Dettaglio de “Il nemico vi ascolta. Due uomini conversano al tavolo di un bar mentre una spia li ascolta”. Autore: Gino Boccasile (1901–1952), attribuito.
Da Uruk alla Stasi: la funzione che non cambia (parte 1 di 3)
Di che cosa parla questa serie. La sorveglianza non nasce oggi: cambiano gli strumenti, non la funzione. Ciò che un tempo facevano spie, delatori e confessori con altri mezzi, oggi lo fanno i nostri dispositivi; e accanto ai controllori istituzionali, gli Stati, si sono aggiunti quelli commerciali, le aziende. Nulla di nuovo, dunque, nella sostanza. Proprio per questo vale la pena averne coscienza e consapevolezza: riconoscere chi ci ascolta, e come, è il primo passo per ribaltare lo sguardo.
La sorveglianza dei popoli ha radici antichissime, non è un’invenzione del XX secolo, né del Patriot Act. Già intorno al 3200 a.C. a Uruk, in Sumer, ci sono tracce di attività di intelligence, di raccolta informazioni, e gli Egizi del Nuovo Regno gestivano reti di agenti e codici per operazioni militari, documentate fra l’altro nelle Lettere di Amarna. I Persiani Achemenidi trasformarono il servizio postale reale, le stazioni di posta della Strada Reale da Susa a Sardi, in una rete di informazione e controllo. E Sun Tzu, nel cap. XIII de L’arte della guerra (IV-V sec. a.C.), teorizzò l’uso sistematico di cinque tipi di spie come strumento ordinario di governo, non come eccezione.
Roma imperiale ne fece istituzione: gli speculatores per la ricognizione militare, i frumentarii come polizia segreta del principe (II-III sec.), gli agentes in rebus dopo Diocleziano (un corpo di controllo e informazione alle dipendenze della corte), e una rete diffusa di delatores, informatori civili. Nel regno di Qin, già durante il periodo degli Stati Combattenti, le riforme legaliste di Shang Yang (IV sec. a.C.) spinsero il dispositivo al limite teorico con il lian zuo(连坐, “responsabilità collettiva”), famiglie raggruppate in unità di cinque e dieci, obbligate alla denuncia reciproca e punite collettivamente per il silenzio di una sola, un sistema poi ereditato dalla dinastia Qin unificata (221-206 a.C.).
Un salto qualitativo arriva con la Chiesa cattolica con il canone 21 Omnis utriusque sexus (dalle prime parole del decreto, “ogni fedele dell’uno e dell’altro sesso”) del Concilio Lateranense IV (1215), la confessione annuale al proprius sacerdos, il proprio parroco, diventa obbligatoria per ogni fedele, sotto pena di scomunica e di privazione della sepoltura in terra consacrata. Pratiche penitenziali private esistevano già nei monasteri celtici e nei Paenitentialia, i manuali penitenziali alto-medievali, ma con il 1215 il dispositivo diventa capillare: la gerarchia ecclesiastica acquisisce un accesso istituzionale, regolare e universale alla coscienza privata di un’intera popolazione.
Ovviamente un uso dichiarato a fin di bene, per salvare le anime e guidarle; ma la storia racconta anche altri usi di ciò che i confessori raccoglievano in privato.
Il dispositivo non resta confinato al medioevo.
Per l’Italia, Adriano Prosperi ha ricostruito come, dal Cinquecento, la Chiesa integri tre strumenti complementari di controllo delle coscienze: l’Inquisizione (la repressione), la confessione (la persuasione capillare) e la missione popolare (la conquista culturale delle campagne).
La confessione, nata come “strumento poliziesco”, diventa “teatro di sollecitazioni e seduzioni”, e il Sant’Uffizio resta per due secoli l’unico potere centrale operante nella penisola: la storia della confessione è perciò inseparabile da quella dello Stato preunitario.
Sul piano teorico il riferimento è Michel Foucault: nella Volontà di sapere (1976) la confessione è il meccanismo con cui l’Occidente costruisce il soggetto come entità il cui “segreto interiore” va estratto, verbalizzato e consegnato all’autorità. Non solo repressione, dunque, ma produzione di soggettività, in un dispositivo dove chi ascolta (il confessore, poi il medico, poi lo psicoanalista) è in posizione di potere proprio grazie alla sua apparente passività.
È il prototipo dei moderni meccanismi di estrazione della verità soggettiva da parte del potere, compresi quelli di cui parla questa serie.
Basta pensare alle confessioni che avvengono oggi davanti a un chatbot: persone, e soprattutto giovani, che si confidano con programmi di IA generativa, in quello che richiama l’effetto ELIZA, la tendenza ad attribuire una comprensione umana a una macchina che non ne ha.
Nei regimi totalitari del Novecento la stessa logica si secolarizza e si radicalizza con la Gestapo, OVRA, NKVD staliniano, Securitate di Ceauşescu, Stasi della DDR, quest’ultima con oltre 91.000 dipendenti a tempo pieno e fino a circa 200.000 Inoffizielle Mitarbeiter (gli “informatori non ufficiali”) censiti dall’archivio federale dei dossier. Cambia l’ideologia, resta il metodo: cittadini ordinari mobilitati come informatori, infiltrazione di famiglie, scuole, fabbriche, parrocchie.
Lungo questa linea, da Uruk alla Stasi, cambiano gli imperi, le religioni, le bandiere, le tecniche.
Non cambia la funzione, chi governa vuole sapere chi pensa cosa, chi parla con chi, chi può diventare un problema.
Ma la stessa conoscenza interessa anche alle compagnie private, che la usano per orientare acquisti e comportamenti e assicurarsi un ritorno. Con una variante da tenere bene a mente, ovvero raccolgo la tua confessione, ma chi ti darà la benedizione, indicandoti la via, sarà un influencer che ti indicherà la via.
Qual è, allora, la novità di oggi?
Non la sorveglianza in sé, ma proprio la sua industrializzazione e il suo accentramento.
Le reti antiche dipendevano dalle persone stesse, spie, delatori, parroci, agenti e con tutti i suoi limiti di scala, errore, fedeltà, costo. Le burocrazie totalitarie del Novecento toccarono i limiti fisici del modello, nella DDR si arrivò a circa un collaboratore della Stasi, fra dipendenti e informatori, ogni 63 abitanti, e, includendo gli informatori occasionali sull’intero arco della sua storia, secondo alcune stime fino a uno ogni 6,5. Un apparato umano enorme, eppure ancora vincolato dal numero di persone disponibili a sorvegliare le altre. E durante il fascismo la rete di ascolto basata su persone era ben diffusa, e con le leggi razziali diventò anche rete di delazione.
Quello che cambia con la transizione digitale, e che le Nazioni Unite documentano con preoccupazione crescente , è che la stessa funzione si esegue oggi senza esseri umani nel circuito di raccolta, a costo marginale prossimo allo zero, su scala planetaria, e concentrata in un numero piccolo di sistemi proprietari interoperabili fra apparati pubblici e fornitori privati.
È da qui che parte la storia, dall’ultima incarnazione solida di questo dispositivo, ECHELON , ed è qui che la storia ci raggiunge, oggi, ovunque siamo.
Nella prossima parte: il 2013, quando un informatico trentenne rese visibile a tutti la versione digitale di questo apparato , e l’establishment se la prese con lui, non con chi sorvegliava. (continua)
La serie «Il mercato dei nostri sussurri» si compone di un Prologo e sette puntate; questa prima puntata esce in tre parti. Ogni parte raccoglie in fondo le proprie fonti.
Nota su dati e fonti
I numeri, le date e le citazioni di questa serie sono verificati al momento della pubblicazione attraverso fonti primarie istituzionali, accademiche e giudiziarie. Se incontrate un’imprecisione, segnalatela nei commenti, le correzioni fattuali saranno apportate quanto prima e indicate in coda al testo con data della modifica. Le obiezioni interpretative sono altrettanto benvenute, e non vengono trattate come correzioni, l’angolo di lettura qui proposto è una scelta editoriale dichiarata, il cui scopo è aprire un ragionamento, non arruolare nessuno in uno schieramento.
Fonti e letture disponibili
Diritto alla privacy nell’era digitale, rapporti dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani: OHCHR, A/HRC/27/37, 2014; OHCHR, A/HRC/51/17, 2022.
Rose Mary Sheldon, Intelligence Activities in Ancient Rome: Trust in the Gods, but Verify, Routledge, 2005.
Concilio Lateranense IV (1215), canone 21 Omnis utriusque sexus: testo integrale dei decreti.
Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino, 1996 (nuova ed. 2009): la sintesi storiografica più densa su Inquisizione, confessione e missione come strumenti integrati di controllo delle coscienze nell’Italia moderna.
Michel Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano, 1978 (ed. or. Histoire de la sexualité I. La volonté de savoir, Gallimard, 1976): la confessione come dispositivo di estrazione della verità soggettiva e di produzione del soggetto.
Sull’effetto ELIZA, la tendenza ad attribuire una comprensione umana a un programma informatico: Joseph Weizenbaum, Computer Power and Human Reason. From Judgment to Calculation, W. H. Freeman, San Francisco, 1976 (dal programma ELIZA, sviluppato al MIT nel 1966).
Internet Archive, copia digitale integrale (1976): https://archive.org/details/computerpowerhum0000weiz_v0i3
Per la storiografia italiana su inquisizione, censura e disciplinamento sociale nell’età della Controriforma: Gigliola Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), Il Mulino, Bologna, 1997, e Cinquecento italiano. Religione, cultura e potere dal Rinascimento alla Controriforma, Il Mulino, Bologna, 2011.
Sul riconoscimento istituzionale contemporaneo del potenziale coercitivo dell’accompagnamento spirituale e della confessione: Servizio Nazionale CEI per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili, L’abuso spirituale. Elementi di riconoscimento e di contesto, aprile 2025: documento (PDF).
Cifre e personale della Stasi (≈91.000 dipendenti, ≈173.000–200.000 Inoffizielle Mitarbeiter): Bundesarchiv, Stasi-Unterlagen-Archiv. Per le stime sul rapporto fra collaboratori e popolazione (da circa 1 ogni 63 fino a 1 ogni 6,5 includendo gli informatori occasionali): Anna Funder, Stasiland, 2003.
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