estratto
Vent’anni fa scrissi che qualcosa stava uccidendo la nostra già scarsa intelligenza, e speravo di sbagliarmi. Non mi sono sbagliato: i fatti mi hanno dato ragione e poi mi hanno superato, come si supera un’auto ferma in corsia d’emergenza. Ma è cambiata la natura del male. Allora la mente procedurale era una gabbia, e una gabbia almeno si odia. Oggi è un’amaca, e nessuno scuote un’amaca: ci si sprofonda. Per mente procedurale non intendo le procedure — utili, anzi indispensabili — ma la supinazione che trasforma la psiche in una larva incapace di muoversi senza un protocollo. È la sostituzione del ragionamento naturale, nato dall’esperienza diretta e dalla percezione, con l’esecuzione eterodiretta dell’istruzione. Una volta sapevamo trovare un luogo da una descrizione e inventarci percorsi alternativi; oggi seguiamo una voce sintetica anche contro l’evidenza dei sensi. Il lungo confinamento ha amplificato all’inverosimile questa tendenza, trasformando l’obbedienza in virtù civica e lasciando un residuo che non si è più riassorbito.Ma il cuore di questa riflessione, vent’anni dopo, è il vizio parassita che allora non avevo messo a fuoco: il crescendo di passività, la tendenza a fare il minor sforzo possibile pur di non mettere in discussione la comodità dell’adattamento. Obbedire costa meno che pensare, e l’economia psichica è la più spietata delle economie. Vale per la vita pratica e vale per il sapere, dove la procedura colonizza perfino il pensiero: la fonte conta per la casella in cui è classificata, non per ciò che dimostra. Il Franti, però, non scambia un’ortodossia con un’altra: anche il complottismo è una procedura comoda. L’unico atto libero resta il più faticoso — tenere aperta la domanda. E forse, per ingranare la marcia indietro, basterebbe smettere per un attimo di stare comodi.
Video e presentazione in RadioVideo Franti
Qualcosa continua a uccidere la nostra — già scarsa — intelligenza. Solo che adesso abbiamo imparato ad amarlo.
di Ennio Martignago
Vent’anni fa annotai, quasi per sfogo, che qualcosa stava uccidendo la nostra già scarsa intelligenza. Con quell’articolo, nutrivo la seppur debole speranza di influenzare qualcuno per farlo ragionare con il buon senso anziché con l’obbedienza e conformismo.: era la sola consolazione su cui un pessimista potesse onestamente confidare. Non è successo. I fatti hanno fatto di peggio. Mi hanno dato ragione e poi mi hanno superato, come si supera un’automobile ferma in corsia d’emergenza, con quel misto di fretta e di compatimento che si riserva a chi è rimasto indietro per ostinazione.
Quella riflessione la rilanciai a metà strada, dieci anni dopo, sperando ancora in una correzione di rotta verso il buon senso. La rotta, invece, è filata dritta nella direzione opposta, quella dell’ebefrenia organizzata. E oggi che di anni ne sono passati il doppio, il quadro non è soltanto peggiorato: è cambiato di natura. Perché vent’anni fa la mente procedurale era ancora una gabbia, e una gabbia, per quanto stretta, la si percepisce come tale. La si odia. Qualcuno, di tanto in tanto, prova perfino a scuoterne le sbarre. Oggi non è più una gabbia. È un’amaca. E nessuno scuote un’amaca: ci si sprofonda.
Cosa intendo, esattamente, per mente procedurale
Mettiamo subito i puntini, perché è dalla confusione sulle parole che nasce la metà delle obbedienze. Per “mente procedurale” non intendo le procedure. Le procedure sono utili, anzi indispensabili, esattamente come è indispensabile non dover reinventare il modo di allacciarsi le scarpe ogni mattina. La procedura è positiva quando serve a non dover ripensare ogni volta da capo sequenze già consolidate, come se fossero ogni volta nuove. Fin qui, nessun problema. Il problema comincia quando lo strumento smette di essere uno strumento e diventa una guida dell’esistenza, un gendarme dell’identità, un professore nozionista che ci spiega cosa abbiamo il permesso di pensare.
Per mente procedurale intendo la supinazione dell’essere umano ad agire sulla base delle procedure adottate, una supinazione che trasforma la sua psiche in una larva costretta ad attenersi, per ogni attività, a un protocollo, in assenza del quale si sente semplicemente perduta. In pratica, le procedure hanno esautorato l’esperienza. È la sostituzione del ragionamento naturale — quello fondato sulla razionalità tipica dell’essere umano, sull’esperienza diretta, sulla percezione da cui nascono la comprensione e l’orientamento nel territorio fisico e nella mappa mentale — con un comportamento eterodiretto, che attende l’istruzione come il cane di Pavlov attendeva il campanello. Con una differenza che dovrebbe inquietarci: al cane di Pavlov, almeno, dopo il campanello arrivava il cibo. A noi arriva un’altra procedura.

Faccio un esempio che ciascuno può verificare su di sé, senza bisogno di studi peer-reviewed. Una volta eravamo capaci di trovare un luogo a partire da una descrizione, di tracciare percorsi alternativi rischiando mappe possibili, costruite con le sole capacità creative e di astrazione che ci portavamo dentro. Sbagliavamo strada, certo. Ma sbagliando strada conoscevamo la città. Oggi seguiamo una voce sintetica che ci dice “fra duecento metri svolti a destra”, e la seguiamo anche quando il buon senso, l’occhio e perfino il muro davanti a noi suggeriscono il contrario. Non abbiamo perso la capacità di orientarci: abbiamo perso l’abitudine di esercitarla, e con essa l’idea stessa che esista una soluzione diversa da quella già confezionata nello slot.
L’amplificazione: quando l’emergenza è diventata pedagogia
C’è stato un momento in cui questa tendenza ha smesso di crescere e ha cominciato a galoppare. Il lungo periodo del confinamento — qualunque cosa se ne pensi nel merito sanitario, terreno che qui non m’interessa rivangare — ha avuto un effetto antropologico di cui parliamo poco: ha trasformato l’obbedienza alla procedura in virtù civica. Per mesi il compito del cittadino non è stato pensare, valutare, soppesare, ma attendere la direttiva ed eseguirla con la massima diligenza. L’autonomia di giudizio, da segno di maturità, è diventata sospetta; la docilità procedurale, da minorità, è diventata senso di responsabilità.
Non sto dicendo che fosse sbagliato attenersi alle regole in un’emergenza. Sto dicendo un’altra cosa, più sottile e più duratura: che un’intera popolazione ha vissuto un addestramento di massa, prolungato e moralmente ricompensato, a sostituire il ragionamento naturale e spontaneo con l’esecuzione del protocollo. E gli addestramenti lasciano residui. Il morbo della mente procedurale — non delle procedure in sé, ma del pensare per procedure, individuale e sociale insieme — è diventato così una contaminazione mimetica e relazionale, che si trasmette per imitazione come tutte le cose comode, e che erode dall’interno le caratteristiche fondamentali del pensiero umano: la capacità di astrarre, di immaginare l’alternativa, di tollerare l’incertezza abbastanza a lungo da inventarsi una via.
Il crescendo della passività, ovvero il più obbediente dei vizi

E veniamo al punto che vent’anni fa non avevo messo abbastanza a fuoco, perché allora la procedura faceva ancora rabbia, e la rabbia acceca. Oggi la procedura non fa più rabbia. Fa comodo. Ed è qui che si annida il vizio parassita, quello che ci tiene fermi più di qualunque imposizione: la tendenza a fare il minor sforzo possibile pur di non dover mettere in discussione la comodità dell’adattamento.
Funziona come un crescendo, lentissimo e perciò inavvertito. La prima volta che si delega una scelta a una procedura, si avverte un piccolo disagio, quasi un rimorso. La seconda volta il disagio è già attenuato. Alla decima volta non c’è più nessun disagio: c’è sollievo. Perché obbedire costa meno che pensare, e l’economia psichica è la più spietata delle economie. Mettere in discussione un’abitudine sociale fondata sull’obbedienza a procedure cognitive e comportamentali richiede uno sforzo — bisogna fermarsi, dubitare, rischiare l’errore, magari attirarsi lo sguardo storto di chi nello slot ci si è già accomodato. Adeguarsi, invece, non costa nulla. Anzi, ti viene perfino riconosciuto come merito.
È la pigrizia elevata a sistema operativo. Il parassita non è la procedura: il parassita è la nostra disponibilità a lasciarcene nutrire, esattamente come negli allevamenti automatizzati il mangime viene erogato a orari stabiliti, magari anche la musica si attiva a tempo, e le uova scorrono negli appositi scivoli. Il punto non è che qualcuno ci abbia rinchiusi. Il punto è che abbiamo smesso di chiederci dove sia la porta, perché interrogarsi sulla porta richiederebbe energia, e l’energia, in un’amaca, è precisamente ciò di cui non si dispone più.
Si dirà che è sempre stato così, che l’uomo cerca da sempre la via più breve. Vero. Ma c’era una differenza: la via più breve, una volta, andava ancora scelta, e scegliere è un atto. Oggi la via più breve ci viene servita già scelta, già motivata, già moralmente certificata, e il nostro unico atto residuo è non opporci. La passività non è più un cedimento occasionale alla stanchezza: è diventata l’impostazione predefinita. E come tutte le impostazioni predefinite, ha il vantaggio decisivo di non chiedere mai il nostro consenso esplicito. Ce la teniamo perché disinstallarla sarebbe una fatica.
La procedura che colonizza anche il pensiero

C’è un dominio in cui questa supinazione fa più danni di tutti, ed è quello in cui dovrebbe esistere il suo antidoto: il pensiero, la conoscenza, ciò che chiamiamo, con qualche presunzione, sapere. Perché lo stesso meccanismo che ci fa seguire il navigatore contro l’evidenza dei sensi opera, identico, quando si tratta di stabilire cosa è vero. Si è imposta, anche qui, una procedura: la fonte vale non per ciò che dimostra, ma per la casella in cui è classificata. Attendibile o inattendibile, ammesso o escluso, conforme o difforme. È così che un’enciclopedia collaborativa può dichiarare non affidabili le fonti che non la pensano come chi la governa, e farlo non con un argomento, ma con un protocollo. Non si confuta più: si squalifica per categoria.
Qui devo essere onesto fino in fondo, perché il Franti non scambia un’ortodossia con un’altra. La trappola, in questo punto, è doppia. Da un lato c’è la dittatura epistemologica fasulla, quella che chiama “metodo” la propria lista di fonti autorizzate e spaccia per rigore ciò che è soltanto disciplina di corte. Dall’altro lato, però — ed è il versante che i ribelli a tempo pieno preferiscono ignorare — c’è la tentazione speculare: rovesciare la procedura ufficiale e adottarne una uguale e contraria, per cui è vero tutto ciò che il potere nega e falso tutto ciò che il potere afferma. È la stessa pigrizia, soltanto col segno cambiato. Anche il complottismo, in fondo, è una procedura: comodissima, perché ti risparmia per sempre la fatica di pensare caso per caso.
Non esiste nessun fact checker con le mani pulite, ma non esiste nemmeno nessun complottista a tempo pieno che meriti più fiducia. Entrambi vendono la stessa merce: la dispensa dal dubbio. L’unico atto realmente libero, in questo scenario, è anche il più faticoso, ed è perciò che quasi nessuno lo compie: tenere aperta la domanda, sopportare di non sapere, decidere da soli e a proprio rischio quali pezzi credere e quali no, senza appoggiarsi a nessun timbro, né a quello dell’autorità né a quello della ribellione professionale. Il dubbio metodico costa. Ed è precisamente perché costa che è l’ultima cosa che la mente procedurale ci concederà mai di praticare spontaneamente.
Von Neumann ha vinto, Wiener ha perso (per ora)
C’è una genealogia tecnica, in tutto questo, che merita di essere nominata. La vita automatizzata di questi tempi non l’hanno resa così i computer: l’ha resa così una mentalità, quella procedurale, portata alla massima potenza dalle piattaforme di una certa informatica figlia di Von Neumann e non certo di Wiener. La macchina di Von Neumann è sequenziale: istruzione dopo istruzione, in fila, come una catena di montaggio del pensiero. La cibernetica di Wiener era un’altra cosa: era retroazione, ascolto, correzione continua sulla base di ciò che torna indietro dal mondo. Era, in una parola, viva.
Abbiamo costruito un’intera civiltà sul ramo sbagliato dell’albero. Abbiamo preferito la sequenza al circuito, l’esecuzione all’ascolto, la procedura al feedback. E il bello — si fa per dire — è che oggi, mentre arrivano macchine capaci finalmente di qualcosa che somiglia all’adattamento, noi le accogliamo con la mente più rigida e procedurale che la storia umana abbia mai prodotto. Rischiamo cioè di insegnare alle macchine la nostra peggiore qualità proprio mentre loro potrebbero ricordarci la nostra migliore. È un’ironia che non so se definire tragica o soltanto sciocca. Forse, alla maniera di Cipolla, è semplicemente stupida: un danno arrecato a noi stessi e agli altri senza che nessuno ne ricavi un vantaggio.
L’unica difesa è una Dittatura. E sottolineo Dittatura
A questo punto bisogna avere il coraggio di nominare la cosa per quello che è. Ciò che ci viene imposto non si presenta mai come imposizione: si presenta come logica, come funzione sociale, come scienza. È una dittatura, ma indossa il camice e il distintivo del buon senso, e proprio per questo è la più efficace che la storia abbia conosciuto. Ci spiega, con pazienza da professore e tono da bollettino sanitario, le ragioni per cui l’uomo — esattamente come il bestiame negli allevamenti a batteria — deve sottostare alle procedure imposte e assorbirle fino al midollo, finché un modo di pensare fatto di automatismi e protocolli non viene scambiato per l’unico modo umano di conoscere, pensare, comportarsi. Non ci dice “obbedisci”. Ci dice “è razionale”, “è funzionale”, “è dimostrato”. Ed è infinitamente più difficile disobbedire alla logica che a un tiranno: il tiranno lo riconosci, la logica te la sei già interiorizzata.
Contro una dittatura che si traveste da ragione, l’unica difesa possibile è altrettanto intransigente, e tanto vale dirlo con la parola scomoda: serve la Dittatura — sì, Dittatura — del pensiero naturale, esperienziale, percettivo. Attenzione, però, a non confonderla con la trappola che ho già descritto, quella di rovesciare la procedura ufficiale per adottarne una uguale e contraria. Non è questo. Non propongo un altro elenco di regole da eseguire, un controprotocollo, un manuale del ribelle. La Dittatura del pensiero naturale è dittatura in un solo senso: nella sua non negoziabilità, nel suo rifiuto assoluto di cedere il primato dell’esperienza diretta a qualunque casella, fosse anche la più scientificamente certificata. Il suo unico comandamento, severissimo, è il più antico e il meno procedurale che esista: fidati di ciò che hai toccato, percepito, attraversato, e rischia in proprio le conseguenze del tuo giudizio.
È esattamente il modo di conoscere degli esploratori dei secoli scorsi. Quando andavano a scoprire territori inesplorati non disponevano di procedure standardizzate, per la ragione ovvia che nessuno era ancora stato dove stavano andando: la procedura, per definizione, descrive solo il già percorso. Si fondavano su cognizioni costruite con l’esperienza e la percezione — il colore dell’acqua che cambia sopra una secca, il volo degli uccelli che annuncia la costa ancora invisibile, l’odore della terra portato dal vento prima che l’occhio la veda, la stima del cammino tenuta a mente nodo dopo nodo. Sapevano leggere segni che nessun manuale aveva ancora codificato, e li leggevano facendo fatica, sbagliando, pagando di persona ogni errore. Non avevano la marcia indietro e non avevano la mappa: la mappa la disegnavano andando. È l’esatto contrario della larva che attende lo slot, ed è anche l’esatto contrario del cospirazionista che ha già la sua mappa pronta, identica ma capovolta. L’esploratore non possiede nessuna mappa: ha solo i sensi, la testa e il fegato di mettersi in mare.
Ecco la posta in gioco, detta senza ipocrisie. O continuiamo a farci nutrire a orari stabiliti, certi di essere razionali perché qualcuno ci ha certificato che lo siamo, oppure ci riprendiamo il diritto faticoso e pericoloso di conoscere il mondo di prima mano, come se nessuno lo avesse mai conosciuto prima di noi. La seconda strada non offre garanzie, non rilascia attestati, non mette al riparo dall’errore. Offre soltanto l’unica cosa che la prima ha barattato per un po’ di mangime puntuale: la facoltà di restare creature pensanti.
La marcia indietro che forse non c’è più
Vent’anni fa scrivevo che, come sopra un go-kart, non avevamo più alcuna marcia indietro per rifarci una vita, e che la sola speranza stava nel costruire routine di smontaggio, una specie di reverse engineering della mente procedurale. Ripartire dai sensi: toccare alberi, terra, animali; assaporare gusti diversi; riconoscere le cose a occhi chiusi; ascoltare tanta musica e tutta diversa. Lo riconfermo, ma con un’avvertenza che allora non avrei saputo dare, perché allora la trappola non era ancora così perfetta.
L’avvertenza è questa: stanno proceduralizzando anche la cura. Il fine settimana di disintossicazione digitale con il suo programma minuto per minuto. La meditazione scandita dal timer dell’applicazione. Il diario della gratitudine con le domande già stampate. La camminata nel bosco trasformata in obiettivo da spuntare. Persino la ribellione ha trovato il suo slot, il suo protocollo, la sua casella in cui infilare la scheda della nostra non-scelta. E quando anche la via d’uscita diventa una procedura, capisci che il sistema ha imparato a digerire i propri anticorpi.
Allora forse la sola disobbedienza che resta non è grande, eroica, militante nel senso che amiamo immaginare. È minuscola e quotidiana, e consiste nel rimettere ogni tanto, deliberatamente, un po’ di attrito dove tutto è stato lubrificato. Spegnere il navigatore e perdersi di proposito. Sostenere la fatica di un giudizio invece di delegarlo a una casella. Tollerare il fastidio del dubbio invece di acquistare la pace di una certezza preconfezionata, da qualunque banco la vendano. Scegliere, ogni tanto, la via più lunga — non perché sia più nobile, ma perché è l’unica che ci tiene ancora svegli.
Resta la domanda, e la lascio aperta, perché chiuderla sarebbe già un atto procedurale. La passività è comoda, l’amaca è morbida, e nessuno scuote un’amaca. Ma a ben guardare, non è detto che la marcia indietro sia stata tolta. Forse è solo che, per ingranarla, bisognerebbe smettere per un attimo di stare comodi. E questa, oggi, è diventata la cosa più difficile del mondo.
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