L’apertura è già stata fatta. L’articolo che ha inaugurato questa serie conteneva un indizio, una parola sola: “agnotologia”, la produzione deliberata di ignoranza. Ora procediamo.
“Doubt is our product” («Il dubbio è il nostro prodotto»), si leggeva nel 1969 in un memorandum interno di Brown & Williamson, poi divenuto famoso quando, negli anni Novanta, i documenti dell’industria del tabacco finirono nelle aule dei tribunali americani. Il dubbio è il nostro prodotto, perché è il miglior modo di competere con il corpo di fatti già presente nella mente del pubblico.
La formula, ricostruita da Naomi Oreskes ed Erik Conway in Merchants of Doubt (2010, «mercanti del dubbio») e da David Michaels in Doubt Is Their Product (2008, «il dubbio è il loro prodotto»), non descrive soltanto la strategia di Philip Morris e R.J. Reynolds.
Descrive una grammatica industriale: si vende il prodotto, si nega il danno, si finanzia l’incertezza scientifica, si ritarda la regolazione, e quando il danno è conclamato si vende anche la cura.
Lo abbiamo visto con l’amianto (le fibre del cemento-amianto Eternit, oggi causa principale di mesotelioma in Italia), con il piombo tetraetile (additivo della benzina dagli anni Venti, vietato in Europa solo nel 2000 dopo decenni di danni neurologici nei bambini), con il DDT (l’insetticida del dopoguerra, denunciato da Rachel Carson nel 1962, vietato in Italia nel 1978), con il Vioxx (antinfiammatorio Merck ritirato nel 2004 dopo decine di migliaia di infarti documentati internamente prima della commercializzazione), con i combustibili fossili (negazione coordinata del riscaldamento climatico per quattro decenni, secondo quanto attestato dai documenti interni di ExxonMobil resi pubblici nel 2015). E lo abbiamo visto, in Italia, con la diossina. ↗ dossier §1
Il 10 luglio 1976 una nube di 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina uscì dal reattore A101 dello stabilimento ICMESA di Meda. I responsabili dell’azienda sapevano, come emerse dalle carte del processo di Monza, che un aumento della temperatura di reazione rendeva il processo produttivo «notevolmente più rapido, con una netta riduzione dei costi», aumentando parallelamente la formazione di TCDD. La popolazione fu informata otto giorni dopo. ↗ dossier §2 Cinquant’anni dopo, la vicenda di Seveso è stata archiviata come «disastro ambientale», una cornice che, come vedremo, è parte del problema.
Oggi la questione torna, in forma diversa. Non più nubi visibili sopra il Bosco delle Querce, ma flussi algoritmici invisibili; e, accanto ad essi, un’altra epidemia farmacologica silenziosa: dodicimila italiani muoiono ogni anno per infezioni da batteri antibiotico-resistenti (ECDC, 2024), il primato europeo ↗ dossier §3; il consumo di benzodiazepine è cresciuto del 5,2% l’anno tra il 2015 e il 2021 ↗ dossier §4; l’1,17% dei ragazzi italiani tra 12 e 17 anni assume psicofarmaci (antipsicotici, antidepressivi, stimolanti per l’ADHD) con una prevalenza più che raddoppiata dal 2016 ↗ dossier §5.
Questa non è un’analogia retorica. È una domanda strutturale.
L’agnotologia: nome, storia, copione
La pratica ha un nome, e una disciplina che la studia. Agnotologia è il termine: dal greco agnōsis (ἄγνωσις, «non-conoscenza») e -logia (-λογία, «studio di»). Lo conia nella primavera del 1992 il linguista e storico sociale irlandese Iain Boal, su richiesta dello storico della scienza Robert N. Proctor (Stanford), che ne avverte l’esigenza concettuale, ma non la denominazione. Proctor lo riconosce nell’apertura dell’antologia Agnotology: The Making and Unmaking of Ignorance (Stanford University Press, 2008), curata con Londa Schiebinger: «Nel 1992 posi questa sfida al linguista Iain Boal, e fu lui a coniare il termine agnotologia, nella primavera di quell’anno». Il concetto era già presente, senza nome, in Cancer Wars di Proctor (1995), e troverà la sua applicazione massiccia in Golden Holocaust dello stesso autore (2011).
Lo studio formale dell’ignoranza prodotta deliberatamente, dunque: non l’ignoranza come assenza di sapere, ma l’ignoranza come prodotto industriale, fabbricata su commissione.
Il punto centrale, ripreso da Naomi Oreskes ed Erik Conway in Merchants of Doubt(2010, «mercanti del dubbio») e da David Michaels in Doubt Is Their Product(2008, «il dubbio è il loro prodotto»), è che la stessa ristretta cerchia di consulenti, scienziati con buona reputazione, studi di public relations come Hill & Knowlton, agenzie di lobbying e think tank ha applicato per decenni le stesse tecniche, dalla negazione dei danni del fumo a quelle delle piogge acide, del buco dell’ozono e del riscaldamento globale.
Non malafede di singoli: una regia ricorrente, sostenuta da una struttura di incentivi in cui il profitto è privato e immediato, mentre il costo dei danni è collettivo e posticipato.
Il copione, ricomposto dagli studiosi su decenni di documenti interni resi pubblici nei procedimenti giudiziari (Truth Tobacco Industry Documentsdell’University of California San Francisco, in primis), si svolge in sei scene quasi identiche a sé stesse, qualunque sia il prodotto:
- Immissione sul mercato a onere della prova invertito. Il prodotto è venduto prima che la sua sicurezza sia dimostrata; tocca a chi subisce il danno provare il nesso causale, dopo.
- Emergenza di evidenze interne. I primi dati sui danni compaiono negli archivi riservati o nei laboratori dell’azienda, anni o decenni prima di diventare pubblici.
- Negazione pubblica e manifattura dell’incertezza. Si finanziano ricerche parallele, si contestano i dati indipendenti, si diffonde dubbio scientifico anche dove la comunità scientifica è in sostanziale accordo.
- Ritardo regolatorio. Lobbying, white paper di facciata, finte associazioni civiche («associazioni civetta» o front groups), porte girevoli tra azienda e regolatore: tutto ciò che serve a guadagnare tempo prima di una norma vincolante.
- Danno conclamato. Il danno diventa innegabile, di solito per un incidente spettacolare, una denuncia di un informatore interno (whistleblower) o un’evidenza epidemiologica troppo grossa per essere ignorata.
- Transazione e socializzazione dei costi. Accordi milionari o miliardari chiudono il contenzioso senza ammissione formale di responsabilità; il costo della bonifica e delle cure mediche resta a carico dello Stato e della collettività.
- Estensione contemporanea: la monetizzazione della cura. Chi ha causato il danno entra anche nel mercato della sua riparazione. La famiglia Sackler, dopo aver scatenato la crisi degli oppioidi, finanziava centri di ricerca che ne portavano il nome. L’industria del tabacco ha investito in cerotti alla nicotina. Le piattaforme digitali oggi finanziano ricerca sul «benessere digitale» mentre i loro algoritmi ottimizzano l’engagement prolungato. Il copione, in questa versione aggiornata, non si limita a vendere il prodotto e negarne il danno: vende anche la cura del danno che ha prodotto.
La settima scena non è di Robert Proctor né di Oreskes-Conway, il canone agnotologico classico si ferma alla sesta.
La sua teorizzazione rimanda piuttosto a un altro filone di ricerca, quello sulla regulatory capture, la cattura del regolatore, cioè la tendenza strutturale di un’agenzia pubblica nata per regolare un’industria a finire per operarne nell’interesse.
Il paradigma viene tradizionalmente fatto risalire al saggio di George J. Stigler del 1971, benché Stigler stesso non usi mai esplicitamente l’espressione: è la letteratura successiva (Peltzman, Becker) a coniarla, per etichettare la tesi stiglerina per cui «la regolazione è acquistata dall’industria ed è disegnata e gestita primariamente nel suo interesse».
La sua applicazione al farmaco è stata sistematizzata da Liza Vertinsky nel 2021; in Italia, il «rischio di cattura del regolatore» delle autorità amministrative indipendenti è stato frequentato da Sabino Cassese e dall’IRPA da lui fondato. Tre piani teorici che convergono su un’unica intuizione, ovvero il paradosso della responsabilità corporate e l’assunzione apparente di responsabilità senza ammissione legale di colpa, chiude il ciclo agnotologico riaprendolo come ciclo di mercato. Il rimedio monetizzato diventa la nuova frontiera del prodotto.
Riconoscere il copione non significa pretendere che ogni caso vi corrisponda esattamente.
Significa avere a disposizione una grammatica che permette di leggere casi distanti nel tempo e nello spazio, dall’amianto all’algoritmo, dall’OxyContin alle PFAS, dal piombo tetraetile al companion chatbot, riconoscendo che la struttura ricorrente non è una coincidenza.
Per non lasciare lo schema come pura astrazione, basta nominare. Casale Monferrato, Seveso, Porto Marghera, Trissino, Taranto, Brescia, Spinetta Marengo: ciascuno è una variazione, italiana, di queste sei più una scene; ciascuno verrà ripreso nelle prossime puntate con i suoi documenti, le sue sentenze, i suoi morti contati. Ma la sola scia dei nomi basta a stabilire che non parliamo di ipotesi astratte: parliamo di una geografia documentata del danno italiano, sedimentata in mezzo secolo di vicende industriali.
Una prima sosta: l’ignoranza si fabbrica
Siamo partiti dall’agnotologia, un termine sconosciuto che però nomina qualcosa che già intuivamo senza saperlo mettere a fuoco. Ora un nome ce l’abbiamo, e con esso un’idea precisa: l’ignoranza può essere prodotta, fabbricata. Possiamo procedere nei mercati della salute.
Un’ultima precisazione, prima di avviarci alla prossima tappa del viaggio.
Se per un attimo abbiamo pensato che agnotologia e fake news fossero la stessa cosa: no.
Le fake news possono servire a consolidare un’ignoranza fabbricata su misura, ma sono uno strumento, non il prodotto. E sono materia di un altro discorso, che abbiamo già affrontato: la propaganda.
LA SERIE COMPLETA
- Spoiler: I mercati della salute
- I mercati della salute: il silenzio dei colpevoli
- I — La grammatica del dubbio come prodotto ( prossimamente)
- II — I colpevoli silenziosi dell’ambiente e del corpo ( prossimamente)
- III — Il farmaco come prodotto e come sintomo ( prossimamente)
- IV — Il danno digitale e l’emozione come merce ( prossimamente)
→ Dossier navigabile: fonti, dati, sentenze
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