… questo una decina di anni fa.
Dopo lunghe riflessioni, dubbi, domande con risposte diverse la conclusione è stata: si cambia, meglio mi trasferisco insieme ai miei due cani avvicinandomi ad una realtà più vivace, più affine al mio sentire.
Lascerò non so ancora in che giorno una casa di inizi ‘900 che fu dei miei nonni.
Aprirono una trattoria per rifocillare con la classica cucina piemontese, con i loro ortaggi freschi, con galline che razzolavano nel grande cortile e coi conigli, confinati in gabbie.
Di qui passarono molte persone anche solo per bere un bicchiere di rosso, giocare a carte e a bocce, ballare non so se danze occitane.
Tutto questo andirivieni non lo vidi, quando arrivai giovane bimba intenta a giocare restavano i cari nonni e gli animali, insieme all’immancabile orto.
Questa fu la “Trattoria del Cavallo Bianco” e così venne chiamata per lungo tempo. Ancora oggi sono “la nipote di”, detto in piemontese. Non è un passato che pesa, sono come dicono i francesi “avec mes racines”, con le mie origini, le mie radici.
Quando si ha un nucleo d’amore ed appartenenza ovunque si vada si è casa, la si trova.
Tanti non capiscono il mio “levare l’ancora”, mi spiace per chi è adeso ad un luogo, persino se non gli piace, addirittura se gli sta stretto.
Per mesi mi son detta lascio la mia terra, gli alberi, le siepi, ma dopo che ho dovuto far abbattere il nostro bellissimo abete ho detto: si va, è ora. Lui era un simbolo che passava lungo quattro generazioni, tutti lo abbiamo curato, eradicando per esempio l’edera dal tronco. Anche il nostro cane Délphy per alcuni giorni andò a cercarlo.
Sta crescendo un suo conspecifico, è consolatorio, ma come con le persone c’è chi ami più profondamente.
Sono qui a scrivere e sulla testa roboanti rumori: mobili e tanti scatoloni che se ne vanno. Un signore con una forza ed una rapidità incredibili libera tutte le camere. Guarda, guarda ama la natura, vive con la famiglia in una borgata insieme ad oche, galline, conigli “il necessario per la famiglia” e quattro cani.
Nelle settimane precedenti: apri ante e decidi tengo, butto, no tengo, meglio buttare.
Poi arrivano le fotografie e lì si fa difficile, si prendono le più significative.
Non è come il ben famoso cambio di stagione, solo noioso ed impegnativo, ora ciò che lanci nel pattume al limite sarà un ricordo, sempre più sfocato.
Lo si può vedere come un allenamento quotidiano allo scegliere ciò che conta e quanto si deve lasciar andare, anche dimenticare. Alla fine non provo malinconia, invece leggerezza, le spalle sono dritte e non tese. E so cosa farò tra qualche minuto. Il sole splende tiepido, metterò un paio di scarpe comode, aprirò ogni porta e mi metterò a correre ringraziando i nonni, lasciando loro l’impresa di trovare chi verrà qui amando ogni nostra pianta nata negli anni. Non si può scrivere su un rogito: “Mi raccomando il nostro giardino, ogni albero con gli arbusti e l’erba sono anidride carbonica presa all’ambiente ed ossigeno ceduto all’atmosfera e sentite quanti uccelli li abitano, con insetti in volo ed a terra”. Per come sono lo dirò, vedremo se incontrerò sguardi che comprendono.
Spero capiranno questa vecchia casa, accogliente nelle sue imperfezioni e so che ci sarà chi potrà abbellirla pietra dopo pietra, fiori dopo fiori.
Non tornerò, non si guarda indietro, sarò in una piccina non so bene dove, senza troppe aspettative, fanno male.
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