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Cover Stories - Temi di riflessione

L’Olobionte, quel condominio che chiamiamo “Io”

Ci hanno detto che siamo fatti al 90 per cento di batteri, che l’individuo è morto e che il microbioma spiega e cura tutto. Nessuna delle tre è vera del tutto. Un viaggio nell’olobionte tra coralli mediterranei, ulivi pugliesi, farmaci a base di feci e filosofia alla moda, dove la scienza solida e il marketing convivono nello stesso corpo.

Riassunto

Il concetto di olobionte — l’entità biologica composta da un organismo ospite e dall’insieme dei suoi microrganismi simbionti — sta ridefinendo i confini della biologia moderna. Nato da intuizioni teoriche del XX secolo e consolidatosi attraverso lo studio della resilienza dei coralli, questo paradigma sfida l’idea tradizionale di “individuo” a favore di una visione di “consorzio” o “complesso simbiotico”. L’intuizione centrale, nata dall’osservazione dei coralli che sviluppano resistenza alle infezioni cambiando i propri microbi anziché i propri geni, suggerisce che l’oggetto della selezione naturale sia l’ologenoma: la somma del patrimonio genetico dell’ospite e di tutti i suoi simbionti. In definitiva, l’olobionte rimane una verità scientifica solida — nessuna vita è isolata — ma il suo utilizzo per riscrivere le leggi dell’io o della politica richiede un rigore che non sempre accompagna il fascino della metafora.

Storia, scienza e mode dell’olobionte: l’idea che nessun essere vivente sia mai stato davvero solo, e di come questa verità stia diventando insieme una rivoluzione biologica, un mercato e una metafora buona per ogni stagione

L’eretica, il tedesco dimenticato e un corallo malato

Nel marzo 2020, sulle pagine del Journal of Experimental Zoology, tre storici della biologia — Jan Baedke, Alejandro Fábregas-Tejeda e Abigail Nieves Delgado, allora all’Università della Ruhr a Bochum — pubblicano un articolo dal titolo apparentemente pedante, “The holobiont concept before Margulis”. La tesi è che la parola oggi di moda, olobionte, non l’abbia inventata la celebre biologa americana Lynn Margulis negli anni Novanta, come recita la vulgata, bensì un teorico tedesco quasi cancellato dalla memoria, Adolf Meyer-Abich, che nel 1943 aveva costruito un’intera teoria dell’evoluzione fondata sulla “olobiosi”. Un olobionte, nel vocabolario che si è imposto dopo, è l’insieme di un organismo ospite e di tutti i microrganismi che lo abitano, considerati come una singola unità biologica. Che il termine sia stato coniato due volte, indipendentemente, da un tedesco negli anni Quaranta e poi da una americana mezzo secolo più tardi, è già di per sé un piccolo paradosso: le idee eretiche, a quanto pare, non hanno un solo padre, e nemmeno una sola madre.

Margulis, in ogni caso, è la figura che conta per come la storia è stata poi raccontata. Nel 1967, quando ancora si firmava Lynn Sagan, aveva pubblicato l’articolo che sosteneva l’origine batterica dei mitocondri e dei cloroplasti — la teoria dell’endosimbiosi, secondo cui le cellule complesse sono nate dalla fusione di batteri diversi. Il lavoro, oggi nei manuali, fu rifiutato da una lunga serie di riviste prima di trovare casa, e per anni fu accolto dall’accademia con imbarazzo. Fu solo dopo, negli anni Novanta, che Margulis riprese il termine olobionte per indicare quello che chiamava il “complesso simbiotico”. La donna che aveva passato la carriera a sostenere che la simbiosi fosse un motore dell’evoluzione, e non un dettaglio pittoresco, trovava così una parola per la sua ossessione.

Il concetto sarebbe rimasto un vezzo teorico se non fosse arrivato un corallo malato. Nella seconda metà degli anni Novanta, il gruppo di Eugene Rosenberg all’Università di Tel Aviv studiava lo sbiancamento del corallo mediterraneo Oculina patagonica, apparentemente causato da un batterio, il Vibrio shiloi. A un certo punto osservarono qualcosa di sconcertante: il corallo aveva sviluppato resistenza all’infezione, pur non possedendo un sistema immunitario capace di produrre anticorpi. Nel 2006, con l’articolo “The coral probiotic hypothesis” pubblicato su Environmental Microbiology, Reshef, Rosenberg e colleghi proposero la spiegazione: il corallo si difendeva cambiando i propri microbi, non i propri geni. Adattarsi rimescolando i partner batterici richiede giorni, mutare e selezionare richiede anni. Da questa intuizione, applicata a un singolo corallo, Ilana Zilber-Rosenberg ed Eugene Rosenberg fecero un salto vertiginoso: nel 2007, su Nature Reviews Microbiology, e nel 2008, su FEMS Microbiology Reviews, generalizzarono l’ipotesi in una vera e propria “teoria dell’ologenoma dell’evoluzione”. L’ologenoma è la somma di tutto il patrimonio genetico dell’ospite e dei suoi simbionti; la teoria sostiene che l’olobionte, con il suo ologenoma, vada considerato un’unità della selezione naturale. Non è poco: significa proporre che l’oggetto su cui lavora l’evoluzione non sia il singolo organismo, ma il consorzio.

L’idea, presentata come una fusione tra Darwin e Lamarck, aveva il fascino delle grandi sintesi e il rischio di tutte le grandi sintesi: spiegare troppo. Ma trovò rapidamente sponde autorevoli. Nel 2012 Scott Gilbert, biologo dello sviluppo allo Swarthmore College, insieme allo storico Jan Sapp e al filosofo Alfred Tauber, pubblicò sul Quarterly Review of Biology un saggio dal titolo destinato a diventare uno slogan: “A symbiotic view of life: we have never been individuals”, una visione simbiotica della vita: non siamo mai stati individui. La tesi era che gli animali non sono individui per nessun criterio serio — né anatomico, né fisiologico, né immunologico, né dello sviluppo — perché in ognuno di questi ambiti i simbionti sono presenti e indispensabili. Tre anni dopo, nel 2015, sempre su PLoS Biology, Seth Bordenstein e Kevin Theis provarono a mettere ordine con un saggio programmatico, “Host biology in light of the microbiome: ten principles of holobionts and hologenomes”, dieci principi pensati per rendere il concetto verificabile e confutabile, non solo suggestivo. In parallelo, in Germania, Thomas Bosch all’Università di Kiel trasformava un animaletto d’acqua dolce, l’idra, in un modello di laboratorio per studiare come un ospite semplice governi la propria comunità batterica.

In poco più di un decennio, insomma, un’idea nata da un corallo mediterraneo malato era diventata la cornice teorica di un intero campo, con tanto di conferenze, riviste dedicate e un vocabolario nuovo. La parola “individuo”, che significa letteralmente “ciò che non si può dividere”, si ritrovava improvvisamente contestata proprio dalla biologia che avrebbe dovuto custodirla. Il paradosso più gustoso, però, è un altro: la teoria più radicale sull’unità della vita è nata non dall’osservazione di un corpo sano e integro, ma dalla malattia di un animale coloniale che, a rigore, un individuo non lo è mai stato.

Aiuto o guscio vuoto: quando i biologi litigano

Il 4 dicembre 2015, sulla stessa rivista che pochi mesi prima aveva ospitato il manifesto dei dieci principi, due biologi evoluzionisti di peso — Nancy Moran, dell’Università del Texas ad Austin, e Daniel Sloan, della Colorado State University — pubblicarono un saggio dal titolo che è già una stroncatura: “The hologenome concept: helpful or hollow?”, il concetto di ologenoma è utile o è un guscio vuoto? La domanda non era retorica, e la risposta nemmeno troppo diplomatica. L’ologenoma è la somma dei genomi di un ospite e di tutti i suoi microbi; la teoria che gli aveva dato il nome sosteneva che questo insieme fosse un’unità della selezione naturale, cioè qualcosa su cui l’evoluzione agisce direttamente. Moran e Sloan obiettarono che i microrganismi possono avere legami antichi, intimi e persino vantaggiosi con l’ospite senza essere mai stati selezionati per il suo bene, e che trattare l’olobionte come unità primaria di selezione non dovesse diventare l’ipotesi di partenza, ma semmai un caso da dimostrare volta per volta.

Non fu una scaramuccia isolata. Nel 2016, sulla rivista mBio, Angela Douglas e John Werren firmarono un attacco altrettanto netto, “Holes in the hologenome”, buchi nell’ologenoma, sostenendo che gran parte delle associazioni tra ospite e microbi si spiega benissimo senza scomodare la selezione a livello di olobionte. La replica non si fece attendere: sempre nel 2016, su mSystems, Kevin Theis con una nutrita schiera di coautori rispose che gli scettici combattevano un fantoccio, cioè attribuivano alla teoria una versione più rigida di quella realmente sostenuta, e che il vero problema era terminologico — proponenti e critici usavano le stesse parole per intendere cose diverse. Chi ha seguito qualche lite accademica riconoscerà il copione: a un certo punto non si discute più dei dati, ma di cosa significhi la parola contesa.

Nel frattempo era spuntato un concetto intermedio, la filosimbiosi, cioè l’osservazione che specie ospiti più imparentate tra loro tendono ad avere comunità microbiche più simili. Brooks e colleghi ne diedero conto nel 2016, ancora su PLoS Biology. Ma anche qui la cautela era d’obbligo, e Moran e Sloan l’avevano già anticipata: comunità simili in ospiti imparentati non implicano affatto che i microbi si siano coevoluti per il bene dell’ospite. Possono semplicemente riflettere diete simili, anatomie simili, ambienti simili. Correlazione elegante, causa tutta da dimostrare.

Il colpo più concreto all’idea di un ologenoma ereditato come un secondo genoma arrivò però da un dato empirico. Nel marzo 2018, su Nature (volume 555, pagine 210-215), un gruppo del Weizmann Institute guidato da Daphna Rothschild ed Eran Segal pubblicò uno studio su una coorte di 1.046 individui sani di origini ancestrali diverse ma con ambiente condiviso, dal titolo che non lasciava spazio a fraintendimenti: “Environment dominates over host genetics in shaping human gut microbiota”. L’ambiente, non la genetica dell’ospite, spiega la maggior parte della composizione del microbiota intestinale umano: il microbioma non risultava significativamente associato all’ascendenza genetica, mentre oltre il 20 per cento della variabilità da persona a persona era legato a dieta, farmaci e parametri corporei. Persone geneticamente non imparentate ma che condividono l’ambiente finiscono per assomigliarsi nei batteri più di quanto facciano parenti stretti che vivono lontani. Se il microbioma è soprattutto ambientale, l’idea che venga trasmesso di generazione in generazione come un patrimonio genetico aggiuntivo perde parecchia forza. Va detto, per onestà, che ricerche successive hanno rivalutato una componente ereditabile del microbioma, contingente all’ambiente ma non trascurabile: il dibattito, insomma, non si è chiuso, si è raffinato.

A rendere la faccenda ancora più interessante ci si sono messi i filosofi della biologia, che su questi temi hanno prodotto alcune delle riflessioni più lucide. Nel 2017, sulla rivista Biology & Philosophy, W. Ford Doolittle e Austin Booth firmarono un saggio dal titolo memorabile, “It’s the song, not the singer”, è la canzone, non il cantante: forse ciò che si conserva e si seleziona nell’evoluzione non è la particolare comunità di microbi — i cantanti, che cambiano — ma la funzione che essa svolge, la canzone, che resta la stessa anche se eseguita da orchestre diverse. Filosofi come Thomas Pradeu, Ellen Clarke e Javier Suárez hanno lavorato per anni sulla questione, apparentemente astratta e in realtà decisiva, di cosa renda qualcosa un individuo biologico: un problema che il microbioma ha rimesso al centro della biologia dopo che sembrava archiviato.

Il punto onesto, alla fine di questa contesa, è che si possono tenere insieme due verità scomode per entrambe le tifoserie. È vero, come sostengono gli entusiasti, che ignorare i microbi rende incompleta la biologia di piante e animali; ed è altrettanto vero, come ribattono gli scettici, che promuovere l’olobionte a unità di selezione naturale come regola generale è un salto logico non dimostrato. Il paradosso è che la controversia scientifica più feroce sull’olobionte riguarda proprio ciò che il pubblico crede pacifico: non se i microbi contano — su questo sono d’accordo tutti — ma se, contando, riscrivano le regole dell’evoluzione o si limitino a giocarci dentro.

L’olobionte umano, tra la corsia d’ospedale e lo scaffale del supermercato

Il 30 novembre 2022 la Food and Drug Administration, l’agenzia del farmaco statunitense, approvò Rebyota, prodotto dell’azienda Ferring: il primo farmaco a base di microbiota fecale mai autorizzato. Cinque mesi dopo, nell’aprile 2023, arrivò Vowst, di Seres Therapeutics e Nestlé Health Science, primo farmaco dello stesso tipo somministrabile per bocca in capsule. Entrambi servono a prevenire le recidive dell’infezione da Clostridioides difficile, un batterio che colonizza l’intestino dopo cicli di antibiotici e provoca diarree devastanti e ricorrenti. Il trapianto di microbiota fecale — l’idea, in sé poco elegante, di trasferire nell’intestino di un malato le feci di un donatore sano per ripopolarlo di batteri buoni — usciva così dal territorio artigianale degli ospedali per entrare in quello regolato dei farmaci approvati. Nel trial clinico di fase 3 ECOSPOR III, cioè la sperimentazione controllata su pazienti, solo il 12 per cento di chi aveva ricevuto Vowst ha avuto una recidiva entro otto settimane, contro il 40 per cento di chi aveva ricevuto il placebo (un rischio relativo di 0,32): numeri veri, su una malattia vera, con un metodo serio.

Qui però conviene fermarsi, perché è esattamente il punto in cui la scienza solida rischia di essere risucchiata dal marketing. Che il trapianto di microbiota fecale funzioni contro il Clostridioides difficile è tra le poche certezze del campo. Che funzioni per l’obesità, la depressione, l’autismo o l’invecchiamento — cose che si leggono di continuo — è, allo stato, un’ipotesi, spesso sostenuta soprattutto da esperimenti sui topi. In Europa la procedura è inquadrata dalla normativa sulle sostanze di origine umana e dalle linee guida di consenso a cui l’Italia ha contribuito in prima fila: il Policlinico Gemelli di Roma, con Giovanni Cammarota e Gianluca Ianiro, ha coordinato la conferenza europea di consenso pubblicata su Gut nel 2017 e i successivi standard internazionali sulle banche delle feci, pubblicati sempre su Gut nel 2019. È un dettaglio che vale la pena tenere a mente quando si sente dire che l’Italia è sempre in ritardo: su questo pezzo di frontiera medica, ci è arrivata prima di molti.

Il resto del racconto pubblico sul microbioma umano è invece un magnifico campionario di come un fatto vero possa gonfiarsi fino a diventare mito. Prendiamo lo slogan per cui saremmo “fatti al 90 per cento di batteri”, ripetuto in mille articoli. Nel 2016, su PLoS Biology, tre ricercatori del Weizmann Institute — Ron Sender, Shai Fuchs e Ron Milo — rifecero i conti nell’articolo “Revised estimates for the number of human and bacteria cells in the body”. Risultato: in un uomo di riferimento di settanta chili, circa 3,8·10¹³ batteri, cioè 38 mila miliardi, contro circa 3,0·10¹³ cellule umane, cioè 30 mila miliardi. Il rapporto non è dieci a uno, ma circa 1,3 a uno; e siccome una singola defecazione può ribaltare temporaneamente il conteggio a favore delle cellule umane, l’idea che saremmo “più batterici che umani” è, letteralmente, questione di andare in bagno. La massa totale di quei batteri è circa due etti. Non è una smentita dell’importanza del microbioma: è una vaccinazione contro gli slogan.

Poi c’è il capitolo delle promesse commerciali. L’azienda americana uBiome, che vendeva test del microbioma direttamente ai consumatori ed era stata valutata quasi 600 milioni di dollari nel 2018, è collassata: nel 2019 il fallimento dopo un’irruzione dell’FBI, e nel marzo 2021 l’incriminazione dei due fondatori, Jessica Richman e Zachary Apte, accusati dalla Securities and Exchange Commission di aver frodato gli investitori per 60 milioni di dollari e, in sede penale, di frode alle assicurazioni sanitarie; secondo l’accusa i due avrebbero anche venduto milioni di dollari di azioni personali durante i round di finanziamento. È il promemoria di quanto sia sottile la linea tra scienza di frontiera e vendita di fumo quando c’è capitale di rischio in mezzo. Anche la ricerca accademica, del resto, ha avuto i suoi scivoloni clamorosi: nel 2019, su Nature, il gruppo di Marcus de Goffau smontò l’idea di un “microbioma placentare”, mostrando che i batteri trovati nella placenta erano perlopiù contaminazione dei kit di laboratorio; e nel giugno 2024, sempre Nature ritrattò un celebre studio del 2020 di Poore e colleghi che sosteneva di poter diagnosticare i tumori dalle tracce microbiche nel sangue, dopo che Abraham Gihawi e colleghi ne avevano dimostrato, su mBio nel 2023, gravi errori di analisi. La contaminazione dei reagenti, il rumore scambiato per segnale: i peccati capitali di un campo giovane che sequenzia tutto e a volte crede a tutto.

Lo scetticismo, per fortuna, è nato dentro la disciplina, non solo fuori. Già nel 2014 il microbiologo William Hanage, di Harvard, scriveva su Nature che “la scienza del microbioma ha bisogno di una sana dose di scetticismo”, elencando le domande da porsi prima di credere a ogni correlazione. Il biologo Jonathan Eisen, dell’Università della California a Davis, andava assegnando pubblicamente un ironico “premio per chi sopravvaluta il microbioma”. E sul fronte dei prodotti da banco, in Europa l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, l’EFSA, non ha praticamente mai autorizzato indicazioni salutistiche per i probiotici, al punto che nell’Unione la parola stessa “probiotico” in etichetta è problematica: l’Italia è tra i pochi paesi che la consentono, seguendo le linee guida del Ministero della Salute. C’è poi il vasto mondo della dieta mediterranea e del microbioma, dove la ricerca seria — gli studi PREDICT del programma ZOE, con Tim Spector e l’italiano Nicola Segata dell’Università di Trento, o le indagini di Marco Candela sui centenari — convive con un business di test, integratori e app dai confini sfumati. Il paradosso finale del microbioma umano è che più diventa serio come medicina — farmaci approvati, trial controllati, linee guida europee — più diventa selvaggio come mercato, e distinguere l’uno dall’altro richiede esattamente quel dubbio metodico che nessuno vende in capsule.

Campi, vigne, ulivi e stalle: l’olobionte che mangiamo

Nell’ottobre 2013, negli uliveti del Salento, venne identificato per la prima volta in Europa un batterio destinato a diventare un caso politico prima ancora che agronomico: la Xylella fastidiosa, agente del cosiddetto disseccamento rapido dell’olivo. Da allora la Puglia ha visto morire milioni di alberi, alcuni secolari, e ha assistito a una guerra parallela combattuta a colpi di ordinanze, ricorsi, cortei e teorie del complotto, con chi per anni ha negato che il batterio fosse la causa e chi, all’opposto, ha promesso cure microbiche miracolose. La verità scientifica, meno spettacolare, ha a che fare proprio con l’olobionte, cioè con l’idea che una pianta non sia solo la pianta, ma la pianta più i microrganismi che la abitano. Alcune cultivar di olivo resistono meglio di altre: la varietà Leccino, per esempio, sopravvive dove la Cellina di Nardò soccombe. Studi condotti da gruppi italiani, tra cui l’Università del Salento con Marzia Vergine e Andrea Luvisi, hanno mostrato che nel Leccino la comunità di microbi interni, gli endofiti, resta stabile anche dopo l’infezione, mentre nella cultivar sensibile va incontro a un crollo, una disbiosi. Non è la prova che i batteri buoni curino la Xylella — nessun endofita isolato finora si è dimostrato una cura — ma è un indizio che la resistenza passi anche dal microbioma, e non solo dai geni della pianta. Progetti europei come XF-ACTORS e, più di recente, BeXyl, coordinati con il contributo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il CNR, e dell’Università di Bari, lavorano su questo crinale.

La logica dell’olobionte vegetale ruota attorno a una parola, rizosfera, che indica il sottile strato di suolo a contatto con le radici, brulicante di batteri e funghi. Da decenni si sa che alcuni di questi microrganismi aiutano la pianta a procurarsi nutrienti, a resistere alla siccità, a difendersi dai patogeni. La tentazione, allora, è ovvia: perché non coltivare i microbi giusti e spargerli nei campi come si fa con i fertilizzanti? È il mondo degli inoculanti microbici e delle comunità sintetiche, cioè miscele di ceppi selezionati in laboratorio. Il problema, noto a chiunque lavori sul serio in questo settore, è lo scarto tra laboratorio e campo: un consorzio che fa miracoli in vaso, in condizioni controllate, spesso in pieno campo viene semplicemente sopraffatto dai microbi già residenti nel suolo, o non attecchisce. L’Unione Europea ha comunque riconosciuto la categoria: il regolamento 2019/1009 sui prodotti fertilizzanti, applicato dal 2022, include i biostimolanti microbici tra i prodotti che possono essere immessi sul mercato con marcatura CE. Il che significa che il settore esiste, è regolato e cresce; non significa che ogni bustina di batteri mantenga ciò che promette.

C’è poi un capitolo che tocca da vicino l’identità enogastronomica dell’Europa mediterranea: il “terroir microbico” del vino. Nel 2014, su PNAS, la rivista dell’Accademia delle scienze statunitense, Nicholas Bokulich e colleghi mostrarono che la biogeografia dei microbi presenti sull’uva è condizionata dal vitigno, dall’annata e dal clima, tanto da costituire una sorta di impronta microbica regionale. Detto in modo brutale: parte di ciò che i produttori chiamano terroir, e attribuiscono al suolo e all’anima del luogo, potrebbe essere anche una firma batterica e fungina. Ricerche successive, condotte anche in vigneti italiani, hanno confermato che le comunità microbiche variano da regione a regione e possono correlarsi con le caratteristiche del vino. È un’idea affascinante e potenzialmente rivoluzionaria per il marketing enologico; è anche, per ora, un campo dove la prudenza impone di non trasformare ogni correlazione in una leggenda da retroetichetta.

Infine, la stalla. Anche il rumine delle mucche — il primo dei loro stomaci, dove miliardi di microbi fermentano l’erba — è un olobionte, e per giunta un olobionte che produce metano, uno dei gas a effetto serra più potenti. Una ricerca pubblicata nel 2019 su Science Advances, guidata da Robert Wallace, ha mostrato che la composizione del microbioma ruminale è in parte ereditabile e correlata alla quantità di metano emessa, aprendo la strada all’idea di selezionare animali “meno inquinanti” o di modificarne i microbi. È qui che la scienza incontra la piazza. Nel novembre 2024, quando la cooperativa lattiero-casearia Arla annunciò la sperimentazione nel Regno Unito, con i supermercati Tesco, Aldi e Morrisons, di un additivo per mangimi chiamato Bovaer — a base della molecola 3-nitroossipropanolo, o 3-NOP, che riduce il metano prodotto durante la digestione — scoppiò una tempesta sui social. Consumatori che rovesciavano il latte nel lavandino, boicottaggi, voci su Bill Gates e complotti, nonostante l’additivo fosse stato valutato dall’EFSA. La stessa scena si è ripetuta in Danimarca nel 2025. Il paradosso di questo capitolo è che l’olobionte agricolo scatena passioni opposte a quelle giuste: ci si indigna per un additivo autorizzato che taglia il metano, e ci si intenerisce per le bustine di batteri “naturali” che spesso non fanno nulla. La reazione della pancia, verrebbe da dire, non coincide mai con quella del rumine.

Coralli e altri pazienti: quando la conservazione diventa farmacia

Il 15 aprile 2024 la NOAA, l’agenzia statunitense per gli oceani e l’atmosfera, insieme all’Iniziativa internazionale per le barriere coralline, la ICRI, dichiarò ufficialmente in corso il quarto evento globale di sbiancamento dei coralli della storia registrata, il secondo in un solo decennio. Lo sbiancamento avviene quando il corallo, stressato dal caldo, espelle le alghe simbionti che gli danno colore e nutrimento; se lo stress dura, muore. Quell’evento, che la NOAA ha poi dichiarato probabilmente concluso a metà 2025, ha colpito circa l’84 per cento della superficie corallina mondiale in tutti e tre gli oceani — per la precisione, secondo la NOAA Coral Reef Watch, l’84,4 per cento dell’area corallina in almeno 83 paesi e territori tra inizio 2023 e settembre 2025 — il più esteso mai documentato, contro il 21 per cento dell’evento del 1998, il 37 per cento del 2010 e il 68 per cento di quello del 2014-2017. Il corallo, come si è visto, è la culla stessa del concetto di olobionte: è studiandone la malattia che Rosenberg formulò l’ipotesi probiotica. Non stupisce, allora, che sia proprio sui coralli che l’idea di “curare” un olobionte manipolandone i microbi abbia raggiunto la forma più audace.

La figura centrale è Raquel Peixoto, della King Abdullah University of Science and Technology in Arabia Saudita, la KAUST, che ha teorizzato e testato i cosiddetti Beneficial Microorganisms for Corals, i “microrganismi benefici per i coralli”, una sorta di probiotici somministrati ai coralli per aumentarne la resistenza. Nel 2021, su Science Advances, il gruppo di Erika Santoro e Peixoto pubblicò uno studio in cui la manipolazione del microbioma aiutava i coralli a sopravvivere allo stress termico, riducendo la mortalità. Sono risultati reali, ottenuti però perlopiù in acquario o in condizioni controllate, e questo cambia tutto quando si passa all’idea di riversare microbi in mare aperto. Perché una cosa è proteggere i coralli di un vivaio, un’altra è rilasciare consorzi batterici nell’oceano, con conseguenze ecologiche difficili da prevedere e, una volta avviate, impossibili da richiamare indietro. La comunità scientifica è divisa tra chi vede nei probiotici per coralli un modo di “comprare tempo” in attesa di tagliare le emissioni, e chi teme di trasformare la barriera corallina in un paziente cronico dipendente dalla farmacia.

Il Mediterraneo, che coralli tropicali quasi non ne ha, vive la sua versione del dramma con le gorgonie e il corallo rosso. Uno studio guidato da Joaquim Garrabou, pubblicato nel 2022 su Global Change Biology, ha documentato come, tra il 2015 e il 2019, cinque anni consecutivi di ondate di calore marine abbiano innescato ripetute morie di massa: lungo migliaia di chilometri di coste, dalla superficie fino a quarantacinque metri di profondità, sono state colpite cinquanta specie in otto grandi gruppi biologici, con ondate di calore che hanno interessato oltre il 90 per cento della superficie del Mediterraneo superando i 26 gradi, e con la fascia tra i quindici e i venticinque metri come la più danneggiata. La gorgonia rossa Paramuricea clavata e il corallo rosso Corallium rubrum sono tra le vittime, e anche qui l’olobionte c’entra: ricerche coordinate dal microbiologo Luigi Vezzulli, pubblicate anche su PLOS ONE, hanno mostrato che, con l’aumento della temperatura, la comunità batterica di queste gorgonie si altera, perde i simbionti abituali del genere Endozoicomonas e viene invasa da batteri opportunisti come il Vibrio coralliilyticus, associato alle necrosi dei tessuti. La malattia, insomma, non è solo il caldo: è il caldo che scombina il condominio microbico.

Sempre nel Mediterraneo, un altro protagonista silenzioso è la Posidonia oceanica, la pianta marina che forma le grandi praterie sottomarine e che, a dispetto del nome comune di “alga”, è una pianta a fiori con radici, tanto quanto un ulivo. Anche la Posidonia è un olobionte, e istituzioni italiane come la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli la studiano in questa chiave: ricerche coordinate da Ulisse Cardini hanno mostrato che i microbi associati alla pianta le procurano azoto, un nutriente scarso, e che questa collaborazione potrebbe cambiare in condizioni di acidificazione dell’oceano. Proteggere la Posidonia significa allora proteggere anche i suoi batteri, in un ecosistema che immagazzina carbonio e ossigena il mare.

Il caso forse più istruttivo, però, viene dagli anfibi, e serve da monito. La chitridiomicosi, una malattia fungina causata dal Batrachochytrium dendrobatidis, ha decimato le popolazioni di rane in tutto il mondo. Nel 2009, sull’ISME Journal, Reid Harris e colleghi mostrarono che un batterio presente sulla pelle di alcune rane, il Janthinobacterium lividum, produce una sostanza antifungina, la violaceina, e che trattare le rane con questo batterio prima dell’esposizione al fungo le salvava dalla morte. Sembrava la storia perfetta del probiotico che protegge un olobionte selvatico. Poi arrivò la realtà del campo. Nelle rane dorate di Panama il trattamento non ha funzionato, perché il batterio non colonizzava stabilmente quella specie; e uno studio di lungo periodo di Roland Knapp e colleghi, pubblicato nel 2022 su PeerJ, ha concluso che nessuno dei trattamenti antifungini testati in natura, compresa l’aggiunta di Janthinobacterium, è riuscito nell’obiettivo ultimo: far sopravvivere le popolazioni, che sono comunque declinate fino quasi all’estinzione locale. Il paradosso dei coralli e delle rane è tanto crudele quanto illuminante: sappiamo manipolare un olobionte in acquario molto meglio di quanto sappiamo salvarlo nel suo mare o nel suo stagno, e la tentazione di trasformare la conservazione in una corsia d’ospedale rischia di farci curare il sintomo — il microbo mancante — mentre la malattia vera, il clima, resta fuori dalla porta.

Dal laboratorio alla filosofia, e alla moda

Nel 2016 l’editrice universitaria americana Duke University Press pubblica un libro destinato a diventare un feticcio delle scienze umane: “Staying with the Trouble”, della filosofa e storica della scienza Donna Haraway, tradotto in italiano nel 2019 da Nero Editions con il titolo che dà spazio al neologismo centrale, “Chthulucene”. Haraway prende dalla biologia una parola, simpoiesi — il “fare-insieme”, l’idea che nulla si produca da solo, che ogni essere sia il risultato di una collaborazione tra specie — e vi appoggia sopra un intero programma politico e narrativo. L’olobionte, che nei laboratori era una faticosa questione di sequenziamento e di unità di selezione, diventa nelle scienze umane una figura, quasi un totem: la prova che l’individuo isolato, autonomo, sovrano, sarebbe una finzione occidentale da smontare. Lo slogan di Gilbert, Sapp e Tauber — “non siamo mai stati individui” — migra così dalle riviste di biologia alle mostre d’arte, ai cataloghi di design, ai convegni di teoria critica, dove dal 2018 in poi la parola olobionte compare con la frequenza sospetta delle parole di moda.

Qui il dubbio metodico deve lavorare in due direzioni opposte, ed è la parte più delicata del racconto. Da un lato c’è l’appropriazione new age e olistica, quella che dallo slogan “siamo microbi” ricava una dissoluzione consolatoria del sé — l’individuo che si scioglie nel tutto, la vecchia aspirazione mistica riverniciata di batteri. Dall’altro c’è la reazione uguale e contraria, il riduzionismo di maniera che, infastidito dalla moda, liquida l’intera faccenda come chiacchiera e torna a trattare l’organismo come una macchina a sé stante, dimenticando che i dati sui simbionti indispensabili sono, quelli sì, solidi. Entrambe le posizioni hanno il difetto di essere comode: la prima perché consola, la seconda perché dispensa dal pensare. E l’olobionte, per come lo raccontano i suoi teorici più seri, non autorizza nessuna delle due. Dire che siamo composti anche di microbi non significa che non esistiamo come organismi; significa che l’organismo ha confini più porosi e una storia più affollata di quanto la parola “individuo” lasciasse intendere.

In Italia la parola ha attecchito soprattutto nell’area di confine tra scienza e filosofia. Il filosofo della biologia Telmo Pievani, dell’Università di Padova, la usa con precisione: in un testo scritto con Maurizio Casiraghi e ripreso da Doppiozero ricorda che, a rigore, “a esistere sono solo individui — o meglio, come vedremo, olobionti”, e che ogni presunto individuo è in realtà “una confederazione o una galassia di simbionti”. È una formulazione che rende bene il punto senza cedere allo slogan: la parola “confederazione” mantiene le parti distinte anche mentre le unisce, che è esattamente ciò che gli slogan sull’io che si dissolve tendono a perdere. Altri pensatori, come il filosofo Emanuele Coccia, hanno esplorato temi affini — la vita delle piante, la mescolanza, la metamorfosi — nutrendo un discorso pubblico italiano in cui il vivente appare sempre meno come una collezione di soggetti separati e sempre più come una trama di relazioni.

Il rischio, con le metafore potenti, è che diventino passe-partout, buone per aprire qualsiasi porta e quindi incapaci di aprirne davvero una. L’olobionte come figura politica è ambiguo proprio per questo: può essere arruolato dalla sinistra ecologista come modello di comunità, cooperazione e interdipendenza contro l’individualismo liberale; ma può essere altrettanto bene piegato da retoriche organiciste di segno opposto, quelle in cui il “corpo sano” è tale solo se ogni parte sta al suo posto e i microbi “estranei” vanno espulsi — una biologia dell’appartenenza che la storia del Novecento ha già visto usare male. La stessa immagine, a seconda di chi la impugna, può significare “siamo tutti connessi e nessuno è puro” oppure “l’organismo si difende dagli invasori”. Che una scoperta sui batteri intestinali possa prestarsi a letture così divergenti dovrebbe rendere prudenti: le metafore biologiche applicate alla società hanno un tasso di infortuni altissimo.

Resta, allora, la domanda di cosa sopravviva quando si toglie di mezzo tanto l’entusiasmo quanto lo scetticismo di maniera. Sopravvive, come solido, il fatto che nessun animale e nessuna pianta vivano senza microbi, che questi partecipino allo sviluppo, alla digestione, alla difesa, e che ignorarli renda la biologia incompleta: su questo il consenso è largo. Sopravvive, come dibattito genuinamente aperto, la questione se l’olobionte sia un’unità dell’evoluzione o solo un ecosistema molto intimo: qui i biologi litigano ancora, e fanno bene. È marketing, invece, quasi tutto ciò che promette di curare o spiegare tutto con i batteri, dal test fai-da-te all’integratore risolutore. Ed è metafora, né vera né falsa ma da maneggiare con guanti, tutto ciò che dallo studio dei microbi salta direttamente alla filosofia dell’io o alla politica della comunità. Il paradosso conclusivo è che l’olobionte, l’idea che ci ricorda quanto siamo abitati da altri, è diventata a sua volta un ospite ingombrante: si è insediata nel linguaggio comune, si nutre della nostra voglia di sentirci parte di qualcosa, e come ogni simbionte di successo prospera meglio proprio là dove l’ospite — noi — smette di farsi domande su chi stia davvero comandando.


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Ennio Martignago