Queste riflessioni nascono dalla lunga telefonata dell’altro giorno con Il Franti e dai suoi consigli d’ascolto. D’improvviso, ascoltando quanto consigliato, si è materializzata un’immagine: un testimone di staffetta che galleggia nell’aria, scorrendo nel tempo. Un testimone che passa di mano in mano in una squadra immaginaria di artisti: alcuni che hanno varcato la soglia, altri che hanno appena iniziato a correre

Non so se Mezzosangue abbia davvero ascoltato Claudio Lolli.

Non so se Artie 5ive conosca Gaber.

Non so se Shablo si senta erede di una tradizione cantautorale italiana.

Questa staffetta probabilmente non è storicamente documentabile, è una mia lettura tematica, un filo rosso che io vedo collegare questi artisti attraverso contenuti e atteggiamenti simili, non attraverso influenze dirette o dichiarate.

Ma so che questo testimone esiste, lo sento nelle loro parole, nella stessa rabbia, nello stesso bisogno di dire “no” a un mondo che vuole tutti in fila per tre, che consuma ed industrializza le vite di tutti.

Mancano corridori fondamentali in questa staffetta: i CCCP, i CSI e l’evoluzione di Ferretti, i Casino Royale, Frankie HI-NRG , gli Area di Demetrio Stratos e altri ancora.

Ma questa non è una storia completa della musica del dissenso italiano, è una visione parziale nata dall’ascolto di quanto Il Franti mi ha segnalato nelle ultime conversazioni.

Il testimone corre anche su altre piste, parallele alla mia. Altri vedranno altri corridori, altre staffette.

Ma questa è la mia.

E forse il bello è proprio questo: che il testimone non corre su una sola pista, ma su mille piste diverse, contemporaneamente. E non si fermerà mai, perché è parte di una corsa ciclica che continua finché ci saranno persone che sentono che qualcosa non quadra.

Il testimone del dissenso

Esiste un testimone che viaggia sottotraccia nella musica italiana, passando di mano in mano attraverso decenni e generazioni.

Non è fatto di oro olimpico, ma di rabbia lucida, di domande senza risposta, di gioventù che si trova sempre ai margini nonostante tutto cambi.

Ma c’è un paradosso inquietante: questo testimone del dissenso viene riconosciuto, venduto, istituzionalizzato dal sistema stesso che critica.

È il testimone del “consenso del dissenso“, dove anche la ribellione diventa forma accettata, prodotto culturale, valvola di sfogo controllata.

Claudio Lolli negli anni ’70, Giorgio Gaber con il suo teatro-canzone, Franco Battiato con la ricerca mistica, tutti hanno impugnato questo testimone sapendo che il sistema può permettersi di tollerare, anzi di commercializzare, la critica.

E oggi, nelle periferie urbane e digitali, artisti come Mezzosangue, Artie 5ive e Shablo ed altri ancora continuano questa tradizione per alcuni versi ambigua.

Criticano il capitalismo mentre vendono dischi, denunciano il sistema mentre ne fanno parte, parlano di marginalità da palchi sempre più grandi.

È un gioco pericoloso.

Il dissenso viene represso proprio perché viene assorbito: digerito, reso innocuo attraverso il riconoscimento stesso.

Eppure, permane uno spirito di libertà, quella tensione continua che Battiato cantava “tra sesso e castità”, un equilibrio instabile che non si risolve, ma proprio per questo rimane vivo. Un ritmo continuo.

Il paradosso generazionale e la continuità del disagio

Cosa succederebbe se un giovane del 2025 ascoltasse Lolli con le orecchie di un coetaneo del 1975?

Probabilmente riconoscerebbe immediatamente le stesse domande, gli stessi vuoti, le stesse rabbie.

La forma è diversa: la chitarra acustica è diventata beat trap, la piazza è diventata social network, ma il contenuto resta: “Io sono giovane e non trovo spazio. Il sistema mi vuole docile, produttivo, conforme. Ma io sento che c’è dell’altro, che questa non può essere tutta la vita.

È deprimente o liberatorio scoprire che nulla è cambiato?

Che le stesse domande di Gaber negli anni ’70 sono ancora attuali?

Da un lato è la prova del fallimento di ogni tentativo di cambiamento.

Dall’altro, è la conferma che il disagio giovanile non è un difetto dell’individuo ma una caratteristica strutturale di società che non lasciano spazio reale ai giovani se non quello codificato: scuola-università-famiglia-lavoro-pensione.

La musica come testimonianza

Questa capacità di dire “no” è il cuore pulsante che passa di mano in mano.

Il rifiuto della narrazione dominante, il coraggio di raccontare una verità scomoda. Gaber lo faceva dal palco-pulpito, Battiato nella ricerca mistica, Lolli nella poesia urbana, come oggi Mezzosangue, Artie 5ive e Shablo.

Cambiano i linguaggi, non la sostanza.

Il rap ha preso il posto della canzone d’autore come musica del dissenso, perché parla la lingua delle nuove periferie, quelle geografiche e quelle digitali.

La domanda senza risposta

Nessuno di questi artisti offre soluzioni. Gaber si chiedeva “Se io fossi Dio”, Lolli parlava di morte negli occhi, Battiato cercava centri di gravità, Mezzosangue canta senza dio né stato. Non ci sono ricette, non ci sono programmi politici chiari.

E forse è proprio questo il punto: ciò che si passa di mano non è una risposta, ma una domanda.

“Come si vive autenticamente in un mondo falso?”

“Come si resta umani in un sistema che ci vuole ingranaggi?”

“Come si trova senso nel vuoto?”

Finché ci saranno giovani che guardano il mondo e sentono che qualcosa non quadra, queste domande continueranno a risuonare. Dalla chitarra al microfono, dal palcoscenico allo studio di registrazione, dalla piazza a Instagram.

Il valore della testimonianza

Questi artisti, da Gaber a Mezzosangue, non hanno cambiato, o stanno cambiando, il mondo. Non hanno fatto rivoluzioni, non hanno abbattuto sistemi. Ma hanno fatto qualcosa di ugualmente importante: hanno testimoniato. Hanno detto “io sono qui e non ci sto”. Hanno dato voce e forma a un disagio che altrimenti resterebbe muto, privato, colpevolizzato. Hanno permesso a migliaia di giovani, attraverso decenni, di sentirsi meno soli.


Ma qui si apre una questione più profonda. Se il sistema assorbe e commercializza ogni forma di dissenso, se anche la testimonianza diventa prodotto, dove può davvero vivere l’autenticità? C’è una via d’uscita da questo paradosso?

L’acqua limpida nei rivoli paralleli

Forse c’è un’altra strada, più difficile da vedere perché non passa per i palchi, i contratti, le piattaforme.

È la strada di chi ha capito che nel mondo torbido, versare acqua limpida non serve, si intorbidisce tutto.

Il sistema assorbe, metabolizza, vende. Non puoi cambiarlo dall’interno perché l’interno ti cambia.

Ma puoi creare luoghi dove scorre solo acqua limpida. Non per rendere limpido il torbido, quella è l’illusione che ti cattura, ma per rendere possibili spazi di libertà. 

Piccoli, fragili, temporanei forse. Ma limpidi.

Questi luoghi resistono all’intorbidimento non perché siano nascosti, ma perché hanno una soglia: accettano solo acqua pura.

Il torbido resta fuori non per esclusione arrogante, ma per incompatibilità strutturale.

Dove c’è mercificazione, questi spazi si dissolvono.

Dove c’è autenticità condivisa, si rigenerano.

Sono incontri tra persone che fanno percorsi insieme e si riconoscono.

Luoghi dove si rispetta ciò che ognuno porta nella propria anima, chiamalo come vuoi: autenticità, scintilla, umanità.

Una fraternità che non è omologazione ma complementarità.

Una rete umana tessuta di pensieri condivisi, sensazioni riconosciute, amore dato e ricevuto, calore che scalda senza bruciare.

Questi luoghi esistono.

Non sui palchi di Sanremo, non nelle classifiche di Spotify.

Esistono nei centri sociali prima che vengano chiusi, nei collettivi prima che si istituzionalizzino, nelle amicizie e gli incontri prima che diventino network senza respiro e sguardi.

Esistono nei concerti dove non si paga il biglietto a una piattaforma, nelle case dove si ascolta musica insieme, dove si parla fino all’alba, dove ciò che conta passa davvero di mano in mano, fuori da ogni mercato.

Gaber lo sapeva, quando faceva teatro-canzone nei teatri. Lolli lo sapeva, quando cantava nei centri occupati. Battiato lo sapeva, quando cercava il centro di gravità permanente fuori dai riflettori.

E forse anche gli artisti attuali citati, e non solo loro, accanto ai dischi e ai contratti, continuano a cercare quegli spazi, quei momenti, quegli incontri dove l’acqua resta limpida.

La coesistenza necessaria

Il paradosso resta. Il sistema resta. La complicità resta.

Ma accanto a tutto questo, in parallelo, scorrono rivoli d’acqua limpida che il torbido non riesce a raggiungere.

Non perché il sistema non li veda, ma perché non può monetizzarli senza distruggerli.

Sono troppo piccoli, troppo autentici, troppo gratuiti per essere assorbiti.

E forse, proprio in questi rivoli che scorrono silenziosi mentre il fiume torbido fa rumore, corre davvero qualcosa di diverso.

Non ciò che si vende, ma ciò che si dona.

Non ciò che si esibisce, ma ciò che si condivide.

La possibilità di fraternità, di comunità limpida, di umanità che resiste non opponendosi al sistema ma creando spazi dove il sistema semplicemente non può entrare.

Non è una soluzione.

Non è una rivoluzione.

È una tensione da mantenere viva, un equilibrio instabile tra dentro e fuori, tra palco e casa, tra ascolto e incontro.

Una porta stretta attraverso cui passa solo chi accetta di lasciare fuori il torbido, sapendo che il giorno dopo dovrà comunque tornarci a vivere, però avendo in parte purificato la propria anima, e pronti per un cammino di riscoperta del divino che c’è in noi e del divino che ci circonda.

Forse è tutto quello che ci resta.

E forse, proprio per questo, va custodito e condiviso con amore.

PS. Il franti mi ha mandato altri ascolti, ed un vocale ora ridendo mi ha detto ” Uè zio, ma sta roba ti fa più effetto di una vecchia canna! Che fai sogni e scrivi…”

MezzoSangue – MUSICA CICATRENE MezzoSangue – ESISTENZIALISMO Kendrick Lamar – reincarnated 


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Massimo V.A. Manzari
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