Tracce della metamorfosi
estratto
Tutto comincia da una rampa per disabili con uno spigolo in curva: chiunque avesse provato a scenderla con una carrozzina se ne sarebbe accorto in trenta secondi, dunque nessuno ha provato. Da questo dettaglio in cemento l’articolo risale all’edificio invisibile che funziona allo stesso modo: norme, protocolli, procedure e adempimenti progettati da chi non dovrà mai percorrerli, mentre insegnanti, infermieri, medici e piccoli imprenditori passano le giornate a gestire la burocrazia invece di fare il proprio lavoro. Invece dell’ennesima invettiva contro la casta, però, qui si tenta un esperimento mentale in forma di reportage: una corrispondenza dalla Repubblica di Normalia, il Paese immaginario dove vige la Legge dello Specchio. Chi scrive una regola è obbligato a subirla integralmente, e una volta all’anno, sorteggiato in una condizione di vita diversa dalla propria, deve vivere per trenta giorni sotto la combinazione di tutte le norme scritte da tutti gli altri. Gli effetti sono spettacolari — la produzione normativa crolla, le leggi nascono con la data di scadenza, le rampe si possono finalmente scendere — ma lo Specchio genera anche i suoi mostri: il mercato nero dei sostituti esperienziali, l’Autorità di Vigilanza sull’Autenticità dell’Esperienza con i suoi settecento protocolli, i normatori astuti che colpiscono solo categorie in cui non saranno mai sorteggiati. Al ritorno, tre considerazioni che non assolvono nessuno: il problema non è la regola ma l’asimmetria tra chi decide e chi subisce; la retorica antiburocratica è un’industria come le altre; gli strumenti per guardarsi nello specchio esisterebbero già, e proprio per questo nessuno li usa. Con una domanda finale rivolta al lettore, da non sciogliere troppo in fretta.
Corrispondenza da Normalia
Dal nostro inviato a Regula, capitale della Repubblica di Normalia, anno nove dalla riforma.
A Normalia la chiamano Legge dello Specchio, e fu approvata — i normaliani lo raccontano ancora con un sorriso storto — in una notte di esasperazione parlamentare, quasi per ripicca, dopo che il presidente della Commissione per la Semplificazione era rimasto bloccato per sei ore allo sportello di un ufficio che applicava una circolare scritta da lui. Il testo della legge sta in due commi, il che a Normalia è già di per sé considerato un monumento nazionale. Primo comma: chiunque concorra a scrivere una norma, una procedura, un protocollo o un regolamento è tenuto a sottoporsi personalmente alla sua applicazione integrale, senza assistenti, senza corsie riservate, senza che nessuno sappia chi è. Secondo comma, quello che cambiò tutto: una volta all’anno, per trenta giorni, ogni estensore di norme viene sorteggiato in una condizione di vita diversa dalla propria — pensionato al minimo, titolare di partita IVA, caregiver di un genitore non autosufficiente, persona con disabilità motoria, straniero in attesa di rinnovo del permesso — e in quella condizione deve vivere sotto il peso non della propria singola norma, ma della combinazione di tutte le norme che tutti gli altri hanno scritto. Lo chiamano il Mese dello Specchio.

Perché questa è stata l’intuizione decisiva, mi spiega una funzionaria del Ministero dell’Esperienza Obbligatoria mentre attraversiamo un corridoio sorprendentemente privo di code: nessuna norma è assurda da sola. Presa singolarmente, ogni regola di Normalia aveva una sua logica, una sua buona intenzione, una sua firma in calce piena di senso di responsabilità. È la somma che uccide. È l’interferenza tra il modulo A, che richiede il certificato B, che si ottiene solo esibendo l’attestazione C, che però scade prima che il modulo A venga protocollato. Nessuno aveva mai scritto l’assurdo: l’assurdo era una proprietà emergente, come il traffico, che non è colpa di nessuna automobile in particolare. Il Mese dello Specchio costringe ogni legislatore a incontrare non la propria creatura, ma l’ecosistema. Non il proprio figlio normativo, ben pettinato, ma l’intera scolaresca in rivolta.
I primi anni, raccontano le cronache locali, furono memorabili. Il direttore generale che aveva firmato il protocollo di accesso alle cure domiciliari passò il suo Mese come caregiver di un’anziana sorteggiata, e al ventiseiesimo giorno fu visto piangere davanti a un fax — a Normalia, come altrove, il fax è sopravvissuto a tre riforme digitali — perché il fax era l’unico canale ammesso dal suo stesso protocollo. L’autrice del regolamento edilizio di Regula tentò di installare una rampa a casa propria e scoprì che il suo regolamento la vietava in tre punti diversi, due dei quali in contraddizione tra loro. Un intero ufficio legislativo, sorteggiato collettivamente nella condizione di piccola impresa familiare, presentò domanda di un contributo che esso stesso aveva istituito: la domanda fu respinta per un vizio formale previsto da un allegato che nessuno dei presenti ricordava di aver scritto, finché non si scoprì che lo aveva generato in automatico un software acquistato per semplificare.

Gli effetti statistici arrivarono in fretta, e sono la parte che i delegati stranieri vengono a fotografare. La produzione normativa annua è crollata di oltre due terzi: non per divieto, ma per prudenza biografica — nessuno scrive volentieri la trappola in cui potrebbe cadere. Ogni norma nasce ormai con una data di scadenza, come lo yogurt: se nessuno si prende la responsabilità di rinnovarla dopo averla vissuta, decade da sola. La lingua delle leggi si è fatta sospettosamente comprensibile, da quando l’oscurità non è più un costo scaricato su altri ma un boomerang con il proprio nome inciso sopra. E le rampe, mi assicurano, le rampe di Normalia sono state ridisegnate una per una: oggi il collaudo prevede la discesa effettiva con sette dispositivi diversi, e il progettista è seduto su uno di essi.
Fin qui, il dépliant. Ma Normalia non sarebbe interessante se fosse soltanto un’utopia ben pettinata, e il vostro inviato non sarebbe onesto se non riferisse anche il resto.

Perché lo Specchio, naturalmente, ha generato i suoi mostri. È nato quasi subito un mercato nero dei sostituti esperienziali: professionisti che, dietro compenso, vivono il Mese al posto del legislatore sorteggiato, con tanto di diari falsificati e moduli compilati ad arte — il che ha richiesto un’Autorità di Vigilanza sull’Autenticità dell’Esperienza, la quale ha prodotto, per vigilare, un corpus di settecento pagine di protocolli di verifica, attestazioni di sofferenza certificata e tracciamenti biometrici del disagio. La burocrazia, scacciata dalla porta, è rientrata dallo specchio. I normatori più astuti, poi, hanno imparato a scrivere regole che colpiscono soltanto categorie in cui non potranno mai essere sorteggiati, e il dibattito sull’ampliamento dell’urna dei destini — si può sorteggiare un sottosegretario nella condizione di detenuto? di richiedente asilo? di sedicenne? — spacca il Paese da tre legislature. C’è perfino chi sostiene, nei caffè di Regula, che la qualità delle norme sia migliorata ma che il Paese si sia scoperto, in fondo, orfano: perché ogni normaliano era anche lui, nel suo piccolo, un produttore di regole — il regolamento di condominio, lo statuto della bocciofila, le norme non scritte della chat di famiglia — e la Legge dello Specchio, estesa per coerenza a tutti, ha costretto ciascuno a guardare il piccolo tiranno procedurale che custodiva in sé. L’amministratore di condominio che vieta i panni stesi ha dovuto vivere un mese senza stendere. Non tutti ne sono usciti migliori. Quasi tutti ne sono usciti più silenziosi.
L’ultima sera, prima di lasciare Regula, ho chiesto alla funzionaria del Ministero dell’Esperienza Obbligatoria se rifarebbe tutto. Ci ha pensato a lungo, il che a Normalia è considerato un buon segno. «Lo Specchio non ci ha resi buoni», ha detto infine. «Ci ha resi lenti. Abbiamo scoperto che la maggior parte delle regole nasceva dalla fretta di non dover capire. Adesso, prima di scrivere, dobbiamo capire. È molto più faticoso. Non è detto che sia sempre meglio. Ma almeno le nostre rampe, adesso, si possono scendere».
Considerazioni al ritorno
Il viaggio è finito, e conviene dichiararlo subito: Normalia non esiste, e probabilmente è bene così, perché ogni utopia presa alla lettera ha l’abitudine di trasformarsi in un protocollo. L’esperimento mentale, però, lascia sul tavolo alcune cose che resistono al ritorno nel mondo reale.
La prima: il problema non è la regola, è l’asimmetria. La distanza tra chi decide e chi subisce è il vero spigolo nella curva. Ogni sistema in cui i costi di una decisione ricadono interamente su qualcun altro produrrà, con la regolarità di una legge fisica, rampe impercorribili e protocolli che divorano il lavoro che dovrebbero proteggere. Non serve attribuire malizia a nessuno: basta l’assenza di conseguenze. È la versione amministrativa di un principio antico, che i costruttori romani conoscevano quando — vera o leggendaria che sia l’usanza — l’architetto sostava sotto l’arco mentre si toglievano le centine.
La seconda: diffidiamo, però, anche della retorica uguale e contraria. L’antiburocrazia è ormai un genere di consumo, un’industria dell’indignazione con i suoi influencer e i suoi slogan, e ha un difetto curioso: ogni stagione di “semplificazione” annunciata, in Italia e altrove, ha prodotto nuovi decreti, nuovi adempimenti per attestare l’avvenuta semplificazione, nuove strutture di missione per semplificare la semplificazione. Chi promette di abolire le regole sta quasi sempre per scriverne di proprie, e raramente ha intenzione di provarle. Il fascino libertario del “via tutti i lacci” merita lo stesso dubbio metodico che riserviamo ai lacci: anche l’assenza di rampe, dopotutto, è una barriera — solo più onesta nel suo cinismo.
La terza: gli strumenti per avvicinarsi a Normalia, in realtà, esisterebbero già, ed è proprio la loro inerzia a essere istruttiva. L’analisi di impatto della regolamentazione è prevista dall’ordinamento italiano da un quarto di secolo, e da un quarto di secolo viene in larga parte espletata come adempimento formale: un modulo che attesta che il modulo non danneggerà nessuno, compilato da chi non incontrerà mai i danneggiati. Il co-design con gli utenti, la prova sul campo, il principio per cui chi costruisce un sistema dovrebbe usarlo per primo — i programmatori lo chiamano, con sobria eleganza, mangiare il proprio cibo per cani — sono pratiche note, documentate, persino di moda nei convegni. Ciò che manca non è la tecnica. È l’obbligo dello specchio: nessuno, finora, ha trovato conveniente guardarcisi.
La rampa

Quella che segue è una corrispondenza da un Paese che non esiste. Per ora. Oggi, finché FORSE, siamo ancora in tempo, invece di indignarci secondo il copione previsto (la casta, i burocrati, il palazzo: tutto già sentito, tutto già inutilmente gridato), abbiamo fatto un esercizio mentale. Anzi: un viaggio.
Tutto era iniziato da da una rampa per carrozzine. Una di quelle discese che le amministrazioni inaugurano con la fascetta tricolore e la foto sul notiziario locale, voce “abbattimento delle barriere architettoniche”, capitolo di spesa onorato, coscienza in ordine. Solo che a metà discesa la rampa fa una curva, e la curva ha uno spigolo. Uno spigolo da un lato solo, discreto, quasi timido. Con molte carrozzine, in quella curva, semplicemente non si passa. Bisogna fermarsi, manovrare, tornare indietro di mezzo metro, riprovare con un’angolazione diversa, sperando che nel frattempo non sopraggiunga nessuno e che il freno tenga.
Chiunque avesse provato a scendere quella rampa — con una carrozzina manuale, con una elettrica, con un passeggino doppio, con un deambulatore — se ne sarebbe accorto in trenta secondi. Il che autorizza una deduzione tanto banale quanto vertiginosa: nessuno ha provato. Il progettista ha disegnato, il funzionario ha vidimato, il collaudatore ha collaudato, e ognuno di loro è poi sceso dalla propria automobile e ha raggiunto il proprio ufficio con le proprie gambe. La rampa esiste sulla carta, dove funziona perfettamente. È nella realtà che ha uno spigolo.

Si potrebbe restare qui, sul terreno noto della progettazione che non si mette nei panni di chi userà la cosa progettata: i marciapiedi con i pali in mezzo, gli scalini di altezza casuale, le porte antipanico che si aprono contro il flusso di fuga, i moduli online che scadono mentre li compili. Ma la rampa è soltanto la versione visibile, in cemento, di qualcosa di molto più vasto e molto meno fotografabile: l’intero edificio di norme, regole, leggi, protocolli, procedure, circolari, linee guida, adempimenti e attestazioni che ogni giorno viene progettato da qualcuno che non dovrà mai percorrerlo. L’insegnante che non insegna più perché compila. L’infermiere che non cura più perché certifica. Il piccolo imprenditore che non produce più perché adempie. Il medico di base trasformato in un terminale di trasmissione dati con annessa, residuale, attività clinica. Ognuno di loro scende ogni giorno una rampa piena di spigoli che chi l’ha disegnata non ha mai visto, perché chi scrive le procedure non le esegue, chi impone i protocolli non li subisce, chi legifera non vive — o vive altrove, in un mondo dove le leggi le si firma e basta.
Resta la domanda con cui congedarsi, e che vale più delle risposte: se domani vi sorteggiassero per un mese nella vita di qualcuno che subisce le regole che voi — nel condominio, in azienda, in famiglia, in redazione — avete contribuito a scrivere, scendereste la vostra rampa senza incontrare spigoli? Il lettore è invitato a non rispondere subito. A Normalia, pensarci a lungo è considerato un buon segno.
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