E se vi dicessi che Gaber e i primi rapper italiani correvano insieme, sulla stessa pista, nello stesso tempo? Che non c’è stato nessun passaggio di testimone, ma una moltiplicazione di voci parallele?E il dissenso come merce? A tal riguardo mentre stavo pubblicando l’articolo, leggo che Ghali accusa i colleghi di aver ucciso il rap con il loro silenzio su Gaza. Ecco il paradosso: chi vende grazie al dissenso tace proprio quando potrebbe amplificare la mobilitazione popolare in atto per quanto accade a Gaza?
Il prologo La Musica del Consenso del Dissenso – La Musica del. Consenso del Dissenso (2)
La mia conversazione con Il Franti è partita da qui, da questo dato cronologico che sfata un mito e apre una riflessione necessaria sulla continuità che lega generazioni apparentemente distanti di artisti.
Serve il coraggio di guardare al presente senza nostalgie paralizzanti, riconoscendo che le voci del dissenso si sono moltiplicate nel tempo, ibridandosi con altre culture e nuovi linguaggi, diffondendosi attraverso i social e le piattaforme virtuali, coesistendo e intrecciandosi in modi inaspettati.
Contemporanei anziché successori
Un dato cronologico spesso dimenticato sfata il mito della successione generazionale: Giorgio Gaber è morto il 1° gennaio 2003, mentre artisti come Articolo 31 e Frankie Hi-NRG MC erano già attivi dalla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Questo significa che per almeno 10-15 anni Gaber e questi artisti sono stati contemporanei, entrambi attivi sulla scena musicale italiana.
Ecco perché ho la sensazione di un testimone invisibile: la corsa non si è mai interrotta.
Non c’è stato un momento di passaggio da un’epoca all’altra, ma una moltiplicazione parallela di voci che usavano linguaggi diversi per dire cose simili a pubblici diversi: le periferie esistenziali, il rifiuto del conformismo, la necessità di pensiero critico.
Già all’epoca di Giorgio Gaber il fenomeno delle tribù era diffuso: stessi argomenti raccontati in maniera diversa creavano appunto tribù separate di spettatori anziché spazi allargati di confronto e di partecipazione.
Questo è anche il tema della mercificazione del dissenso e della sua frammentazione in piccoli pezzi, quasi per far sì che incidesse il meno possibile.
Le forme più recenti della musica rappresentano l’evoluzione continua di questa staffetta: il testimone che muta forma, linguaggi che si ibridano ulteriormente, ma la corsa che prosegue senza mai fermarsi.
E anche in questo caso vediamo il fenomeno delle tribù che si consolida, depotenziando così il messaggio e la partecipazione.
Stessa operazione, linguaggi diversi
Giorgio Gaber con il suo teatro-canzone, forma d’arte lanciata insieme a Sandro Luporini nei primi anni Settanta, metteva a nudo con monologhi e canzoni le contraddizioni sociali, politiche ed esistenziali dell’Italia di quegli anni. Il teatro canzone alternava parti cantate e recitate per affrontare tematiche di forte impatto sociale e culturale, creando un dialogo diretto con lo spettatore.
Oggi i giovani artisti, spesso catalogati con etichette riduttive o demonizzati per i loro contenuti, fanno esattamente la stessa operazione: raccontano le periferie geografiche e digitali, danno voce al disagio giovanile, denunciano le contraddizioni di un sistema che, pur assorbendo e mercificando anche le loro stesse voci di dissenso, continua a richiedere conformismo.
La moltiplicazione dei cantori
Dall’epoca di Gaber a oggi sembra che si siano moltiplicati i cantori del dissenso e delle situazioni sociali ed emotive, non che si siano sostituiti l’uno all’altro. Artisti come Mezzosangue, Artie 5ive, Shablo e molti altri raccolgono idealmente quel bisogno di testimonianza che in passato era espresso da Gaber, Claudio Lolli, Franco Battiato.
Questi sono solo alcuni nomi di una lista che sarebbe ben più lunga.
Parole come strumenti di pensiero
Benché oggi si parli spesso di “fiumi di parole” anziché musica con parole , esiste una tradizione nobile nel teatro e nell’arte della parola che usava proprio le parole come strumenti di sollecitazione al pensiero, all’azione e al confronto. Dai monologhi di Carmelo Bene alla chanson d’autore francese, la parola è sempre stata arma di dissenso e strumento di coscienza.
Georges Brassens, cantautore e poeta francese considerato uno dei maestri della canzone d’autore, musicò poesie di Victor Hugo, Paul Verlaine, François Villon, presentandosi sempre come artista anticonformista e anarchico. Léo Ferré, altro gigante della chanson francese di origine monegasca morto in Italia nel 1993, rivendicò per tutta la vita con orgoglio la propria essenza anarchica, che ispirò tutta la sua opera. Questi maestri, insieme a Gaber, dimostrarono che la canzone poteva essere veicolo di pensiero complesso, di critica sociale, di sollecitazione alla coscienza individuale e collettiva.
Riconoscere la continuità senza preconcetti
Riconoscere questa continuità nella tradizione della parola come strumento critico non è sempre semplice. Per alcuni toccare i “mostri sacri” e confrontarli con i “ragazzetti” di oggi può sembrare un insulto, una profanazione della memoria artistica. Ma serve proprio questo coraggio di rapportarsi al presente senza preconcetti generazionali: riconoscere che Mezzosangue quando canta senza dio né stato sta ponendo le stesse domande che poneva Gaber, che le periferie raccontate oggi dagli artisti contemporanei sono gli stessi margini sociali di cui parlava Lolli.
Il rischio concreto non è nel riconoscere questa continuità, ma nel demonizzare le nuove forme espressive solo perché utilizzano linguaggi diversi, più crudi, meno codificati rispetto alle convenzioni della canzone d’autore tradizionale.
Il Paradosso del Consenso al Dissenso
Esiste però un paradosso inquietante in questa moltiplicazione di voci: il testimone del dissenso viene riconosciuto, venduto, istituzionalizzato dal sistema stesso che critica. È quello che si potrebbe definire il “consenso del dissenso”, dove anche la ribellione diventa forma accettata, prodotto culturale, valvola di sfogo controllata.
Gaber, Battiato, Lolli lo sapevano: il sistema può permettersi di tollerare, anzi di commercializzare la critica.
Oggi i giovani artisti criticano il capitalismo mentre vendono dischi, denunciano il sistema mentre ne fanno parte, parlano di marginalità da palchi sempre più grandi. Il vero pericolo non è tanto il linguaggio utilizzato, ma il rischio che il dissenso diventi solo merce, consumo culturale svuotato di ogni potenziale trasformativo.
Sia ben chiaro, ciò accade non solo nell’ambito musicale di cui stiamo discorrendo, ma è un fenomeno trasversale.
È ovunque la capacità di un sistema di potere di depotenziare l’innovazione, che è sempre un cambio di regole, attraverso meccanismi che assorbono e neutralizzano ogni dissenso rendendolo parte del sistema stesso.
L’arte, la politica, i movimenti sociali: ogni spinta al cambiamento viene progressivamente normalizzata, istituzionalizzata, svuotata della sua carica per alcuni versi eversiva verso il potere consolidato.
Il sistema non reprime frontalmente, ma ingloba, celebra, mercifica.
Trasforma il “no” in prodotto, la critica in spettacolo, la ribellione in stile.
E così facendo, mantiene intatte le regole che l’innovazione voleva cambiare.
Salvo quando le tribù si uniscono e diventano un problema reale.
Allora il sistema passa dalla cooptazione a forme di “normalizzazione” violenta di cui la storia è ricca.
E lo fa spesso con il consenso di chi sino al giorno prima ascoltava inni al pensiero critico e al non-consenso. Perché sinché sono parole, sinché il dissenso resta merce culturale, tutto è tollerato. Ma quando diventa prassi, quando minaccia davvero le regole del gioco, la repressione riappare in tutta la sua brutalità.
Creare spazi di acqua limpida
Come già visto nell’articolo precedente, nessuno di questi artisti, né ieri né oggi, offre soluzioni preconfezionate.
Ciò che continua a circolare non è una risposta ma una domanda: come si vive autenticamente in un mondo falso, come si resta umani in un sistema che ci vuole ingranaggi, come si trova senso nel vuoto?
Finché ci saranno giovani che guardano il mondo e sentono che qualcosa non quadra, queste domande continueranno a risuonare, dalla chitarra al microfono, dal teatro occupato alla piattaforma streaming, dal palco del teatro-canzone allo studio di registrazione in cameretta.
E forse il valore più grande di questa continuità è proprio la testimonianza: permettere a migliaia di persone, attraverso i decenni, di sentirsi meno sole nel proprio disagio.
Ma la testimonianza può diventare anche azione concreta.
Le voci continuano a moltiplicarsi, su piste parallele e silenziose, nei luoghi dove ancora scorre acqua limpida: nei concerti autogestiti, nelle case dove si ascolta musica insieme, negli incontri dove ciò che conta passa davvero di generazione in generazione, fuori da ogni mercato.
Però c’è un fatto che il sistema non controlla completamente: benché mercifichi il dissenso, non può controllare l’uso delle ricchezze che questi artisti accumulano. Tra spese forse pazze iniziali e altro ancora, alcuni di loro hanno il coraggio di far nascere iniziative che trasformano il dissenso in possibilità concrete di fare cose diverse: che sia l’agricoltura, una casa di produzione indipendente, o altro ancora.
Ma quali sono gli spazi concreti ove scorre acqua limpida?
In primis sono dentro di noi, e si continuano ad alimentare quando consapevolmente e responsabilmente scegliamo a chi e cosa dare consenso, alimentando una catena umana di altruismo.
Solo in questo modo l’autenticità e il divino che sono in noi risplenderanno e si amplieranno nell’incontro con l’altro.
Poi ci sono spazi fisici, che vanno creati e continuamente alimentati: centri sociali collegati con un flusso che connette le persone al di là delle tribù di appartenenza, con altre isole, centri culturali, case, biblioteche, piazze, vie e parchi sino a creare arcipelaghi senza confini.
Ad esempio, riscoprire la musica da camera che non è chiudersi in una stanza, ma privilegiare formati raccolti con pochi strumenti, piccoli ensemble, spazi dove l’ascolto, lo scambio e l’incontro tra persone prevalgono sul grande evento.
E il richiamo di Ghali è significativo: chiama all’azione rispetto alla parola, a essere coerenti e limpidi.
Perché altrimenti la domanda che Il Franti mi ha fatto continuerà a rimanere senza risposta: “Ma scusa, se la canzone del dissenso dagli anni ’70 metteva a nudo le contraddizioni sociali, perché oggi sono rimaste identiche e abbiamo pure meno spazi di azione?”
Rude boy, fuori nella strada sono cazzi tuoi -Vale a dire ? stai cercando di non fare la fila ? -No signore ! -Adesso tu pigli tutti i tuoi cazzo di sogni, li butti al cesso e vai fuori con gli altri. Fuori, in fila, a fare un lavoro di merda ‘Fanculo signore’ Sei in fila Sei in fila Casino Royale , 1995, da “Sei in fila”
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1 Comment
Immagino che la citazione finale sia dei Casinò Royale e non Royal, visto che il T9 fa sempre come vuole.
Ho comunque difficoltà a considerare simili: Gaber con Battiato o il buon Lolli. Sarà che più invecchio più trovo difficile ascoltare chi è (era) pervaso da pessimismo cosmico. Mentre Gaber metteva alla berlina con umorismo e Battiato (non il primo Battiato) ti elevava con i suoi brani. Definire “contro” i musicisti citati, però, mi scuso, proprio non riesco a vederli. Sarà che tutti i cantautori di protesta degli anni ’70 han dimostrato che non erano affatto contro il sistema, ma assolutamente aiutati da una parte dello stesso, anche se abbiamo dovuto aspettare 50 anni perché ciò si palesasse, ed i giovani di oggi sinceramente non trovo abbiamo nulla di nuovo da dire ma soprattutto non abbiamo nessuna ispirazione che , personalmente, mi faccia dire ecco qualcosa di nuovo. Anzi se poi hanno successo è xchè in qualche modo sono di “aiuto” al “sistema”, come si chiamava una volta.
Ed allora se siamo 7, 8 o mille miliardi di abitanti c’è talmente tanto da scoprire, musicalmente, che mi domando, perché devo perdere tempo ad ascoltare chi rifà o parla di robe x me vecchie?
Anche se poi, in fondo, come diceva quello là: la musica si divide in quella che ti piace ed in quella che non ti piace. Ed ognuno ascolti un po’ quel che gli pare.