Una start-up promette di decifrare la sete dei vegetali con l’intelligenza artificiale: tra ciò che si può misurare, ciò che resta da dimostrare e ciò che profuma di comunicato stampa
Il 22 ottobre 2026 una parte della stampa annuncia che le piante hanno finalmente trovato un interprete. Il titolo parla di “grido elettrico”, formula eccellente per farsi cliccare e pessima per la fisiologia vegetale: una pianta non grida, al massimo cambia tensione, e fra le due cose passa la stessa distanza che separa un frigorifero che ronza da un frigorifero che si lamenta. Sotto il titolo, però, c’è una storia che merita attenzione, a patto di separare con cura quello che sappiamo da quello che ci viene raccontato.
Chi parla, e con quali soldi
La protagonista si chiama The Electric Plant Company e ha appena annunciato un finanziamento iniziale di 11,2 milioni di dollari: cifra seria per una start-up agricola, mancia per gli standard dell’intelligenza artificiale di questi anni, il che è già un’informazione utile per dosare l’entusiasmo. A guidarla ci sono Justin Mast, fondatore di Bloomscape, negozio online di piante d’appartamento il cui servizio di consulenza, la “Plant Mom”, era affidato (la stampa di settore lo raccontò con una certa tenerezza) a sua madre, e il neuroscienziato Lee von Kraus. Il testo che circola in queste ore attribuisce a quest’ultimo collaborazioni con la DARPA e con l’agenzia ambientale americana; nelle biografie ufficiali che si trovano in rete, invece, si parla soprattutto di un’invenzione finita tra le “migliori dell’anno” del Time e adottata da atleti e reparti militari d’élite. Curriculum rispettabile, ma non la prova che un sensore funzioni su un acero.
C’è anche una piccola geografia ballerina: qualche resoconto la presenta come californiana, mentre le schede aziendali e la storia dei fondatori portano a Detroit, patria di Bloomscape, con una nascita datata 2023. Può darsi che abbia sedi ovunque, naturalmente. Resta il sospetto che il comunicato sia stato ricopiato più volte da chi non aveva tempo di aprire il sito dell’azienda, che è poi il modo in cui nascono quasi tutte le “notizie” di questo genere.
Cosa c’è nella scatola
Il prodotto è un sensore a basso costo chiamato Bud, da applicare a tronco o ramo, che registra i microimpulsi elettrici dei tessuti e li invia a un modello chiamato Bombadil. Questo sarebbe stato addestrato, dice l’azienda, su quattro milioni di ore di registrazioni (diventate nel frattempo sette) raccolte da oltre 1.400 piante di un centinaio di specie. L’azienda aggiunge che si tratterebbe del più grande archivio di dati biologici mai messo insieme, più vasto di tutte le registrazioni pubbliche dell’attività del cervello umano: affermazione sua, non confermata da fonti indipendenti, e confronto che dipende interamente da cosa si decide di contare come “registrazione”.
Basta fare una divisione da scuola media per ridimensionare il colpo d’occhio. Quattro milioni di ore su 1.400 piante fanno circa 2.850 ore a pianta, quasi quattro mesi di ascolto ininterrotto ciascuna, e un centinaio di specie significa una quindicina di individui per specie. Per una tecnologia che dichiara di riconoscere tratti comuni a molte specie è un campione che apre più domande di quante ne chiuda: un po’ come pretendere di conoscere l’umanità dopo aver origliato per quattro mesi quindici abitanti per ogni paese del mondo.
Gli indicatori che Bombadil dovrebbe stimare sono scelti con giudizio: efficienza della fotosintesi, temperatura delle foglie rispetto all’aria e indice di stress idrico, quel CWSI che gli agronomi già usano e ricavano di solito dalla temperatura della chioma. Il che è una buona notizia, perché esiste un metro con cui controllare se il modello ci azzecca. La cattiva è che, nei resoconti che circolano, il confronto pubblico e indipendente con quel metro non compare: c’è la promessa, non ancora la verifica.
Chi aveva già interrogato le piante

Lo slogan secondo cui nessuno avrebbe mai chiesto alla pianta come stesse è una bella frase e una cattiva storia. Gli impulsi elettrici dei vegetali si misurano da un secolo e mezzo: quelli della Venere acchiappamosche furono registrati nell’Ottocento, e a inizio Novecento il fisico indiano Jagadish Chandra Bose costruì strumenti sempre più sensibili per seguire la crescita e le reazioni delle piante. Esistono da tempo sensori per il flusso della linfa, dendrometri che misurano il restringimento dei fusti e la vecchia camera a pressione con cui si strizza la sete di una foglia. Esiste perfino, in Olanda, una società nata da un’università, Plant-e, che da anni ricava elettricità e dati da piante vive. La novità vera, semmai, è la scala e il tentativo di far leggere tutto a un modello unico.
Sull’altra sponda c’è il fan club del vegetale senziente, con il suo patrono: nel 1966 Cleve Backster collegò una macchina della verità a una pianta e annunciò che reagiva ai pensieri e alle intenzioni del suo padrone. I tentativi seri di replicare l’esperimento non andarono da nessuna parte, ma la leggenda prosperò lo stesso, ed è il motivo per cui ogni notizia su piante ed elettricità arriva già vestita da “le piante sentono”. Non serve scegliere una delle due religioni: la sete di una vite è un fatto fisico, non un’anima, e misurarla non obbliga a credere che soffra.
Le stranezze autentiche, del resto, sono più divertenti. Nel 2023 un gruppo dell’Università di Tel Aviv ha pubblicato su Cell che pomodori e tabacchi assetati emettono clic ultrasonici, che un microfono adatto cattura e che noi non sentiamo. Il “grido” potrebbe dunque esistere sul serio, ma sarebbe acustico e non elettrico, e nessuno ci ha ancora costruito sopra una start-up.
Quanto costa ascoltare una vite
La parte economica è la più onesta del racconto. Lo stesso testo ammette che montare sensori su migliaia di ettari di grano o soia a basso margine non regge, e che il sistema ha senso su vigneti di pregio, frutteti intensivi e serre, con l’azienda intenzionata a dare in licenza la tecnologia a operatori e consorzi invece di vendere scatolette ai singoli agricoltori. Strategia sensata, e familiare a chi guarda le colline di Langa e Monferrato. Con alcune migliaia di viti per ettaro nessuno monterà un Bud su ciascuna: il vero nodo diventa quante campionarne e quanto ci si possa fidare di una vite come ambasciatrice delle sue vicine, che hanno radici, esposizione e pendenza diverse.
Il risparmio “immediato” di acqua e concimi resta, per ora, una promessa commerciale: plausibile, tutta da dimostrare. E c’è il caso, tutt’altro che remoto, in cui il sensore dice sete e l’agricoltore, che di viti ne ha viste quarant’anni, dice di no. Chi vince? Non è una questione filosofica: è il punto in cui la tecnologia conquista il contadino o lo perde.
Il nome, che è la parte migliore
Resta il nome del modello, Bombadil, preso da Tom Bombadil di Tolkien: quello che parla con gli alberi, che l’Anello non tocca neppure e che l’autore non definì mai con chiarezza. Auguriamoci che l’omonimo software erediti almeno l’immunità all’Anello, cioè al fascino dei comunicati, e che i dati arrivino presto, riesaminati da qualcuno senza quote nell’azienda. Fino ad allora conviene tenere due ipotesi e nessuna fede: né il sensore che salverà i raccolti, né la pianta che confida i suoi tormenti ai poeti. Nel dubbio, guardare le foglie: è gratis, e finora funziona.
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