Prima la piazza convocata da un video, poi le canzoni che si passano il testimone del dissenso. Tra le due, un’etichetta che sembra descrivere e intanto separa: giovani, adulti, generazioni. E se il conflitto non avesse un’età? Tutti contro tutti, e il banco sceglie i tavoli a cui sedersi.
Abbiamo seguito il dissenso e la rabbia in due luoghi(1). In entrambi abbiamo trovato qualcuno che le misura e le capitalizza. Ora resta l’ultimo passaggio, quello in cui il disagio arriva nel discorso pubblico e riceve un’età, così da frammentare e dividere ancora di più. Prima di arrivarci, spostiamo la domanda. Non quanti anni hanno i rivoltosi, ma chi li conta, e con quale strumento.
Tre nomi per la stessa piazza
Ogni piazza riceve il suo nome da chi la governa. L’ordine pubblico la chiamadisordinee conta i danni. La piattaforma la chiamainterazionee conta i minuti. Il discorso pubblico le assegna un terzo nome, più rassicurante dei primi due:generazione. È la questione giovanile.
Il terzo nome si declina in più vocabolari. Per chi vende, la generazione è un segmento di mercato, per chi amministra è un bacino di utenza da stimolare, per chi informa, un titolo di cronaca che garantisce letture. Termini tecnici, non giudizi morali.
Ciò che inquadrano, però, è un recinto. Chi viene contato per fascia d’età viene anche separato per fascia d’età, i giovani da una parte, i loro genitori dall’altra, i nonni dall’altra ancora. Tre fasce, tutte alla stessa distanza dall’obiettivo. Ma anche l’inquadratura fa parte del dispositivo. La macchina da presa che conta le età è la stessa che decide chi sta a fuoco e chi finisce in prospettiva, e una prospettiva è soltanto un modo gentile di mettere qualcuno sullo sfondo.
Ciascun gruppo riceve il proprio disagio, il proprio linguaggio, il proprio colpevole. Il conflitto si sposta in orizzontale, tra chi abita lo stesso edificio, e smette di salire ai piani dove l’edificio si progetta.
È una strategia, l’antico divide et impera? O soltanto l’effetto di un vocabolario comodo a tutti, un recinto senza architetti, che nessuno ha progettato e tutti abitiamo?
Il testimone e il suo recupero
Esiste un testimone che viaggia sottotraccia nella musica italiana(2). Passa per la rabbia lucida di Claudio Lolli e per il teatro canzone di Giorgio Gaber, e arriva alle voci di oggi che raccontano margini, periferie, corpi e identità.
Lungo il percorso incontra sempre lo stesso fenomeno, ilrecupero, ovvero la capacità di un ordine di assorbire ciò che lo contesta e di rimetterlo in circolazione come merce. La critica viene resa fruibile, il margine viene trasformato in centro, l’autenticità diventa un marchio. È la récupération dell’Internazionale situazionista, una parola nata quando le piattaforme non esistevano(3). Ne nasce il consenso del dissenso, una valvola di sfogo regolata, che lascia uscire la pressione senza mai far saltare il coperchio.
Il fenomeno è più vecchio delle piattaforme. I primi dischi di Lolli, e non solo lui, con le loro canzoni contro la morale borghese, uscivano per una delle maggiori case discografiche del mondo (4). Ma il dettaglio che decide tutto il resto è un altro. La EMI non perse quella mano. Il tavolo restò aperto finché durò il contratto, poi fu Lolli ad alzarsi e a cercarne uno più piccolo, più vicino alle sue idee. Il banco non vince ogni mano, ma il suo potere è un altro. Decide a quali tavoli sedersi, e quali lasciare vuoti.
Gaber fece il percorso apparentemente inverso, all’apice della popolarità televisiva lasciò lo schermo per il teatro, dove nessun palinsesto stava tra lui e chi lo ascoltava(6). Chiamarla un’uscita verso il margine sarebbe comodo, e impreciso, perchè il Piccolo Teatro di Milano, con la sua stagione e i suoi abbonamenti, era una nicchia di prestigio dell’autenticità, non un sottoscala. E però, anche lì, il recupero lo inseguì, fino alla proposta di legge del 2003 per la tutela e il riconoscimento del teatro canzone come genere espressivo. L’uscita divenne patrimonio. Il che apre un’altra lettura. Se il recupero insegue ogni uscita, allora l’uscita è reale anche quando viene riassorbita. Il recupero non è onnipotenza, è inseguimento. Un teorema che spiega tutto non spiega niente, e questo almeno può fallire, e dove fallisce informa. Un ordine che deve recuperare tutto sta confessando che qualcosa gli è sfuggito.L’acqua che passa da una valvola regola la pressione. Quella che passa per una crepa la allarga.
Le piattaforme hanno reso l’inseguimento più veloce, distribuendolo a ciascuno secondo le sue preferenze. Le voci di oggi che portano istanze vitali su corpo e identità attraversano lo stesso cancello dei predecessori, con un tempo di consumo più breve.
Il cancello ha i suoi nomi: Kid Yugi, 22Simba, Promessa, Mezzosangue, Cranio randagio, Madame, per citarne alcuni. E una differenza dai predecessori va detta, il rap non narra il banco da fuori. Ne narra tavoli, scommesse e coperchi standoci dentro.
Se il recupero è antico quanto il dissenso, che cosa resta di nuovo? Forse solo la velocità. O forse l’età di chi ascolta, che il discorso pubblico ha imparato a stampare sull’etichetta.
E se il banco sceglie i tavoli, quali sono i tavoli che non si possono chiudere, quelli dove nessuno scommette?
Le generazioni come strati
La narrazione dominante inscatola il disagio in una categoria precisa, la questione giovanile, e la semplificazione ha una conseguenza. Letto come un conflitto tra generazioni, il blocco sociale appare come un evento recente, la colpa di qualcuno nato prima. Le generazioni che oggi si sentono vittime di un futuro negato sono state, a loro volta, vittime di strutture sociali che non lasciavano spazio al cambiamento. Il blocco ha l’andamento di un ciclo.
Chi studia le generazioni con i dati distingue tre forze. C’è l’effetto del periodo, ciò che un’epoca fa a tutti quelli che la attraversano, a qualunque età. C’è l’effetto dell’anno di nascita, ciò che resta addosso a chi è cresciuto in un certo momento. E c’è l’effetto del ciclo di vita, ciò che accade a chiunque passi dai venti ai cinquant’anni. Molto di ciò che viene attribuito a una generazione appartiene in realtà al periodo o al ciclo di vita(7). Perfino chi più di tutti ha contribuito a diffondere le etichette generazionali ha annunciato che le avrebbe usate con più cautela, e più di rado(8).
C’è un quarto strumento. Mannheim, nel 1928, costruì la collocazione generazionale per analogia con la posizione di classe(9).
Mannheim legava ancora la collocazione all’anno di nascita. Ma se la si prende sul serio come posizione, la data conta meno degli avvenimenti a cui si partecipa. Una posizione non si eredita: si occupa. Il Sessantotto fu occupato anche da quarantenni, docenti, operai, genitori che partecipavano agli stessi avvenimenti dei ventenni. Una piazza può essere occupata da un sessantenne che attraversa le stesse cose del ventenne accanto. Visto dalla collocazione, il dissenso non ha un’età, ha una posizione.
La parola va presa con tutto il suo peso, perché Mannheim aggiunge un dettaglio che la semplificazione taglia, ovvero dentro la stessa collocazione distingueva unità in conflitto tra loro. La posizione non produce automaticamente alleanza, coabitare lo stesso edificio non è ancora abitare lo stesso piano.
Anche noi, chiudendo la riflessione sulla piazza, abbiamo affidato alle nuove generazioni l’ultima riserva di autenticità. La frase regge se la generazione si legge come una posizione, e non come un’appartenenza, i più giovani sono i primi a non poter fingere, perché la pressione che grava su tutti li trova senza zavorre. Ma la pressione è la stessa.
E la monotribù, tante tribù sulla carta, un’unica tribù sotto gli stessi canali, non è una conclusione, ma è un’ipotesi da verificare, perché le posizioni, dentro lo stesso edificio, divergono, e chi si arricchisce della frammentazione non abita nessuna delle fasce contate.
Uscire dalle etichette non significa negare i conflitti tra coetanei e non coetanei, ma significa smettere di vederli come la linea principale, e vedere i contemporanei per ciò che sono, coabitanti di un’architettura di potere, titolari degli stessi diritti, delle stesse libertà e degli stessi doveri di cittadinanza, in un mondo che preferisce frammentarli in fasce d’età per gestirli meglio.
Oltre il cittadino
La riflessione sulla piazza si chiudeva su una domanda: che cosa distingue una piazza in cui si è cittadini da una in cui si è utenti? Tornare cittadini capaci di agire politicamente è già molto. Anche il cittadino, però, è una categoria, e ogni categoria si lascia contare.
Che cosa resta, oltre il cittadino? Una domanda di senso.
Il testimone corre di mano in mano, e attraversa epoche e barriere d’età come se non esistessero. Chi lo passa non chiede a chi lo riceve in che anno è nato.
Viste da qui, le generazioni somigliano meno a compartimenti stagni e più agli strati di un unico, comune movimento, unità diverse, anche conflittuali, dentro la stessa posizione.
La domanda, allora, non riguarda la colpa, né il torto subito da una fascia d’età per mano di un’altra.
Né riguarda soltanto l’anima.
La domanda di senso la pongono corpi senza garanzie, e la casa, il salario, il tempo ne sono la sostanza.
Conta allora ciò che cambia natura nel momento in cui viene contato, perché è lì che la questione ci tocca, e chiede uno sguardo vigile e presente.
Lì passa la ricerca di senso, la tensione che spinge ciascuno a cercare la propria realizzazione come espressione di una visione che abbracci la terra e il cosmo, anziché come ingranaggio di una mera macchina produttiva.
Che cosa diventa una rivolta, quando smette di chiedere soltanto ciò che manca e comincia a chiedere spazio per un’anima, divina e terrena, che non si lascia ridurre né a una funzione né a un bisogno indotto?
La domanda stessa è già merce, riconoscibile, impacchettabile, a scaffale con i suoi slogan pubblicitari, la crescita personale, la ricerca di senso, il ritiro in montagna, e tutto ciò che ci tiene dentro la piazza materiale, anche quando la viviamo attraverso uno schermo.
Quanti anni ha il dissenso, allora? Nessuno. Ha una posizione. E una posizione non si eredita, si occupa.
Ma chi la occupa, e per quanto, prima che il banco apra un tavolo anche lì?
Note e fonti
(1) Le due parti della riflessione sulla piazza sono L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivoltae L’algoritmo del dissenso e le piazze della rivolta. Progettate da chi?.
(2) Sulla musica del dissenso, [La musica del consenso del dissenso] (https://www.ilfranti.it/la-musica-del-consenso-del-dissenso/) e Dal teatro canzone ad oggi: il testimone invisibile.
(3) Il terminerecupero(récupération) appartiene al lessico dell’Internazionale situazionista; il quadro teorico è in Guy Debord,La società dello spettacolo, 1967.
(4) Claudio Lolli esordisce conAspettando Godot, EMI Italiana-Columbia, 1972; per la stessa etichetta escono i suoi album fino al 1976. Alla scadenza del contratto Lolli sceglie di non rinnovarlo e passa a Ultima Spiaggia, cercando, come racconterà, una maggiore partecipazione e una sintonia più stretta tra le proprie idee e quelle dell’etichetta. La ricostruzione, con le parole di Lolli tratte da Claudio Lolli, Lato Side, 1982, è in Rockit, e nella monografia di OndaRock
(5) Tra chi oggi raccoglie il testimone, interpreti e produttori, Kid Yugi, 22Simba, Promessa, Mezzosangue, Madame, Artie 5ive, Shablo, M¥SS KETA, Priestess, BigMama. Prima di loro ricordiamo la lucidità del sistema di Cranio Randagio (1994-2016). (vedi vari articoli su Il Franti)
(6) Giorgio Gaber lascia la televisione per il teatro all’inizio degli anni Settanta; il primo spettacolo di teatro canzone,Il signor G, debutta nel 1970 con il Piccolo Teatro di Milano. La scelta è ricostruita, con le parole di Gaber sulla comunicazione diretta con il pubblico, nella relazione alla proposta di legge «Norme per la tutela e il riconoscimento del genere espressivo “teatro canzone”», Camera dei Deputati, XIV Legislatura, A.C. 4036, presentata il 4 giugno 2003
(7) Sui tre effetti (periodo, anno di nascita, ciclo di vita): Bobby Duffy,Generations: Does When You’re Born Shape Who You Are?, Atlantic Books, 2021; edizione statunitenseThe Generation Myth, Basic Books, 2021. Duffy dirige il Policy Institute del King’s College London; in precedenza ha diretto la ricerca sociale di Ipsos MORI. Presentazione del libro
(8) L’avvertenza sulle etichette generazionali: Kim Parker,How Pew Research Center will report on generations moving forward, Pew Research Center, 22 maggio 2023
(9) La generazione come collocazione, e non come gruppo: Karl Mannheim, Das Problem der Generationen, «Kölner Vierteljahrshefte für Soziologie», VII, 1928, pp. 157-185 e 309-330; trad. it. Il problema delle generazioni, in Sociologia della conoscenza, Dedalo, Bari 1974, pp. 323-371; edizione autonoma Le generazioni, Il Mulino, collana Voci, Bologna 2008, ISBN 978-88-15-12467-8. Mannheim costruisce la nozione di collocazione (Lagerung), qui resa con «posizione», per analogia con la posizione di classe. La collocazione resta legata all’anno di nascita e non è un gruppo concreto. La partecipazione a un destino comune definisce un livello successivo, il legame generazionale (Generationszusammenhang), e dentro di esso convivono unità generazionali in conflitto tra loro. Una sintesi è nella voce «Generazioni» di Alessandro Cavalli, Enciclopedia delle scienze sociali, Treccani, 1994
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