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Cover Stories - Temi di riflessione

L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivolta

L’ordine la chiama disordine, la piattaforma interazione: due conteggi della stessa folla, uno conta i danni, l’altro i minuti. Dalla prima piazza connessa a quella convocata da un video, il controllo è passato dall’interruttore al termostato. Ma se la piazza in cui il disagio si riconosce è la stessa che lo misura, esiste ancora una piazza che non sia stata progettata da qualcun altro?

Piazza della Repubblica

Milano e Bologna, Tunisi e il Cairo, gli episodi cambiano, la piazza no. Le piazze che si riempiono e generano rivolta attraversano tutta la storia delle civiltà, dall’agorà greca a oggi, e quella che si è riempita potrebbe essere una qualunque, dovunque e in ogni epoca. Ciò che muta non è lo spazio, ma la strada che vi conduce: ieri il volantino, oggi l’algoritmo. Una tessera, non il mosaico.

Una piazza si riempie. C’è chi arriva per curiosità, chi per rabbia, chi perché ci sono gli altri. Poi, a un certo punto, qualcosa si rompe. Le piazze che si riempiono e generano azioni di rivolta sono una costante della storia delle civiltà. C’erano prima dei social network, prima degli stati moderni, prima delle cronache che le raccontano, nell’agorà greca come nel Foro romano dopo le Idi di marzo, nelle città medievali insorte contro i signori, con i Ciompi a Firenze, nella Napoli di Masaniello, nelle capitali delle rivoluzioni borghesi.

Ogni epoca ha avuto la sua piazza, ogni piazza il suo dissenso e la sua rabbia. Le più recenti si sono riempite in città diverse, nello stesso fine settimana, in parte convocate da uno schermo ed in parte da aggregazioni spontanee, e la piazza di cui si parla qui potrebbe essere una qualunque, in qualsiasi parte del mondo, in qualsiasi tempo.

Chiamarla per nome

Nelle cronache di quei giorni le parole si sono ripetute, disordini, scontri, vandalismi, devastazioni, saccheggi, guerriglia urbana. Le voci ufficiali hanno aggiunto teppisti, violenti, città messe a ferro e fuoco.

Ciascuna parola è esatta per ciò che inquadra. Disordine misura l’effetto sull’ordine pubblico, vandalismo il danno alle cose, teppismo la colpa di chi agisce. Nessuna, di per sé, dice da dove venga il gesto. Così la vetrina rotta resta una vetrina rotta, il ragazzo a volto coperto resta un ragazzo a volto coperto. La piazza viene raccontata come un incidente, non come una risposta ad una domanda che va posta.

Rivolta è un’altra parola. Viene da rivoltare, volgere all’indietro, capovolgere, indica un movimento contro qualcosa, quindi una relazione. Non cancella la vetrina né il saccheggio. Li contiene, ma li riporta alla domanda che li precede. Camus vedeva nell’uomo in rivolta qualcuno che dice no e che, nello stesso gesto, afferma un limite oltre il quale non si deve andare. La rivolta non ha programma, e in questo si distingue dalla rivoluzione. Non ha capi, e in questo somiglia alle piazze convocate da un video, da un passaparola e da aggregazioni strada facendo. È un rifiuto prima di essere un progetto. Per questo le cronache la chiamano disordine, dal punto di vista dell’ordine, è esattamente ciò che è.

Resta da chiedersi che cosa riesca ad ascoltare chi la chiama soltanto disordine.

Disordine e interazioni

La piazza di adesso, però, viene nominata due volte. Ogni piazza riceve il suo nome da chi la governa. L’ordine la chiama disordine; la piattaforma la chiama interazione. Sono due conteggi della stessa folla, uno conta i danni, l’altro i minuti, le interazioni, le condivisioni e i commenti.

Il secondo nome è meno noto, ma più preciso.

Una rivolta, lì, è un contenuto di tendenza. Il video che la mostra ha una copertura, un tasso di visione completa, un picco orario. Il ragazzo a volto coperto è un profilo con le sue preferenze, la vetrina rotta è un fotogramma che trattiene lo sguardo qualche secondo più della media. Nessuna di queste parole è falsa. Come quelle delle cronache, sono esatte per ciò che inquadrano. E come quelle, non dicono da dove venga il gesto. Dicono quanto è stato guardato.

La piazza in cui il disagio trova parole è anche quella che lo misura. E ciò che si misura, prima o poi, si amministra, si controlla e si governa.

La prima piazza connessa

Quando le prime piazze si sono riempite passando per uno schermo, lo schermo serviva a scavalcare un muro. In paesi dove l’informazione apparteneva allo Stato, un telefono con una fotocamera bastava a mostrare ciò che i telegiornali tacevano e a fissare un luogo e un’ora. Le radici del rifiuto erano antiche, decenni di potere senza ricambio, reti di quartiere, legami di fabbrica e di stadio, luoghi in cui ci si conosceva da prima. Il digitale accelerava qualcosa che esisteva già.

Il controllo, allora, era verticale, e si vedeva. Il potere che temeva la piazza spegneva la rete, oscurava i siti, chiudeva le linee mobili. Aveva la forma di un interruttore, e chi lo azionava aveva un volto. La lotta aveva due parti riconoscibili, chi voleva parlare e chi voleva impedirglielo.

La piazza convocata da un video

La piazza di adesso si riempie in un altro modo. Nessuna organizzazione la convoca, nessun partito ne rivendica la regia, un video gira, un canale di messaggistica fissa un’ora, un profilo anonimo rilancia. In città diverse, nello stesso fine settimana, la stessa miccia accende piazze che non si conoscono tra loro. La scintilla è ancora un evento locale, o un segnale che viaggia su frequenze comuni?

La velocità supera la capacità di chiunque di contenere, interpretare, rappresentare, forze dell’ordine, organizzazioni politiche, gli stessi partecipanti. Ne nasce una protesta senza referenti, che nessuno può trattare perché nessuno può parlare a suo nome. Il no della rivolta è lo stesso di sempre. È cambiato il luogo in cui viene pronunciato, prima di arrivare in strada, e dopo il potere istituzionale corre ai ripari decretando norme di controllo e sorveglianza dell’imprevedibile.

Dall’interruttore al termostato

Il controllo che si vedeva aveva la forma di un interruttore, acceso o spento. Quello di adesso somiglia piuttosto a un termostato. Non spegne nulla. Misura la temperatura e regola, di continuo, stanza per stanza.

Le piattaforme non lo nascondono. Descrivono i propri sistemi di raccomandazione, cioè i meccanismi che decidono quale contenuto mostrare a ciascuno, come strumenti che imparano dalle interazioni, che cosa si guarda, che cosa si condivide, che cosa si commenta, se un video viene seguito fino in fondo. Il criterio è dichiarato. Non serve attribuire intenzioni a nessuno, basta prendere sul serio la descrizione. Conta ciò che lo Stato ci impedisce di dire, certo. Ma conta sempre di più ciò che il flusso ci porta a sentire.

Una piazza che si forma dentro questo meccanismo ne eredita il criterio. Il contenuto che circola di più non è quello che spiega meglio il disagio, ma quello che si guarda più a lungo. Una rabbia articolata, con richieste e controparti, è lenta da guardare. Una rabbia cieca è uno spettacolo, come accade nei dibattiti televisivi, dove gli ascolti s’impennano quando si scatenano liti e urla.

Entrare nella storia, uscirne

Anche il dissenso e la rabbia hanno cambiato oggetto. La prima piazza connessa chiedeva un’identità politica e una dignità negata, era una rabbia ed un dissenso con un futuro dentro, l’idea che cambiando la struttura si potesse entrare in un mondo diverso. La piazza di adesso nasce da altro, dalla sensazione che il mondo si stia chiudendo, lavoro incerto, discriminazioni, affitti, prezzi che corrono più dei salari, spinta al consumo del lusso e dell’apparire, con una pressione costante a stare al passo. Chi si sente vittima del sistema più che parte di esso non chiede di entrare in qualcosa. Constata di esserne fuori, ma anche che il sistema è obsoleto.

Il flusso è spesso l’unico luogo in cui questo disagio viene riconosciuto. Un video di rivolta, per chi lo guarda dal proprio telefono, è più di un’informazione, è una conferma. Qualcun altro sente la stessa cosa. Ma la conferma dura quanto il contenuto che la porta., poi tutto scorre via. Si guarda, si condivide, si scorre. La rivolta entra nel flusso accanto alla ricetta e al video musicale, con lo stesso diritto e la stessa scadenza. E domani è un altro giorno.

Un edificio, non un attrezzo

È molto comodo pensare alla tecnologia come a un attrezzo neutro, in attesa di essere usato bene o male. Un edificio funziona diversamente, non aspetta, dispone. Decide dove sono le porte, quanto sono larghi i corridoi, dove ci si ferma. Chi lo attraversa può andare dove vuole, dentro le stanze che ci sono.

La prima piazza connessa doveva abbattere un muro che si vedeva. Quella di adesso si muove dentro un edificio che ospita la protesta e intanto la conta, la ordina, la controlla, la ripropone a chi è più probabile che la guardi. Il dissenso arriva in strada già passato per un’altra forma, quella del contenuto.

Ma se la piazza in cui il disagio si riconosce è la stessa che lo misura, lo frammenta e infine lo porta al mercato, dove può ancora diventare qualcosa di diverso da un contenuto?

Esiste una piazza, digitale o fisica, che non sia stata progettata da qualcun altro?


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Massimo V.A. Manzari
Knowledge broker (mediatore conoscenza) e membro del team ideativo di Il Franti.
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Massimo V.A. Manzari

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