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Cover Stories - Temi di riflessione

Il petrolio senza pozzi

La Cina ha fondato il National Data Group, società di Stato per i dati con sede a Xiongan, la “città del futuro” costruita da zero. La mossa è l’ultima tessera di una strategia lunga anni, ma le borse dei dati cinesi languono, il mercato nero prospera e nessuno sa ancora chi comanda cosa. Bruxelles, con i suoi “data labs”, vuole la stessa cosa per l’intelligenza artificiale: cambia lo strumento, non l’ambizione.

Pechino fonda una società di Stato per gestire i dati del Paese: la mossa è chiara, il prodotto un po’ meno, e a Bruxelles c’è poco da ridere

Oggi, 22 ottobre, la Cina ha messo al mondo il National Data Group, una società statale incaricata di “sviluppare e utilizzare le risorse di dati”, per citare l’agenzia Xinhua nella sua prosa d’ordinanza. Alla cerimonia c’era il vicepremier Ding Xuexiang, che l’ha battezzata una “grande decisione strategica” della leadership guidata da Xi Jinping, e ci sarebbe da stupirsi del contrario: nessuno, a una cerimonia di fondazione, ha mai definito la cosa una mezza idea venuta bene. La sede è a Xiongan, nell’Hebei, la “città del futuro” che Pechino ha disegnato da zero nel 2017 a un centinaio di chilometri dalla capitale e che Xi in persona ha descritto come un progetto da mille anni. Ci tornerà utile ricordarlo: il futuro, per ora, si presenta nella forma più antica del mondo, cioè il trasloco di uffici pubblici. Le grandi aziende di Stato ci hanno spostato le sedi centrali, e secondo i dati riportati dalla stampa cinese dal 2023 sono arrivate lì anche 157 controllate di secondo e terzo livello. Una città costruita per ospitare l’avvenire che per ora ospita soprattutto l’organigramma.

Una sorpresa che si annunciava da anni

Chi legge la notizia come un fulmine a ciel sereno ha seguito poco il meteo. Dall’aprile del 2020 Pechino mette ufficialmente i dati accanto a terra, capitale e lavoro tra i fattori di produzione, il che è un modo elegante di dire che li considera una materia prima da scavare, raffinare e vendere. Nel 2023 è nata l’Amministrazione nazionale dei dati, già a Guizhou dal 2018 esisteva un primo gruppo provinciale dei dati, poi imitato da mezza Cina, e a dicembre del 2024 è stata inaugurata a Shanghai la prima azienda di Stato centrale specializzata nel ramo, con competenza sui dati del trasporto e della logistica. A febbraio del 2025 la stampa economica cinese, citando fonti anonime vicine all’ente che controlla le imprese pubbliche, già parlava di una holding nazionale pensata per integrare i dati di energia, trasporti, finanza e sanità. Il National Data Group è quindi l’ultima tessera di un mosaico, e il fatto che i report finanziari cinesi ne annunciassero la nascita imminente già da qualche giorno dice che pure i mercati l’avevano capito prima della cerimonia.

Il petrolio che non si lascia pompare

Ora, la parte che nei comunicati di fondazione non trova posto, perché i comunicati di fondazione hanno il dono di non ricordare mai quello che è andato storto prima. Dal 2014 in Cina sono nate decine di borse dei dati, le piattaforme dove aziende e enti avrebbero dovuto comprare e vendere informazioni come si fa con il grano. Alla fine del 2022 se ne contavano quarantotto, e secondo una ricerca accademica cinese il giro d’affari annuo complessivo ammontava a poco più di tre miliardi di yuan, briciole rispetto all’economia digitale di cui avrebbero dovuto essere il motore. Sempre per un’indagine di fonte pubblica riportata da The China Project, nell’estate del 2022 ne risultavano davvero attive una trentina, con qualche chiusura già in archivio. Nel frattempo il mercato nero, secondo una stima ufficiale riferita al 2021, valeva oltre 150 miliardi di yuan: i due numeri non sono omogenei e non vanno confrontati con troppa disinvoltura, ma l’ordine di grandezza fa sorridere anche il più compassato dei burocrati. Quando il mercato legale fatica e quello abusivo prospera, di solito il problema non è la mancanza di un ente centrale.

Il problema, spiegano gli stessi studiosi e i funzionari cinesi, è che i dati sono un petrolio con un difetto di fabbricazione: nessuno sa bene di chi siano. La proprietà dei dati è un vuoto giuridico riconosciuto, i formati cambiano da un ufficio all’altro, e persino i gruppi provinciali che hanno fatto da cavie hanno faticato a fondere informazioni di dipartimenti diversi per via di standard incompatibili e titolarità incerta. Aggiungiamo il dettaglio che sfugge nelle versioni più trionfali: quando il grande fornitore di dati è lo Stato, il grande regolatore è lo Stato e il grande acquirente tende a essere lo Stato, il mercato assomiglia parecchio a un monologo con più microfoni. Alcuni analisti, in studi sulle borse dei dati cinesi, osservano proprio che i tratti statalisti del sistema possono diventare un freno più che un motore. Il National Data Group è la risposta di Pechino a tutto questo: se il mercato non decolla e i pezzi non si parlano, si fa un gigante pubblico che li metta insieme. Funzionerà? La Cina ha costruito ferrovie con una rapidità che dà le vertigini, ma una ferrovia non ha il problema di chi sia la proprietà dei binari a seconda dell’umore del ministero.

Lo specchio e la lente

È qui che si può provare a non cascare né nel coro né nel controcoro. La versione di moda in Occidente vuole che ogni gesto di Pechino sul tema sia la prova generale del panopticon, la sorveglianza di massa che si fa industria: una narrazione con parecchi fondamenti, per carità, ma che ha il difetto di essere comoda, perché permette di non guardare in casa propria. La versione ufficiale cinese ha il difetto opposto, e ce lo ricorda ogni volta che l’espressione “decisione strategica” appare in un titolo. Fra i due specchi bisognerebbe usare una lente, e la lente dice una cosa poco romantica: nelle cronache disponibili oggi non sappiamo quali dati precisi finiranno nel gruppo, secondo quali regole di accesso, con quali garanzie per i cittadini, con quale capitale e sotto quale controllo effettivo. Chi vi racconta già come andrà a finire, in un senso o nell’altro, vi sta vendendo un finale che nessuno ha ancora scritto. Vale per il fact checker istituzionale quanto per il profeta della distopia a tempo pieno, che dall’allarme permanente ricava un reddito non meno regolare di quello del burocrate.

E poi c’è Bruxelles, che non ha granché da fare la lezione. Il 19 novembre 2025 la Commissione europea ha presentato la sua Strategia per l’Unione dei dati, con premesse che Pechino sottoscriverebbe senza leggere: i dati di qualità per addestrare l’intelligenza artificiale scarseggiano, le regole sono troppe, la concorrenza geopolitica incalza. La ricetta europea è meno muscolare e più burocratica, con “data labs” che mettano in contatto gli spazi comuni di dati con l’ecosistema dell’IA, cento milioni di euro per ampliarli, trenta milioni di oggetti culturali digitalizzati messi a disposizione dell’addestramento, e un pacchetto di semplificazioni normative che tocca anche pezzi di quel Regolamento sulla protezione dei dati che per anni ci hanno raccontato come intoccabile. Una parte del mondo delle startup ha fatto notare, con la grazia dei lobbisti, che a parte lo spazio europeo dei dati sanitari la maggior parte degli spazi settoriali è ancora a livello di progetto pilota. Il paradosso, insomma, è che l’Europa e la Cina vogliono la stessa cosa e la cercano con strumenti opposti, ciascuna sicura che l’altra sbagli: Pechino fonda una società di Stato, Bruxelles un laboratorio con un comitato di coordinamento. Quanto agli Stati Uniti, i dati li ha già presi un pugno di aziende private, a colpi di consenso spuntato su una casella che nessuno ha mai letto.

Che cosa guardare, quando smetterà il rumore

Il vero test del National Data Group non arriverà dai discorsi di oggi, ma da tre cose poco fotogeniche. La prima è chi siederà nel consiglio e a chi risponderà, perché in una società di Stato che gestisce dati di energia, trasporti, banche e ospedali la differenza fra un’impresa e un’amministrazione con la partita IVA sta tutta lì. La seconda è se l’incontro fra il dato di un ospedale e quello di una banca avverrà in modo che il cittadino possa saperlo e, almeno in teoria, contestarlo, oppure resterà un affare fra chi sta in alto e in basso. La terza è se le trenta e rotte borse dei dati, che oggi languono, diventeranno finalmente frequentate o se il nuovo gigante si limiterà a occupare lo spazio con la forza dell’indirizzo postale.

Resta lo scenario più ironico, e per questo il più probabile: la risorsa che tutti definiscono la più strategica del secolo verrà amministrata, ancora una volta, da una sede nuova in una città nuova, con un sacco di scrivanie nuove e un po’ di vecchi problemi. E noi, in Italia, a guardare la scena con la mano sul portafoglio e il dito sul banner dei cookie, a chiederci perché i grandi del mondo litighino tanto per quei dati che noi, per averne in cambio un coupon sconto, abbiamo regalato da un pezzo.


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