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Cover Stories - Temi di riflessione

Norimberga, l’altoparlante e l’algoritmo

A che punto siamo ottant’anni dopo la dichiarazione di Albert Speer al processo di Norimberga (1946), che descrisse il nazismo come la prima dittatura «tecnica»? La sua fu un’affermazione molto eloquente perché venne da chi quella macchina l’aveva fatta girare, eppure quella lucidità non era solo sua. La tecnica come strumento per orientare il pensiero di molti è cosa antica, ma assai attuale su cui riflettere.

Sguardo verso terra

Norimberga, 31 agosto 1946. Dal banco degli imputati affiora una diagnosi sulla tecnica che non era solo sua, ed era già di molti. Ottant’anni dopo ci riguarda più di quanto vorremmo.


Il 31 agosto 1946, davanti al Tribunale Militare Internazionale di Norimberga, durante le ultime dichiarazioni concesse agli imputati, l’ex ministro degli armamenti del Reich Albert Speer prese la parola. Il verbale integrale di quella seduta è conservato e liberamente consultabile nell’Avalon Project della Yale Law School, fra i documenti del processo.

Le sue giustificazioni non ci interessano, sono costruite a tavolino, gli storici le hanno smontate da tempo. E scaricare la colpa su una forza impersonale, la tecnica, è il più comodo degli alibi, e ciò ci deve far riflettere sulla perpetuazione di un alibi che si tramanda di generazione in generazione.
E Speer lo recitava bene.

Eppure, in mezzo alla recita, dice una cosa esatta. Non perché l’avesse capita lui, la capivano in molti, in quegli anni, con le mani ben più pulite delle sue. La differenza è che lì, a pronunciarla, era l’uomo che la macchina bellica del Reich l’aveva fatta girare. Ed è questo a togliere ogni scusa, se la vedeva perfino lui, non vederla era una scelta.

La prima dittatura tecnica?

L’argomento di Speer è netto. La dittatura di Hitler, sostiene, fu diversa da tutte quelle che l’avevano preceduta nella storia per una ragione precisa: fu «la prima dittatura nell’attuale periodo di sviluppo tecnico moderno», una dittatura che si servì in modo completo di ogni mezzo tecnico per dominare la propria nazione.

Poi la frase che vale tutto il resto: «Mediante strumenti tecnici come la radio e l’altoparlante, ottanta milioni di persone furono private del pensiero autonomo». 

Telefono, telescrivente, radio permettevano che un ordine partito dal vertice arrivasse intatto fino all’ultima unità, e lì «a causa dell’alta autorità» venisse eseguito senza critica. I dittatori del passato, è ancora Speer, avevano bisogno di collaboratori capaci di pensare e agire in proprio, perfino ai livelli più bassi. Il sistema totalitario nell’età tecnica può farne a meno: la comunicazione da sola basta a meccanizzare la catena di comando. E così, dice, «nasce un nuovo tipo: il ricevente acritico di ordini».

Teniamo a mente quella figura. Il ricevente acritico di ordini. Torneremo a chiederci dove sia finito.

Una parola da maneggiare con cura: tecnocrazia

A un certo punto Speer pronuncia la frase che oggi suona più nostra: «Oggi il pericolo di essere terrorizzati dalla tecnocrazia minaccia ogni paese del mondo».

Qui serve un’avvertenza, perché la parola ha una storia precisa, e non è la storia che immaginiamo guardandola dall’oggi. Per chi la studia, la tecnocrazia in senso moderno comincia con Henri de Saint Simon, anche se la sua matrice, il governo di chi sa, è già nel Platone della Repubblica.

Saint Simon già nel 1814 immagina una società affidata a industriali, scienziati e ingegneri, dove al «governo degli uomini» subentra l’«amministrazione delle cose». La pensava come una promessa di emancipazione, non come una minaccia. Da lì la linea prosegue dritta sino a Veblen, il movimento tecnocratico americano tra le due guerre, fino ai nostri «governi tecnici» con il governo dei competenti al posto dei politici. Quel significato non è affatto un’invenzione recente, ma è il più classico che ci sia, e gode tuttora ottima salute.

Speer, però, non usa la parola in questo senso stretto. Non teme un governo di ingegneri, Hitler non era un tecnocrate.

Allarga il termine fino a farne il nome di qualcos’altro, il pericolo di essere dominati dalla tecnica in quanto tale, dall’apparato e dai suoi mezzi, a prescindere da chi li impugni. Non il funzionario competente, ma l’obbedienza che diventa un fatto meccanico.

Da qui la sua conclusione, forse l’unica parte del discorso che vale la pena prendere sul serio fino in fondo: «quanto più il mondo diventa tecnico, tanto più necessaria è la promozione della libertà individuale e della consapevolezza di sé dell’individuo come contrappeso».

Non era il solo a vederlo

Ed è qui il punto che conta più di Speer stesso.

Quella diagnosi non era farina del suo sacco, e non aveva bisogno di lui per esistere, era nell’aria da tempo.

Già nel 1931 Karl Jaspers descriveva l’uomo schiacciato dall’ordine tecnico di massa.

Nel 1934 Lewis Mumford pesava luci e ombre della macchina in Technics and Civilization.

E nel giugno 1938, in una conferenza a Friburgo, Heidegger metteva «macchinazione e tecnica» tra i tratti costitutivi dell’epoca moderna, lui, già rettore nazista nel 1933, e proprio per questo prova ulteriore che la lucidità sulla tecnica non era appannaggio dei giusti, circolava, trasversale, anche tra chi era dentro la macchina fino al collo.

E non furono solo i filosofi laici.

L’allarme veniva anche, in piena luce, dal pensiero religioso e tradizionale.

Già nel 1891 Leone XIII, con l’enciclica Rerum novarum, aveva preso di petto la rivoluzione industriale, non la tecnica in sé, ma ciò che la nuova economia delle macchine faceva all’uomo, il lavoratore ridotto a ingranaggio, la persona da difendere nella sua dignità.

René Guénon, nella Crisi del mondo moderno (1927) e poi nel Regno della quantità (1945, l’anno prima di Speer), leggeva nel mondo moderno il trionfo della quantità sulla qualità, la produzione in serie che soppianta il mestiere, l’uniformazione degli esseri, perfino «l’odio del segreto», pagine che, rilette oggi nell’epoca dei dati, fanno impressione.

E Rudolf Steiner, che dal 1899 al 1904 aveva insegnato storia, oratoria e, dal 1902, scienze naturali agli operai della Arbeiterbildungsschule di Berlino, la scuola di formazione operaia fondata dal socialdemocratico Wilhelm Liebknecht, ammoniva che una civiltà ridotta al puro meccanismo rischia di inaridire l’uomo interiore, e che il solo argine è una coscienza individuale risvegliata.

La sua era una critica spirituale della tecnica, il meccanismo che rischia di calcificare l’uomo, da non rifiutare ma da attraversare con coscienza, e non veniva da colui che viveva in una torre d’avorio perchè per anni aveva spiegato storia e scienze agli operai, sera dopo sera, a chi nelle fabbriche rischiava di diventare quell’ingranaggio, e alla direzione della scuola aveva dichiarato fin da subito di voler insegnare la storia a modo proprio, non secondo l’ortodossia marxista.

Speer, insomma, non profetizzava, ripeteva, da un pulpito improbabile, qualcosa che da oltre un secolo veniva sognato da una parte e temuto dall’altra. Ed è proprio questo a rendere la sua testimonianza utile a noi. Se la consapevolezza era così diffusa da raggiungere perfino il banco degli imputati di Norimberga, allora il problema non era, non è mai stato, accorgersene. Era farne qualcosa.

Un laboratorio a cielo aperto

C’è un motivo se questa diagnosi nasce proprio nel 1945-46.

La Seconda guerra mondiale fu un laboratorio tecnologico a cielo aperto, e Speer ne aveva vissuto il cuore produttivo.

Quella guerra finì, sono parole sue, nel discorso, con razzi telecomandati, aerei alla velocità del suono, sottomarini di nuovo tipo, «bombe atomiche» e la prospettiva di una guerra chimica.

Le due atomiche su Hiroshima e Nagasaki furono sganciate, nella narrazione vincente, per la pace: la formula con cui si è battezzato l’uso più radicale della tecnica come strumento politico.

Enigma, la macchina cifrante tedesca e lo sforzo alleato per romperla a Bletchley Park, fu insieme l’apice della segretezza meccanizzata e la prova che la guerra si combatteva ormai sull’informazione tanto quanto sul campo.

E poi la propaganda. Su tutti i fronti, l’opinione delle masse fu lavorata con gli strumenti che l’epoca metteva a disposizione, con la radio che entrava in ogni cucina, il cinema che dava un volto al nemico.

Vale anche per i vincitori, e dirlo non è equidistanza, ma l’epopea hollywoodiana del film di guerra, il nemico da annientare, la causa giusta resa immagine, fu propaganda raffinata quanto quella che condannava, solo al servizio di una causa che la storia ha giudicato diversamente.

Il punto di Speer non era quale messaggio passasse nell’altoparlante.

Era che l’altoparlante esisteva, e che chi lo controllava controllava il pensiero di milioni.

Dall’altoparlante allo schermo

È qui che Speer smette di parlare solo del 1946 e comincia, suo malgrado, a parlare di noi.

Speer descriveva un sistema con una caratteristica precisa: una sola volontà.

Un centro che parla, una periferia che riceve, una linea che non torna indietro.

L’altoparlante è monodirezionale. È questa la grande differenza con ciò che abbiamo sotto gli occhi da quasi vent’anni con i social network: lì non c’è una voce sola, ce ne sono milioni, non un emittente, ma un’architettura in cui ciascuno è insieme ricevente e trasmittente. In apparenza è l’esatto contrario della dittatura tecnica di Speer. In apparenza è liberazione, la fine dell’altoparlante unico.

Ma è qui che conviene rallentare, invece di applaudire. Perché la decentralizzazione visibile, milioni di voci, nessun ministero della propaganda, convive con una centralizzazione invisibile e forse più potente, poche piattaforme, pochi algoritmi che decidono cosa di quei milioni di voci raggiunge gli occhi, in che ordine, con quale frequenza.

Non c’è nulla di segreto, le piattaforme sono in piena vista, quotate in borsa. Invisibile è il funzionamento, non l’esistenza, ciò che decide cosa vedi, non chi lo possiede. È il sogno tecnocratico rovesciato, ovvero non più tecnici che governano alla luce del sole, ma sistemi che orientano l’attenzione senza che nessuno debba dare un ordine.

Speer temeva l’uomo solo al comando. Oggi non c’è l’uomo solo, c’è l’apparato che lui aveva intravisto, senza il dittatore.

Non ti dice cosa pensare. Decide cosa vedi. Ed è più difficile resistere a un’architettura che a un comando, perché un comando lo riconosci, l’architettura no.

Le assonanze ci sono, le differenze pure.

La propaganda novecentesca voleva omologare, tutti con la stessa idea.

La logica dell’algoritmo fa il contrario, frammenta, a ciascuno il suo flusso, la sua bolla, la sua versione del mondo.

Eppure l’effetto sul singolo è, in qualche misura, lo stesso che Speer descriveva, la sottrazione del pensiero autonomo.

Solo che non avviene più per imposizione di una volontà, ma per assecondamento delle nostre.

Gli strumenti di intelligenza artificiale generativa, oggi, aggiungono l’ultimo strato, non solo selezionano ciò che leggiamo, ma producono ciò che pensiamo di aver pensato.

Il «ricevente acritico di ordini» di Speer non è scomparso. Ha solo smesso di ricevere ordini. Riceve raccomandazioni, suggerimenti, contenuti fatti su misura. È più comodo, e per questo più efficace.

Non è un allarme di nicchia. Nel maggio 2026, a centotrentacinque anni esatti dalla Rerum novarum, Leone XIV è tornato sullo stesso terreno con l’enciclica Magnifica humanitas: l’intelligenza artificiale come questione sociale del secolo, e il monito a non lasciare che dati, algoritmi e piattaforme restino «concentrati nelle mani di pochi». Lo stesso nome di papa che nel 1891 lesse la rivoluzione industriale, di nuovo a leggere la rivoluzione successiva — segno che la posta in gioco non è cambiata, solo la macchina.

Conoscere, per deliberare

A questo punto sarebbe facile chiudere con un allarme, o peggio con una morale. Non è l’intenzione. Niente grillo parlante, niente ve l’avevamo detto.

C’è invece una vecchia formula di Luigi Einaudi che torna utile: conoscere per deliberare. Non si può decidere, su un farmaco, su una legge, su uno strumento che ci entra in casa e nella testa, ciò che non si conosce. Vale per le atomiche «per la pace», è valso per la radio, vale oggi per gli algoritmi e per l’IA.

La precondizione di ogni scelta libera è capire l’oggetto della scelta. E poi, dopo aver conosciuto e deliberato, agire.

Come si agisce, in concreto? È più semplice di quanto si pensi. Ma quella, come si dice, è un’altra storia e merita un ulteriore spazio a sé.

L’apparato che Speer vide nascere lo abbiamo ereditato e raffinato, lo crediamo nostro perché lo teniamo in tasca. Ma chi serve chi? Quando scorriamo, scegliamo o veniamo scelti? E quanta della libertà individuale che adirittura Speer indicava come unico contrappeso siamo disposti a esercitare, sopratutto ora che costa fatica come allora?


Fonti

Dichiarazione di Albert Speer — International Military Tribunal, Norimberga, Trial of the Major War Criminals, seduta del 31 agosto 1946 (ultime dichiarazioni degli imputati). Testo: The Avalon Project, Yale Law School — https://avalon.law.yale.edu/imt/08-31-46.asp

Karl JaspersDie geistige Situation der Zeit (Sammlung Göschen, Berlino 1931). Ed. it.: La situazione spirituale del tempo, a cura di A. Rigobello, Jouvence, Roma 1982. La società moderna come «ordine di massa» della cura tecnica dell’esistenza, che livella e funzionalizza l’individuo.

Lewis MumfordTechnics and Civilization (Harcourt Brace, New York 1934). Ed. it.: Tecnica e cultura, trad. di Ettore Gentilli, Il Saggiatore, Milano 1961 (rist. 2005).

Martin HeideggerDie Zeit des Weltbildes (conferenza, Friburgo, 9 giugno 1938; poi in Holzwege, 1950), dove «macchinazione e tecnica» figurano tra i fenomeni costitutivi dell’età moderna. Ed. it.: L’epoca dell’immagine del mondo, in Sentieri interrotti, trad. di P. Chiodi, La Nuova Italia, Firenze 1968. Cfr. anche Beiträge zur Philosophie (Vom Ereignis), scritti 1936-38, sul concetto di Machenschaft; ed. it.: Contributi alla filosofia. Dall’evento, a cura di F. Volpi, Adelphi, Milano 2007. (Il saggio più noto, Die Frage nach der Technik / La questione della tecnica, è invece del 1954: posteriore a Speer.)

Leone XIII, lettera enciclica Rerum novarum sulla condizione degli operai (15 maggio 1891). Testo italiano ufficiale: https://www.vatican.va

Leone XIV (Robert Francis Prevost), lettera enciclica Magnifica humanitas, «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», firmata il 15 maggio 2026 (135° anniversario della Rerum novarum), pubblicata il 25 maggio 2026. Critica del «paradigma tecnocratico» e monito contro la concentrazione di dati, algoritmi e piattaforme «nelle mani di pochi». Testo: https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html

René GuénonLa Crise du monde moderne (1927) — ed. it.: La crisi del mondo moderno, Edizioni Mediterranee, Roma — e Le Règne de la quantité et les signes des temps (Gallimard, 1945), ed. it.: Il regno della quantità e i segni dei tempi, Adelphi, Milano 1982: la modernità come trionfo della quantità sulla qualità, uniformazione, «odio del segreto».

Rudolf Steiner — sull’insegnamento alla Arbeiterbildungsschule di Berlino, scuola di formazione operaia fondata nel 1891 dal socialdemocratico Wilhelm Liebknecht, dove Steiner tenne corsi dal 1899 al 1904 (storia, oratoria e, dal 1902, scienze naturali). Fonte primaria: R. Steiner, Mein Lebensgang (GA 28, 1925); ed. it.: La mia vita, trad. di F. Colazza Arenson e L. Schwarz, Editrice Antroposofica, Milano (I ed. 1937; nuova ed. 2018). Per il contesto si veda anche dasgoetheanum.com («Lectures for Workers»).

Henri de Saint-Simon — origine dell’idea tecnocratica («amministrazione delle cose» in luogo del «governo degli uomini»), da De la réorganisation de la société européenne (1814) e scritti successivi; testi disponibili in italiano in antologie (p. es. Opere, UTET, Torino). Sul lessico: il termine «tecnocrazia» è coniato da William H. Smyth (1919); cfr. Thorstein Veblen, The Engineers and the Price System (1921; ed. it. Gli ingegneri e il sistema dei prezzi), e il movimento tecnocratico statunitense degli anni Trenta.

Luigi Einaudi, «Conoscere per deliberare», in Prediche inutili, Einaudi, Torino 1956 (dispensa prima): «Come si può deliberare senza conoscere?… Al deliberare deve, invero, seguire l’azione».

«I nostri figli stanno pagando il prezzo più alto»,  https://www.ilfranti.it/i-nostri-figli-stanno-pagando-il-prezzo-piu-alto/

Riferimenti storici generali: sulla decrittazione di Enigma a Bletchley Park e sull’impiego delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki (agosto 1945) si rimanda alla storiografia corrente; non dipendono da un’unica fonte.


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Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari
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Massimo V.A. Manzari

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