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Faggin e la macchina che non si sveglierà mai

A Padova nasce P49, hub dell’AI «umano-centrica». Faggin, che nega la coscienza alle macchine, torna a costruirle: convinzione o etichetta di mercato?

estratto

C’è un’immagine da mettere in cornice prima di discutere se P49 sia una buona idea o l’ennesima: l’uomo che nel 1971 ha disegnato il primo microprocessore commerciale torna in Italia dopo mezzo secolo e fonda una società di intelligenza artificiale. Fin qui, notizia banale. Il punto è che Federico Faggin è anche il più radicale critico della premessa su cui poggia l’intero settore: da vent’anni sostiene, con un edificio teorico faticato e controcorrente, che nessuna macchina sarà mai cosciente, e che ciò che è algoritmico non è nemmeno intelligente nel senso pieno del termine. Non è una contraddizione: proprio perché lo strumento non capisce, dice lui, l’uomo deve tenere le mani sul volante. «Umano-centrica» come necessità logica, non come slogan. Se non fosse che «human-centric» è, nel 2026, la parola d’ordine più inflazionata del comparto europeo — quella che si mette sul documento per farlo passare — e che il lessico intorno a P49 (società benefit, comitato etico, manifesto etico) è parola per parola quello che oggi vende. Come distinguere la convinzione ventennale dall’involucro di marketing, se usano le stesse identiche parole? A questo si aggiungono i progetti: una piattaforma legaltech in un campo affollatissimo, una musica generata da AI che promette di «remunerare artisti digitali» (quali, se la genera la macchina?), un computer multi-agente, e la nebulosa promessa di «LLM italiani» in un panorama reale ma sottofinanziato e due ordini di grandezza dietro i modelli di frontiera. Il test vero non è se P49 mantiene le promesse di prodotto. È se la premessa di Faggin sopravvive al contatto con la cosa che ogni impresa deve fare: vendere. Quando l’AI umano-centrica deve far cassa, quale uomo resta davvero al centro?

A Padova nasce P49, hub dell’intelligenza artificiale «umano-centrica». Il fisico che ha reso possibile la computazione moderna, e che da vent’anni ripete che nessun computer sarà mai cosciente, torna a costruirne. Coerenza filosofica o password del 2026? Conviene tenere aperte entrambe le porte.


C’è un’immagine che andrebbe messa in cornice, prima ancora di discutere se P49 sia una buona idea o l’ennesima. L’uomo che nel 1971 ha disegnato l’Intel 4004 — il primo microprocessore commerciale, la scheggia di silicio da cui discende tutto ciò che oggi chiamiamo digitale — torna in Italia dopo più di mezzo secolo di California e la prima cosa che fa è fondare una società di intelligenza artificiale. Fin qui la notizia è quasi banale: un pioniere ottuagenario che non si arrende, il capitale simbolico investito nel territorio d’origine, il Veneto che si candida a hub. Il comunicato scrive da solo.

Il punto è un altro, e non lo trovate nel comunicato. Federico Faggin è, da almeno vent’anni, il più radicale critico della premessa su cui poggia l’intero settore in cui ha appena rimesso i piedi. Non un luddista, non un catastrofista alla moda: un metafisico. La sua tesi, ripetuta in un’autobiografia del 2019, in un saggio uscito per Mondadori nel 2023, in interviste che chi lavora nell’AI tende a non citare, è che la macchina non pensa e non penserà mai. Non perché sia ancora troppo piccola, o troppo lenta, o mal addestrata. Perché è la cosa sbagliata. Un bit è un simbolo, e un simbolo non significa niente per conto proprio: siamo noi a dargli senso. Qualsiasi impilamento di simboli, per quanto vertiginoso, resta secondo Faggin una torre senza dentro. L’intelligenza vera — quella che comprende, non quella che completa la frase successiva — richiede coscienza, e la coscienza, insiste lui, non è un fenomeno che si possa spremere fuori da un calcolo.

Vale la pena fermarsi un secondo, perché qui si annida la parte scomoda. La teoria che Faggin ha elaborato con il fisico Giacomo Mauro D’Ariano non è un vago spiritualismo da conferenza motivazionale: è un edificio preciso, il Quantum Information Panpsychism, secondo cui la coscienza e il libero arbitrio non emergono dalla materia ma la precedono, alloggiando nei campi quantistici che scelgono, letteralmente, quale realtà far accadere. È una posizione minoritaria, difficile da falsificare, che nell’accademia raccoglie tanta ammirazione quanto scetticismo. Ma è genuina, faticata, controcorrente. Non è la scorciatoia di chi cerca applausi facili: costa reputazione, non ne rende.

E allora ecco la tensione che rende questa storia interessante, e che nessun ufficio stampa ha voglia di illuminare. L’uomo che sa meglio di chiunque altro come funziona una macchina — perché le macchine le ha inventate — è anche quello che nega loro l’anima con più fermezza di qualsiasi filosofo. E questo stesso uomo mette il proprio nome, il proprio capitale e la propria faccia su un’impresa che vende intelligenza artificiale. Sembra una contraddizione. Non lo è, o almeno non nel modo in cui la si liquiderebbe con una battuta. Proprio perché la macchina non è cosciente, dice Faggin, l’uomo deve restare al centro: non come slogan, ma come necessità logica. Se lo strumento non capisce, chi capisce deve tenere le mani sul volante. «Umano-centrica» non è un valore aggiunto morale, in questa lettura: è una descrizione tecnica di dove deve stare il significato.

Se il ragionamento finisse qui, avremmo un bel ritratto edificante e potremmo andare a cena. Ma il dubbio, quello serio, funziona in due direzioni, e la seconda direzione punta proprio contro la storia bella che ci siamo appena raccontati.

Perché «human-centric» è, nel 2026, la parola d’ordine più inflazionata dell’intero comparto europeo dell’intelligenza artificiale. La pronunciano la Commissione, le software house, i consulenti, gli assessorati, le startup che campano tre trimestri. È il timbro che si mette sul documento per farlo passare. E il vocabolario che circonda P49 — società benefit, comitato etico, manifesto etico, «beneficio comune», l’uomo liberato dalla «dittatura degli algoritmi» — è esattamente, parola per parola, il lessico che oggi vende. Il che ci lascia con un problema di distinzione che il lettore deve risolvere da solo, perché nessuno gliela risolverà: quanto di ciò che sentiamo è la convinzione ventennale e scomoda di Faggin, e quanto è l’involucro di marketing in cui ogni impresa del settore si avvolge per essere presa sul serio? Le due cose usano le stesse identiche parole. Da fuori sono indistinguibili. E il fatto che dietro ci sia una biografia intellettuale autentica non impedisce che l’autenticità venga, come ogni cosa, confezionata e messa a scaffale.

Un dettaglio minore aiuta a tenere alta la guardia. A seconda di quale cronaca locale si apra, in P49 lavorano «una decina di giovani creativi» oppure «una ventina di persone». Due cifre, lo stesso giorno, la stessa azienda. Non è una bugia, è come funzionano i comunicati: rotondi, elastici, ottimisti nella stessa misura in cui sono vaghi. Chi legge notizie di lancio dovrebbe tatuarsi questa piccola oscillazione da qualche parte.

Poi ci sono i progetti concreti, che sono il vero banco di prova, perché le filosofie si giudicano da dove atterrano. Tre, per ora. Il primo, Giurify, è una piattaforma di AI per il settore legale: consultazione normativa, redazione di contratti, con la possibilità di far validare gli output da professionisti in carne e ossa. Ottimo, se non fosse che il legaltech è oggi il campo più affollato d’Europa, dove chiunque abbia un’API e un database di sentenze si proclama rivoluzionario. La validazione umana come rete di sicurezza è la mossa giusta, coerente con la premessa; resta da vedere se è una scelta di metodo o l’ammissione, in filigrana, che il modello da solo sbaglia troppo per fidarsene.

Il secondo progetto merita un sorriso, perché è quasi troppo bello. Music Republic produce musica generata dall’intelligenza artificiale per negozi, ristoranti, hotel e palestre, con licenza commerciale inclusa, e — questa è la frase — «remunera una nuova generazione di artisti digitali». Fermiamoci sulla parola. Se la musica la genera l’AI, chi sono gli artisti digitali che vengono pagati? L’uomo che ha scritto trecento pagine per spiegare che una macchina non è creativa perché non è cosciente adesso ha un’impresa che vende sottofondo sintetico alle sale pesi. Non è ipocrisia, con ogni probabilità: è la solita, onesta tensione tra la filosofia — dietro ogni output c’è sempre un umano che decide, orienta, sceglie — e il modello di business, che consiste nel vendere a costo marginale prossimo allo zero un prodotto che prima pagavi a chi lo suonava davvero. La domanda non è retorica. È che genere di «centralità dell’uomo» sopravvive quando l’uomo al centro è, nella pratica, il cliente che risparmia sui diritti SIAE.

Il terzo, Miky, è un computer autonomo pensato per ospitare più agenti di AI che lavorano in parallelo, venduto come tecnologia «accessibile anche ai non tecnici». Categoria nobile e categoria affollata insieme: l’idea di impacchettare gli agenti in una scatola amichevole è, in questo momento, il sogno ricorrente di mezza Silicon Valley e di tutti quelli che la inseguono. Si giudicherà quando lo si vedrà funzionare, non prima.

Resta la direttrice più ambiziosa e, non a caso, la più nebulosa: gli «LLM italiani» tra i piani futuri. Qui il dubbio va calibrato con precisione chirurgica, perché il campo esiste davvero e insieme è più fragile di come lo si racconta. In Italia i modelli linguistici nazionali ci sono — Minerva della Sapienza, nato dai fondi pubblici del PNRR; Italia-10B di Domyn, l’ex iGenius; Velvet di Almawave — e non sono giocattoli. Sono però, per stessa ammissione di chi li costruisce, un paio di ordini di grandezza sotto i modelli di frontiera americani e cinesi, sostenuti in buona parte da finanziamenti a orizzonte finito, utili nelle nicchie regolate più che nella corsa generalista. La «sovranità linguistica» è una causa seria, non patriottismo da bandierina: chi controlla la lingua in cui una macchina pensa controlla parecchio. Ma addestrare un modello serio costa decine di milioni, e una società benefit nata con duecentomila euro di capitale non addestra niente da zero. Il che non significa che P49 stia gonfiando le vele: forse intende costruirci sopra, verticalizzare, integrare il già esistente. Il comunicato, fedele alla propria natura, non lo dice. E «LLM italiani» resta, per ora, una di quelle formule che si pronunciano come un talismano più che come un piano.

C’è un’ultima ironia, la più leggera, ed è nel nome. P49 rimanda ai quarantanove processi del PMBOK, lo standard internazionale del project management: una dichiarazione di metodo, dicono i fondatori, l’AI che non sostituisce l’organizzazione ma la amplifica. Verissimo. E però resta divertente che un’impresa nata per liberare l’essere umano dalla «dittatura degli algoritmi» prenda il proprio nome da un elenco di quarantanove procedure numerate. Il metodo è umano, certo, il PMBOK non è un algoritmo. Ma l’immagine — l’emancipazione dalle regole battezzata con la più procedurale delle sigle — è di quelle che vale la pena tenersi in tasca, come un sassolino.

Alla fine il test vero non riguarda la tecnologia. Riguarda la premessa. Faggin ha passato vent’anni a costruire, con onestà intellettuale rara, la tesi che l’uomo debba restare al centro perché la macchina, semplicemente, non c’è. La domanda che questo ritorno lascia aperta non è se P49 mantenga le promesse di prodotto — le mantengono in pochi, e si vedrà. È se quella premessa filosofica sopravvive al contatto con la cosa che ogni impresa, benefit o no, comitato etico o no, deve pur fare: vendere. Perché quando l’AI «umano-centrica» deve anche far cassa, la vera incognita è quale uomo, di preciso, resti al centro. Quello con la coscienza irriducibile del saggio, o quello con il portafoglio, del cliente. Faggin lo sa meglio di noi che le due cose non sempre coincidono. È proprio per questo che vale la pena stare a guardare.



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Ennio Martignago