Nel 1960 la rivista Science fissò la data in cui saremmo diventati infiniti. Mancano trenta giorni, e la lezione più utile non riguarda la demografia
Se un’equazione pubblicata sessantasei anni fa su una delle riviste scientifiche più autorevoli del mondo avesse avuto ragione, in questo preciso momento, a metà ottobre del 2026, sulla Terra si ammasserebbero circa duemila miliardi di esseri umani. Un mese più tardi, venerdì 13 novembre, il numero diventerebbe infinito. Il conto non è un’iperbole giornalistica, o meglio lo è in senso strettamente tecnico: basta inserire la data di oggi nella formula firmata da Heinz von Foerster, Patricia Mora e Lawrence Amiot per ottenere una folla oltre duecentocinquanta volte più numerosa degli 8,3 miliardi che effettivamente siamo. Uno scarto notevole anche per gli standard delle previsioni economiche, che pure in materia di scarti hanno una certa esperienza.
Eppure quella formula, per una trentina d’anni, ha funzionato in modo quasi imbarazzante. Ed è proprio questo il punto che merita attenzione, molto più della data.

Un prestigiatore alla corte della cibernetica
Heinz von Foerster nasce a Vienna nel 1911 e da giovane, prima di diventare fisico, si esibisce come prestigiatore. Dettaglio che sembra una curiosità biografica e che invece, col senno di poi, assomiglia a un indizio. Dopo la guerra si trasferisce negli Stati Uniti, diventa il segretario delle celebri conferenze Macy in cui matematici, neurologi, antropologi e ingegneri inventano insieme la cibernetica, e nel 1958 fonda all’Università dell’Illinois il Biological Computer Laboratory, uno dei luoghi più eccentrici e fertili della scienza americana del dopoguerra. Mora e Amiot sono suoi studenti. Non Harvard, come ripetono da un paio d’anni decine di siti in mezzo mondo: Illinois, Urbana-Champaign, fra campi di mais e calcolatori a valvole.
Il paradosso è che von Foerster passerà alla storia soprattutto per un’altra cosa: per essere uno dei padri del costruttivismo, la corrente di pensiero secondo cui l’osservatore non si può mai togliere dalla scena di ciò che osserva, e l’oggettività pura è un’illusione comoda. Lo stesso uomo che avrebbe insegnato a diffidare delle descrizioni che pretendono di non avere un autore firmò, da giovane professore, una delle previsioni più perentorie e apparentemente impersonali della storia della scienza. Il prestigiatore sapeva benissimo dove guarda il pubblico quando si annuncia un numero.
Più siamo, più corriamo

L’articolo esce su Science il 4 novembre 1960 con un titolo che nessun redattore scientifico oserebbe oggi, nemmeno sotto minaccia di licenziamento:Doomsday: Friday, 13 November, A.D. 2026. Il ragionamento di partenza è meno apocalittico di quanto il titolo lasci credere. Le popolazioni animali, osservano gli autori, crescono finché l’ambiente lo permette: cibo, predatori, spazio a un certo punto le frenano. Gli esseri umani però hanno una caratteristica speciale, cioè comunicano, e comunicando formano coalizioni capaci di aggirare i limiti ambientali. Più siamo, più cooperiamo; più cooperiamo, più velocemente cresciamo.
Da qui la differenza decisiva tra due tipi di crescita. Quella esponenziale assomiglia a un conto in banca con un tasso d’interesse fisso: il capitale aumenta sempre più in fretta, ma per arrivare all’infinito ci vuole un tempo infinito. Quella iperbolica è un conto in cui il tasso d’interesse sale insieme al saldo, e una curva così, matematicamente, raggiunge l’infinito in un tempo finito. Adattando questo modello alle stime della popolazione mondiale dall’anno 1 al 1958, gli autori trovarono che i dati ci stavano dentro con una precisione sorprendente, e che il punto di fuga cadeva verso la fine del 2026. Accompagnavano la data con un margine d’incertezza di qualche anno, il che significa che il venerdì 13 era una scelta di regia più che di calcolo: chi scrive un titolo così conosce benissimo l’effetto che fa.
C’è poi la frase che ha reso l’articolo immortale, e che suona più o meno così: i nostri trisnipoti non moriranno di fame, moriranno schiacciati. Una battuta da scienziato con il gusto della scena, che conteneva però un’intenzione dichiarata. Gli autori speravano che una previsione tanto allarmante spingesse governi e opinione pubblica verso politiche di controllo delle nascite. Il giorno del giudizio, in altre parole, era anche un argomento di persuasione.
La curva che funzionava troppo bene
Qui la storia si fa interessante, perché la tentazione di liquidare tutto come una bizzarria della Guerra fredda si scontra con i numeri. L’umanità raggiunge il primo miliardo attorno al 1800, il secondo verso la fine degli anni Venti, il terzo intorno al 1960, il quarto a metà degli anni Settanta. Gli intervalli si accorciano proprio come la formula pretende. Nel 1990 l’equazione di von Foerster prevedeva poco più di cinque miliardi di persone, e la realtà ne contava circa 5,3: un errore di pochi punti percentuali su una proiezione fatta trent’anni prima, cosa che la maggior parte degli istituti di statistica sognerebbe di poter esibire. Lo storico canadese Alan MacEachern, che ha ripercorso il caso, colloca attorno al 1993 il momento in cui la popolazione reale comincia a restare stabilmente indietro rispetto alla curva.
In realtà il freno era stato tirato prima, solo che non si vedeva ancora nei totali. Il tasso di crescita annuo della popolazione mondiale tocca il suo massimo storico, intorno al 2 per cento, a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, poi comincia a scendere e oggi è sotto l’uno. La formula non poteva accorgersene perché era costruita sull’acceleratore: descriveva un sistema che spinge sempre più forte e non aveva una variabile per il piede che si sposta sul freno. La cosiddetta transizione demografica, cioè il passaggio da tanti nati e tanti morti a pochi nati e pochi morti, era già in corso in mezzo mondo, ma da dentro una serie storica lunga duemila anni appariva come un rumore di fondo.

Due versioni, nessuna innocente
Chi in queste settimane cerca notizie sulla data fatidica incontra due racconti diversi, ed è utile guardarli entrambi con la stessa sana diffidenza. Il primo è quello della stampa più sobria, che ricostruisce correttamente autori, rivista, meccanismo matematico e fallimento del modello, ma tende a chiudere con la formula rassicurante degli “studiosi che hanno riesaminato il caso” senza dire chi siano, come se la morale fosse già scritta e bastasse un coro anonimo a confermarla. Il secondo è quello della rete, dove il cibernetico dell’Illinois diventa un “esperto di Harvard” e la sua singolarità matematica si trasforma in un collasso per esaurimento delle risorse, cioè esattamente il contrario di ciò che l’articolo sosteneva: per von Foerster il problema non era che saremmo rimasti senza cibo, ma che saremmo stati troppo bravi a procurarcelo.
Poi c’è una terza versione, più raffinata e quindi più insidiosa, che piace molto a chi ama le storie con la morale. La profezia avrebbe fallito perché il mondo ha fatto proprio ciò che von Foerster raccomandava: ha controllato le nascite, e così si è salvato. È la classica profezia che si autodistrugge, elegante come un teorema, ma difficile da dimostrare. La fecondità è crollata per ragioni che con la lettura di Science hanno poco a che fare: l’urbanizzazione, la scolarizzazione delle donne, il calo della mortalità infantile, le pensioni che hanno sostituito i figli come assicurazione per la vecchiaia, la diffusione della contraccezione. Ed è crollata anche in luoghi dove nessuno aveva mai sentito nominare von Foerster. Quando invece il controllo delle nascite è stato imposto dall’alto, come con la politica del figlio unico in Cina dal 1980 o con le sterilizzazioni di massa nell’India dello stato d’emergenza, a metà anni Settanta, il risultato è stato una pagina che nessuno oggi rivendica volentieri come lieto fine.
Il club dei profeti puntuali

Von Foerster non è solo. La storia delle previsioni demografiche e ambientali è un piccolo museo di curve prolungate oltre il bordo del foglio. Thomas Malthus, nel 1798, spiegava che la popolazione cresce più in fretta del cibo e che la miseria è il prezzo inevitabile di questa sproporzione: aveva descritto con lucidità il mondo che aveva davanti e non aveva visto arrivare quello successivo, fatto di fertilizzanti, macchine agricole e commerci globali. Nel 1968 il biologo Paul Ehrlich, conThe Population Bomb, annunciava carestie che negli anni Settanta avrebbero ucciso centinaia di milioni di persone; nel 1980 accettò la scommessa dell’economista Julian Simon sul prezzo di cinque metalli, convinto che la scarsità li avrebbe fatti salire, e nel 1990 dovette staccare un assegno perché erano scesi. Il che non dimostra che Simon avesse ragione su tutto, solo che dieci anni sono pochi per giudicare un secolo.
Più sfumato è il caso deiLimiti dello sviluppo, il rapporto commissionato nel 1972 al MIT dal Club di Roma, l’associazione nata nel 1968 all’Accademia dei Lincei per iniziativa di un manager italiano, Aurelio Peccei. Venne letto come una profezia di catastrofe, ma presentava scenari alternativi, non una data; e alcune verifiche recenti sostengono che certe traiettorie di quel rapporto somiglino ancora in modo inquietante ai dati reali, mentre altri studiosi contestano metodo e conclusioni. La discussione è aperta, il che è già un’ottima ragione per non credere a chi la dichiara chiusa in un senso o nell’altro. Il geologo Marion King Hubbert, nel 1956, previde che la produzione di petrolio degli Stati Uniti avrebbe toccato il picco attorno al 1970, e fu esattamente così; nel 2018, grazie alla fratturazione idraulica, quel picco fu superato. Aveva ragione sulla data e torto su tutto ciò che veniva dopo.
La curva iperbolica, del resto, non è morta con von Foerster. Negli anni Novanta il fisico russo Sergej Kapica l’ha ripresa aggiungendoci la transizione demografica, ottenendo una popolazione che si stabilizza invece di esplodere, e l’economista Michael Kremer l’ha usata per spiegare come più persone producano più idee e quindi più crescita. E oggi la stessa forma narrativa, un’accelerazione reale, un’estrapolazione, una data, è tornata di gran moda nel dibattito sull’intelligenza artificiale: dalla singolarità tecnologica che Ray Kurzweil colloca nel 2045 agli scenari che annunciano macchine superumane entro la fine di questo decennio. Può darsi che abbiano ragione. Ma la struttura del ragionamento è identica a quella del 1960, e anche quella del 1960, per trent’anni, sembrava avere ragione.
Il rovescio della curva

C’è un’ultima ironia, particolarmente gustosa vista dall’Italia. Mentre la data di von Foerster si avvicina, il timore dominante nel dibattito pubblico europeo non è più di essere schiacciati, ma di sparire. Le Nazioni Unite prevedono che la popolazione mondiale raggiunga un massimo di poco più di dieci miliardi negli anni Ottanta di questo secolo e poi cominci a calare; l’Italia viaggia da tempo intorno a 1,2 figli per donna, uno dei valori più bassi al mondo, e i titoli sull'”estinzione degli italiani” fioriscono con la stessa regolarità con cui un tempo fiorivano quelli sulla bomba demografica. Il metodo, molto spesso, è lo stesso: si prende la tendenza degli ultimi anni, la si prolunga fino al 2100 e si annuncia il risultato come un destino. Il fatto che la curva oggi punti in basso invece che in alto non la rende più affidabile di quella che puntava all’infinito.
La lezione di questa storia, allora, non è che la scienza sbaglia, né che i profeti di sventura vanno sempre derisi: von Foerster ha descritto il passato meglio di quasi chiunque altro, e il suo allarme ha contribuito a un dibattito che non era affatto inutile. La lezione è che una curva che si adatta perfettamente al passato è un ritratto, non una profezia, e che ogni modello porta con sé, invisibile, l’ipotesi che le regole del gioco non cambino mentre lo si gioca. Lo stesso von Foerster, anni dopo, avrebbe formulato un imperativo etico che vale come antidoto alla sua stessa equazione: agisci sempre in modo da aumentare il numero delle scelte. Una profezia riduce il futuro a una sola data; un modello usato con intelligenza lo apre in molte direzioni possibili.
Sabato 14 novembre, con ogni probabilità, ci sveglieremo in poco più di otto miliardi, non schiacciati, solo un po’ più consapevoli del fatto che il futuro ha la cattiva abitudine di non leggere le riviste scientifiche. Né, per fortuna, i post virali che le citano a sproposito.
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