Padre greco, cantastorie e poeta orale; madre armena. Cresce a Kars, terra di confine dove convivono cristiani ortodossi, armeni, curdi, yazidi, tartari, e dove le religioni non sono capitoli di un manuale ma vicini di casa. Dice di aver passato la giovinezza a girare tra Asia centrale, Egitto, Tibet e monasteri irraggiungibili con un gruppo chiamato i Cercatori della Verità. Quanto ci sia di vero in questi viaggi è materia di dispute che durano da un secolo: nessuno ha mai trovato un documento che li confermi, nessuno ha mai dimostrato che siano inventati. È il genere di biografia che piace ai devoti perché non si può verificare e ai debunker per lo stesso motivo.
Più solidi sono i fatti successivi. Dal 1912 è a Mosca, dove raccoglie i primi allievi; nel 1915 vi incontra il giornalista e matematico Pëtr Uspenskij, che diventerà il suo divulgatore più celebre e poi il suo più illustre transfuga. La rivoluzione lo spinge a sud, poi a Tbilisi, Costantinopoli, Berlino, infine in Francia, dove nel 1922 apre a Fontainebleau, nel castello del Prieuré, l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo. Lì si lavora nei campi, si cucina per decine di persone, si studiano danze sacre di precisione millimetrica, si dorme poco. Nel 1924 un grave incidente d’auto lo lascia per giorni tra la vita e la morte. Quando si riprende chiude in gran parte l’Istituto e comincia a scrivere. Scriverà per oltre dieci anni, nei caffè parigini, leggendo ad alta voce i capitoli agli allievi, osservando dove si annoiavano o dove capivano troppo in fretta, e riscrivendo. Ecco un dettaglio da non perdere: il libro è stato tarato sul lettore come uno strumento musicale. Dove era troppo chiaro, Gurdjieff lo ha reso più oscuro. Apposta.
Il volume esce nel 1950, pochi mesi dopo la sua morte. È la prima di tre “serie” di scritti: la seconda èIncontri con uomini straordinari, la terza, incompiuta,La vita è reale solo quando “Io sono”. In Italia il libro circola da decenni ed è oggi pubblicato da Neri Pozza; nel nostro paese Gurdjieff deve parte della sua notorietà pop a Franco Battiato, che il “centro di gravità permanente” non se l’era inventato da solo.
L’intenzione dichiarata: demolire
Gurdjieff dichiara con insolita franchezza che cosa vuole fare a ciascuna delle tre serie. La prima, cioè questa, ha un compito che non è informare né consolare: serve a distruggere senza compromessi, nel pensiero e nel sentimento del lettore, le convinzioni e le opinioni radicate da secoli su tutto ciò che esiste al mondo. La seconda serie dovrebbe fornire il materiale per costruire qualcosa di nuovo, la terza aiutare a far nascere una rappresentazione del mondo reale.
Prendiamolo sul serio. Un libro che si propone di smontare le tue certezze non può essere scritto come un manuale, perché un manuale si limita ad aggiungere certezze nuove sopra quelle vecchie, con il risultato di un armadio più pieno e non di una testa più libera. Per smontare bisogna disorientare, far ridere, irritare, annoiare, sorprendere.Belzebùfa tutte queste cose, spesso nella stessa pagina.
La cornice: un diavolo in astronave
La trama è quasi una fiaba di fantascienza. Belzebù è un essere di straordinaria intelligenza che in gioventù, spinto da un orgoglio ancora immaturo, ha criticato l’ordinamento dell’universo. Per questo è stato esiliato in un angolo remoto della galassia, il sistema solare che Gurdjieff chiama Ors, cioè il nostro. Da lì, durante il lungo esilio, ha osservato e visitato sei volte un pianeta curioso abitato da esseri curiosissimi: la Terra e gli uomini. Ora è stato perdonato e torna a casa a bordo dell’astronave Karnak. Con lui ci sono il vecchio servitore Ahoon e il nipote Hassein, un ragazzo intelligente che fa domande. Il libro intero è la risposta di Belzebù a quelle domande: chi sono questi strani esseri a tre cervelli, perché si comportano in modo così assurdo, che cosa è andato storto.
La scelta del narratore è già un insegnamento. Belzebù è il nome del diavolo, il principe delle mosche, lo spaventapasseri di ogni catechismo. Gurdjieff gli affida il ruolo del testimone più lucido e compassionevole che l’umanità abbia mai avuto. È uno schiaffo garbato a ogni morale del bene e del male data per scontata, e insieme un trucco narrativo efficacissimo: l’umanità vista da fuori, da qualcuno che non ha nessun interesse a lusingarla, appare con una chiarezza che nessun antropologo di casa nostra potrebbe permettersi. È lo stesso espediente delleLettere persianedi Montesquieu o delMicromegadi Voltaire, portato però alla scala cosmica e con molta meno voglia di far bella figura nei salotti.
Il nipote Hassein, dal canto suo, siamo noi nella versione migliore: curioso, rispettoso, e soprattutto capace di provare pena per quegli esseri lontani, il che diventerà, come vedremo, una chiave del libro.
La lingua impossibile
Chi apreBelzebùincontra presto parole come Heptaparaparshinokh, Triamazikamno, Trogoautoegocrat, Kundabuffer, Hasnamuss, Okidanokh, Partkdolg. Alcune contengono radici greche, armene, turche, russe; altre sembrano inventate per il gusto di far inciampare la lingua. Le frasi si allungano per mezza pagina, con incisi dentro incisi, aggettivi in fila indiana, ripetizioni ostinate.
Le interpretazioni di questa scelta sono due, e conviene tenerle entrambe in tasca. La prima, cara agli allievi, dice che le parole nuove servono a impedire la lettura automatica: davanti a “amore” o “anima” la mente ha già pronta la sua definizione e smette di pensare, mentre davanti a “corpo Kesdjan” è costretta a fermarsi, a ricostruire dal contesto, a fare fatica. La fatica, in Gurdjieff, è sempre un ingrediente e mai un difetto. La seconda interpretazione, più maliziosa, osserva che una lingua iniziatica crea anche una comunità di iniziati, con tutti i rischi del caso: chi conosce le parole si sente dentro, chi non le conosce si sente fuori, e da lì al gergo di setta il passo è breve. Le due cose possono essere vere insieme, e lo sono quasi sempre in tutti i linguaggi specialistici, dalla teologia alla finanza.
In questo dossier useremo i termini originali solo quando servono e li tradurremo ogni volta in italiano comprensibile, sapendo di tradire un poco l’intento dell’autore. Il lettore che vorrà affrontare l’originale avrà comunque una mappa, che è meno del territorio ma più di niente.
Le istruzioni per l’uso

Prima ancora di cominciare, Gurdjieff consiglia di leggere ogni scritto tre volte. La prima come si legge abitualmente, cioè meccanicamente, come si sfoglia un giornale. La seconda come se lo si leggesse ad alta voce a un’altra persona. La terza cercando di penetrare l’essenza di ciò che è scritto. Solo allora, dice, si potrà contare di farsene un’opinione propria, giusta per sé.
Sembra un consiglio da maestro elementare, ed è invece il primo esercizio del libro. Le tre letture corrispondono, nel sistema gurdjieffiano, a tre modi diversi di essere presenti: la mente che scorre, l’attenzione che si mette nei panni di un altro, il tentativo di capire con tutto se stesso e non solo con la testa. Chi lo fa scopre che il libro cambia tra una lettura e l’altra, ovviamente perché è cambiato il lettore.
Il capitolo d’apertura si intitola “Il risveglio del pensiero” ed è una lunga, comica, divagante chiacchierata in cui l’autore si presenta come uno scrittore senza esperienza, si appella alla saggezza del Mullah Nassr Eddin (il Giufà o Nasreddin Hodja della tradizione mediorientale, che tornerà spesso con i suoi proverbi paradossali), e mette in guardia il lettore: se sei uno che tiene alla propria tranquillità e alle proprie idee, lascia perdere. È, a modo suo, un consenso informato.
Che cosa troveremo nelle prossime puntate
Il dossier procede seguendo i grandi nuclei dell’insegnamento, non l’ordine dei capitoli, che è volutamente labirintico. Nel secondo episodio racconteremo il mito centrale del libro, quello di un organo impiantato nell’uomo all’alba della sua storia e poi rimosso, che ha lasciato però conseguenze durevoli: la ragione per cui, secondo Belzebù, vediamo il mondo alla rovescia. Nel terzo affronteremo la cosmologia, le due leggi fondamentali del Tre e del Sette e l’idea, sorprendente e un po’ inquietante, di un universo fondato sul nutrimento reciproco. Nel quarto parleremo dei messaggeri inviati dall’alto, da Buddha a Gesù fino al misterioso Ashiata Shiemash, e del modo sistematico in cui gli uomini hanno deformato tutto ciò che avevano ricevuto. Nel quinto passeremo alla diagnosi della civiltà: guerre, arte, educazione, medicina, stampa, viste dall’astronave. Nel sesto arriveremo alla parte pratica, cioè al lavoro su di sé, ai doveri dell’essere e alla possibilità di diventare qualcosa che ancora non siamo. Nel settimo e ultimo ci chiederemo come leggere oggi tutto questo senza farsene leggere: che cosa regge, che cosa scricchiola, dove finisce l’insegnamento e dove comincia il culto del maestro.
Un’avvertenza, prima di imbarcarci sul Karnak. Gurdjieff non chiede di essere creduto. Chiede di essere verificato, con la propria esperienza, su se stessi. È un’esigenza che vale anche per chi lo racconta. Prendete quindi quello che segue come si prende la descrizione di un sentiero di montagna: utile per orientarsi, inutile se non ci si mette gli scarponi.
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