
Con “autunno caldo” si indicò soprattutto la stagione di fortissime lotte operaie e sindacali che attraversò l’Italia nell’autunno del 1969, prolungandosi in parte nei primi mesi del 1970. L’aggettivo “caldo” era usato in senso figurato: alludeva a scioperi, manifestazioni, conflitti e tensioni sociali particolarmente intensi.
Che cosa accadde
La mobilitazione riguardò soprattutto:
- i lavoratori dell’industria, in particolare i metalmeccanici;
- il rinnovo dei contratti collettivi;
- aumenti salariali e riduzione dell’orario di lavoro;
- condizioni più dignitose e maggiore sicurezza in fabbrica;
- il riconoscimento dei delegati e della partecipazione operaia;
- diritti sindacali e politici nei luoghi di lavoro.
Le lotte operaie si saldarono con le proteste studentesche iniziate nel 1968 e con un più ampio clima di contestazione dell’autorità, delle gerarchie sociali e delle condizioni di lavoro.
Perché fu importante
L’“autunno caldo” segnò una svolta nella storia sociale italiana: i sindacati ottennero risultati rilevanti e il conflitto contribuì alla successiva approvazione dello Statuto dei lavoratori, la legge n. 300 del 1970, che rafforzò le libertà sindacali e i diritti dei lavoratori.
L’espressione viene generalmente attribuita al socialista Francesco De Martino, che la usò per descrivere l’ondata di rivendicazioni sindacali dell’epoca.
In seguito, “autunno caldo” è diventato anche un’espressione generica per definire un periodo autunnale caratterizzato da forti tensioni politiche, sindacali o sociali.

Autunno 2026: La Sincronizzazione delle Discontinuità
Un’Estate al Limite
L’autunno 2026 non si configura come una transitoria ripresa delle attività, quanto piuttosto come un punto di rottura strategico. Ci troviamo immersi in una “normalizzazione della paura”, dove l’escalation è passata dall’essere un’eccezione a grammatica fondamentale dei rapporti internazionali. I segnali di fine estate sono inequivocabili: il Brent oscilla pericolosamente tra i 92 e i 97 dollari, spinto dallo shock energetico innescato dal confronto tra Stati Uniti e Iran e dalla chiusura intermittente dello Stretto di Hormuz. Mentre i rincari si trasferiscono sulla logistica e sul carrello della spesa — con il Codacons che stima un aggravio di 633 euro a famiglia — la vulnerabilità del cuore economico europeo è esposta a un’asfissia monetaria senza precedenti. La “normalità” è ormai un’illusione ottica: siamo di fronte a un processo di trasformazione dove l’incertezza sui flussi energetici e la fragilità dei margini di assorbimento sociale minacciano di scardinare la tenuta del continente.

Tra Guerre Logoranti e Nuovi Fronti
La conflittualità moderna ha assunto una natura profondamente ibrida, rendendo ormai svanito il confine tra manovre economiche e operazioni belliche. La stabilità globale è appesa a tre direttrici critiche, aggravate da un preoccupante vuoto di leadership:
- Il Motore Tedesco in Stallo: Il 6 settembre, le elezioni in Sassonia-Anhalt potrebbero consegnare la vittoria all’AfD, portando per la prima volta l’estrema destra alla guida di uno stato tedesco. A Berlino si parla apertamente di Kanzlertausch (uno scambio di cancellieri), segnalando un’Europa che cambia pilota proprio durante la tempesta.
- L’Asse Russia-Ucraina e l’Incidente Ibrido: Con Kiev sotto attacco di droni per giorni consecutivi e il Baltico in tensione, il rischio di un attacco russo che colpisca “per errore” un obiettivo NATO è ai massimi storici. È una variabile che i mercati, in un eccesso di fiducia, hanno smesso di prezzare.
- Il Vertice Trump-Xi (24 Settembre): L’incontro a Washington avviene mentre l’amministrazione americana è distratta dalle imminenti midterm e da una guerra in Iran profondamente impopolare. Mentre Pechino prova a occupare i vuoti lasciati dall’incertezza americana, il rischio è che un accordo di facciata non regga alla pressione nello Stretto di Taiwan.
In questo scenario, il Medio Oriente funge da acceleratore inflazionistico: l’ECB ha già modellato scenari severi con il petrolio verso i 166 dollari e il gas a 98 €/MWh, qualora Hormuz subisse interruzioni strutturali.
L’Economia della Tensione: Shock Energetici e Bolle Tecnologiche

L’economia dell’Eurozona naviga in acque stagnanti, con una crescita compressa sotto l’1% e il PIL italiano stimato a un anemico +0,5% per il 2026. La BCE si trova stretta tra l’incudine dell’inflazione importata (prevista sopra il 3% fino al 2027) e il martello della stagnazione strutturale. A questo si aggiunge la variabile climatica: il CNR segnala che il Mediterraneo ha raggiunto temperature marine medie di 27°C, un dato che smette di essere solo ambientale per diventare driver di insicurezza economica, colpendo raccolti, prezzi alimentari e premi assicurativi.
I tre scenari di shock monitorati sono:
- Energia come Arma: L’utilizzo delle forniture come leva geopolitica, con effetti immediati su mutui e conti pubblici.
- L’Inflazione Politica: Il rincaro di beni primari e trasporti che trasforma il disagio economico in rivolta, erodendo il consenso verso le istituzioni europee.
- La Bolla AI: Il rischio di un brusco repricing degli asset statunitensi. Se Wall Street dovesse ridimensionare le aspettative sull’intelligenza artificiale, l’Europa subirebbe un irrigidimento delle condizioni finanziarie globali pur senza averne governato la crescita.
Focus Italia: Il Paradosso della Stabilità Apparente

L’Italia vive una condizione anomala: un Paese politicamente solido ma finanziariamente precario. Giorgia Meloni, descritta da alcuni osservatori come la possibile “custode dell’euro”, guida un governo prossimo a record di continuità, eppure il debito pubblico continua la sua ascesa verso il 138,6% del PIL.
Lo spread a 84 punti è un equilibrio fragile, che poggia sulla speranza che i dati ISTAT del 22 settembre permettano l’uscita dalla procedura d’infrazione europea. Tuttavia, la stabilità è minacciata da fattori endogeni:
- Il Ruolo di Giorgetti: Il Ministro è costretto a fare il “guastafeste”, gestendo una legge di bilancio con margini strettissimi e richieste di scostamento per difesa ed energia.
- Frammentazione a Destra: L’ascesa del National Future di Vannacci, definito dal Financial Times come un potenziale “cavallo di Troia russo”, rischia di incrinare la compattezza della maggioranza.
Se il mercato dovesse smettere di percepire la stabilità come un fatto acquisito, il premio per il rischio tornerebbe a salire rapidamente, riportando l’Italia in una crisi simile a quella del 2011.
Dalle Grandi Ideologie al Carrello della Spesa
Il conflitto sociale dell’autunno 2026 non ha un centro gravitazionale unico; è una frammentazione di micro-rivolte convergenti verso la percezione che il sistema funzioni solo per pochi.
- Disoccupazione Cognitiva: Non assistiamo a licenziamenti teatrali, ma a una “erosione silenziosa”: le aziende smettono semplicemente di rimpiazzare i ruoli intermedi (marketing, contabilità, customer service), bloccando l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro a causa dell’automazione da IA.
- Emergenza Abitativa: Il conflitto generazionale si sposta dalle pensioni alla casa. Il lavoratore che non può permettersi un’abitazione autonoma diventa il nuovo soggetto politico della protesta.
- La Politica del Carrello: L’inflazione percepita sui beni di prima necessità pesa più delle promesse elettorali, alimentando una disponibilità alla protesta transgenerazionale.
- La Crisi Migratoria: Le espulsioni dei “dublinanti” confermate da Berlino creano un cortocircuito con Roma. La pressione sulle rotte mediterranee, unita alla stagnazione economica, trasforma ogni arrivo in un evento politico esplosivo.
La Matrice delle Discontinuità
La vera sfida di questa stagione non è l’evento cataclismatico singolo, ma la sincronizzazione dei piccoli shock. Sebbene esista la possibilità di un “cigno bianco” (un accordo geopolitico improvviso in Medio Oriente), la prudenza analitica impone di monitorare la seguente gerarchia di rischi:
| Evento | Probabilità | Impatto |
| Nuovo shock energetico / Chiusura Hormuz | Alta | Critico |
| Inflazione → Conflitto sociale / Politica del carrello | Alta | Critico |
| Accelerazione IA sul lavoro cognitivo (Erosione silente) | Alta | Critico |
| Nuova offensiva commerciale cinese in Europa | Alta | Alto |
| Instabilità politica italiana pre-elettorale / Spread | Media | Critico |
| Repricing Wall Street / Scoppio Bolla AI | Media | Critico |
| Nuova crisi migratoria / Fallimento Dublino | Media | Critico |
| Evento climatico estremo (CNR 27°C Mediterraneo) | Media-Alta | Alto |
| Frattura USA-Europa su difesa e commercio | Media | Critico |
| Accordo geopolitico risolutivo (Cigno Bianco) | Media | Positivo |
L’autunno 2026 non è un appuntamento futuro; è un processo di trasformazione già in atto. In questo scenario, l’algoritmo e l’identità contano quanto il PIL, e la capacità delle istituzioni di governare questo nuovo “regime percettivo” determinerà chi sopravviverà alla stagione delle discontinuità sincronizzate.
Autunno 2026, ovvero come dieci righe con probabilità e impatto trasformano un anno qualunque in una profezia

Ogni fine agosto, con la puntualità delle circolari sul rientro, arriva il documento. Riconoscerlo è facile: il titolo accosta due astrazioni tenute insieme da una preposizione — sincronizzazione delle discontinuità, normalizzazione della paura, regime percettivo — e in fondo, immancabile, compare la tabella. Dieci righe, due colonne: probabilità e impatto. Alta, Critico. Media, Critico. Media-Alta, Alto. In coda, per bilanciare, una riga positiva chiamata cigno bianco, che è l’equivalente analitico del cornetto rosso appeso allo specchietto.
Ne abbiamo letto uno in questi giorni. È fatto bene, il che rende il problema più interessante. Non contiene bugie. Contiene numeri veri a cui è stato tolto il contorno, che è un’operazione diversa dalla menzogna e produce effetti più duraturi, perché resiste al fact-checking: ogni cifra, presa singolarmente, si difende. È l’insieme che mente, ed è nella colonna di destra che avviene il misfatto.
Vale allora la pena di fare il percorso inverso. Non smontare l’autunno — l’autunno c’è, è pesante, e chi lo nega vende un altro tipo di rassicurazione — ma rimettere ai numeri le clausole che hanno perso durante il viaggio dalla fonte alla riga della matrice.
Il numero che sa troppo
Cominciamo dalla cifra che in questi giorni ha fatto il giro di tutti i telegiornali: seicentotrentatré euro. È la stangata d’autunno stimata dal Codacons per il trimestre settembre-novembre. Nessuno ha inventato nulla: la voce più pesante è l’energia, con il prezzo dell’elettricità monitorato che passa dai centododici euro per megawattora della media autunnale 2025 ai centottanta attuali, e nel conto entrano bollette, carburanti, alimentari, ristorazione, materiale scolastico.
Poi si legge la nota metodologica, e la cifra cambia natura. Il seicentotrentatré si riferisce a una famiglia che possiede due automobili, una a benzina e una a gasolio, e ha un figlio in età scolastica. Presuppone inoltre che i prezzi di oggi restino invariati per tre mesi, ipotesi audace in un trimestre che il documento stesso descrive come instabile. L’associazione delle imprese elettriche ha contestato l’impostazione, osservando che una quota rilevante di utenti ha contratti a prezzo bloccato. Non è una simulazione disonesta: è una simulazione, e le simulazioni hanno parametri.
Il punto è un altro, ed è retorico prima che statistico. Se il comunicato avesse detto “circa seicento euro per alcune famiglie” nessuno l’avrebbe rilanciato. È il tre finale a fare il lavoro. La precisione spuria è la forma contemporanea dell’autorevolezza: quando un numero ha l’unità, sembra che qualcuno l’abbia contata. Nel frattempo, chi ha una macchina sola e nessun figlio a scuola ha comunque imparato che gli costerà seicentotrentatré euro, e lo ripeterà al bar con la sicurezza di chi cita un catasto.
Lo scenario che invecchia
Il documento attribuisce alla BCE la previsione di un petrolio a centosessantasei dollari e un gas a novantotto euro per megawattora. La citazione è corretta e la fonte esiste: sono le proiezioni macroeconomiche di giugno. Manca però l’aggettivo, che è tutto: quello è lo scenario più grave dei tre, non la previsione. Nello scenario più moderato, elaborato dagli stessi economisti nello stesso documento, il petrolio scendeva a ottantotto dollari e il gas a quarantuno euro.
C’è di più, ed è la parte divertente. In marzo lo scenario più severo culminava a centoquarantacinque dollari; in giugno, rifatti i conti su un trimestre diverso, lo stesso aggettivo indicava centosessantasei. Il numero della catastrofe si sposta di ventun dollari in tre mesi mentre l’etichetta resta immobile. Quando una parola conserva il suo peso emotivo attraverso revisioni che ne cambiano il contenuto, quella parola ha smesso di descrivere e ha cominciato a segnalare.
Il Brent, mercoledì 2 settembre, viaggiava intorno ai novantacinque dollari e mezzo, dopo un balzo del quattro per cento nella seduta precedente. È molto. È anche parecchio sotto lo scenario intermedio della BCE, quello avverso, che per il terzo trimestre indicava centoventidue.
Lo stesso vale per il PIL. L’allegato dà l’Italia a un anemico più zero virgola cinque per il 2026. Era la stima di Confindustria in primavera, in uno scenario di guerra prolungata. In agosto l’Ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto la previsione al rialzo, portandola a più zero virgola nove, quattro decimi sopra le valutazioni di aprile, dopo un primo trimestre a più zero virgola tre e un secondo a più zero virgola due. Nessuno lo ha titolato, perché non esiste titolo per “meno grave del previsto”. Il genere del bollettino d’autunno seleziona sistematicamente l’annata più scura disponibile, e non per complotto: per incentivo. Non risulta che qualcuno sia mai stato invitato a un convegno per aver detto che l’anno prossimo andrà come quest’anno.
Il termometro che misura la febbre degli altri

L’allegato registra lo spread a ottantaquattro punti e lo chiama equilibrio fragile. Il dato è esatto — lunedì ottantatré, martedì ottantaquattro, mercoledì ottantacinque — ma letto da solo racconta una favola.
Nella stessa mattina, il rendimento del BTP decennale ha toccato il quattro virgola due per cento, livelli che non si vedevano da fine 2023. Lo spread resta basso perché il Bund è salito al tre virgola tre. Il differenziale non misura la salute italiana: misura la distanza tra due febbri, e si comprime anche quando la temperatura sale da entrambe le parti. Berlino si indebita per difesa e infrastrutture, il rendimento tedesco sale, e l’Italia appare virtuosa per sottrazione. Nel frattempo l’OAT francese quotava quattro virgola due con uno spread di ottantasei, cioè peggio del nostro, il che dovrebbe consigliare prudenza a chi usa il differenziale come pagella morale, in qualunque direzione la usi.
Poi c’è il ventidue settembre, che l’allegato indica come data di possibile liberazione dalla procedura per disavanzo eccessivo. La data è giusta: è la prossima diffusione Istat su PIL e indebitamento delle amministrazioni pubbliche. Ma quel comunicato non certifica il 2026: ricalcola gli anni dal 2023 al 2025, e la speranza del governo è che il consuntivo definitivo dei crediti edilizi sposti il deficit 2025 sotto la soglia che ad aprile era stata mancata per un decimo — tre virgola uno invece di tre. Il rovescio è integrale: un Paese che attende la propria assoluzione non da un risultato ma da una revisione contabile del passato. Rigore è quando l’arbitro fischia, aveva sintetizzato il ministro dell’Economia in primavera. Restava da scoprire che si può anche chiedere la moviola.
Il cavallo, il cancelliere e il condizionale

Proprio in questi giorni il Financial Times ha definito Roberto Vannacci il cavallo di Troia della Russia in Italia. Vale la pena separare i due strati dell’articolo, perché sono di materiale diverso.
Il primo strato è documentale: il manifesto di Futuro Nazionale sostiene l’importanza di riaprire i canali con la Federazione Russa per ridurre i costi energetici e chiede a Roma di rivalutare gli impegni derivanti dai trattati internazionali, ipotesi di uscita dalla NATO compresa. Questo è scritto, è pubblico, si può leggere e discutere.
Il secondo strato è di tutt’altra natura: il sospetto, attribuito a analisti dello IAI e dell’ECFR, che il partito possa essere un progetto russo. È un’attribuzione di attribuzioni. Il quotidiano riferisce valutazioni di terzi, e le valutazioni riguardano un’intenzione, non un fatto. Vannacci ha replicato osservando che non è stato prodotto uno straccio di prova di ordini ricevuti, finanziamenti occulti o rapporti clandestini, e su questo punto specifico ha ragione, il che è seccante per chi vorrebbe che la ragione stesse sempre dalla stessa parte.
Ha però ragione in un modo troppo comodo, perché l’accusa non documentata è il carburante migliore per un partito che si nutre di persecuzione: ogni titolo ostile diventa una conferma, ogni smentita una prova. Il meccanismo funziona in entrambe le direzioni e nessuna delle due merita fiducia sulla parola. Come nota a margine sull’affidabilità delle certezze: lo stesso partito, nelle rilevazioni di questi giorni, è dato al cinque virgola nove da un istituto e al sette virgola sei da altre ricostruzioni. Lo scarto vale quanto un partito intero.
Analogo trattamento merita il Kanzlertausch, lo scambio di cancellieri che l’allegato dà per discusso apertamente a Berlino. Le indiscrezioni sono circolate in primavera; l’entourage di Merz le liquidò come idea ingenua, il vicecancelliere Klingbeil come completa sciocchezza. Una voce smentita promossa a fatto strutturale è esattamente il modo in cui una tabella genera righe. La vera notizia tedesca, molto meno letteraria, è aritmetica: il sei settembre si vota in Sassonia-Anhalt con l’AfD data intorno al quaranta per cento, e se SPD, Verdi, liberali e BSW restassero tutti sotto la soglia del cinque, quel quaranta diventerebbe maggioranza assoluta dei seggi. Merz ha confermato il veto sull’alleanza con la Linke. Il muro regge finché la matematica lo consente, e la matematica non ha opinioni.
La porta che non si apre
Sull’erosione silenziosa del lavoro cognitivo l’allegato ha probabilmente ragione, ed è la parte che merita più attenzione proprio perché non produce eventi.
Il tracker di Stanford aggiornato a metà agosto stima che chi ha tra ventidue e venticinque anni, in ruoli dove l’intelligenza artificiale sostituisce mansioni umane, risulti occupato il diciannove per cento in meno rispetto ai coetanei in ruoli meno esposti; un anno fa lo scarto era intorno al tredici. Goldman Sachs traduce il fenomeno in un’elasticità: ogni dieci per cento di diffusione in più degli strumenti automatizzati in un settore, meno zero virgola trentadue per cento di crescita annua delle posizioni d’ingresso, con l’Italia in fascia intermedia di adozione. L’Organizzazione internazionale del lavoro calcola che il sei virgola uno per cento dei posti occupati da giovani tra i quindici e i ventinove anni riguardi professioni fortemente esposte.
Poi c’è SAP, che con Wakefield ha rilevato che l’ottantotto per cento dei responsabili delle risorse umane ritiene che l’intelligenza artificiale aiuti chi comincia a diventare produttivo più in fretta: i ruoli junior non scompaiono, evolvono. Non c’è motivo di considerare falsa quella rilevazione. C’è però motivo di ricordare che SAP vende software gestionale alle imprese, così come c’è motivo di ricordare che una banca d’affari ha interesse a fornire decimali e un’università a fornire allarmi. Tutti hanno un numero, e il numero somiglia sempre un po’ a chi lo ha commissionato.
Resta il fatto strutturale, che nessuna delle tre parti smentisce e che è il più difficile da raccontare: non licenzia nessuno. Non c’è un cancello davanti a cui presidiare, non c’è un annuncio da titolare, non c’è una data. C’è un annuncio di lavoro che non viene pubblicato. È un conflitto senza evento, e quindi invisibile a una tabella che sa contare solo eventi. La riga più pesante è quella che la matrice non riesce a scrivere.
Il mare di luglio

Il consorzio Lamma-CNR ha certificato che nell’area mediterranea luglio 2026 è stato il più caldo dal 1993, con una temperatura superficiale media intorno ai ventisette gradi; il settantanove per cento del bacino ha vissuto almeno un giorno di ondata di calore marina forte o superiore, il novantaquattro per cento ha registrato valori sopra la media 1993-2022, e in un punto campione al largo della costa toscana si sono toccati ventisette virgola sette con un’anomalia di quasi quattro gradi. Nel Mar Ligure il calore scende in profondità: circa un grado e sette di anomalia media nello strato tra la superficie e i settanta metri. La tendenza di fondo è un riscaldamento di circa sette decimi di grado ogni dieci anni.
Il dato è solido, serio e allarmante. Ha però due clausole che nel passaggio alla riga della tabella sono evaporate. La prima è temporale: quei ventisette gradi sono la media di luglio, non la fotografia di oggi. La seconda è spaziale, e viene dagli stessi ricercatori: a fine agosto il bollettino Mercator Ocean segnalava un’attenuazione dell’ondata tra Gibilterra e Baleari e nuovi nuclei severi nel Canale di Sicilia e in Adriatico. Non è corretto, precisano, parlare di un Mediterraneo uniformemente bollente.
Chi scrive la matrice taglia la seconda frase perché non entra nella colonna. Chi legge la matrice conclude che il mare bolle dappertutto. E chi in autunno scoprirà che a Trieste l’acqua era fredda si sentirà autorizzato a non credere più a nulla, che è esattamente il risultato che l’estensore voleva evitare e che ha contribuito a produrre.
Quello che nella tabella non entra
Nel frattempo, fuori dalla griglia, sta accadendo la cosa più interessante di tutte, e non la racconta quasi nessuno perché non ha la forma di una notizia.
Lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente bloccato da marzo, con riaperture parziali, memorandum, richiusure e permessi di transito concessi a discrezione. Quaranta giorni di bombardamenti non lo hanno riaperto, e gli Stati Uniti hanno consumato una quota rilevante delle proprie scorte di missili di precisione. Gli economisti della BCE hanno stimato che la guerra abbia sottratto in media quattordici milioni di barili al giorno, pari a circa il quattordici per cento dell’offerta globale.
Quattordici per cento dell’offerta mondiale di petrolio scompare, e il Brent sta sotto i cento dollari. La spiegazione, poco spettacolare, è che il 2026 si era aperto con l’aspettativa di un considerevole surplus di offerta, e quel cuscino ha assorbito buona parte dell’urto. Il sistema ha retto meglio di quanto qualunque scenario prevedesse. Questo non è un motivo per stare tranquilli — il cuscino si consuma, e le scorte non si rigenerano da sole — ma è un dato che dovrebbe stare in cima al documento, non fuori. Nella tabella non c’è una colonna per la resilienza, perché la resilienza non ha probabilità né impatto: ha solo la sgradevole abitudine di smentire le previsioni senza fare rumore.
Stessa storia sul fronte migratorio. Il braccio di ferro tra Roma e Berlino sui dublinanti, che l’allegato descrive come cortocircuito, riguarda nella sua fase acuta il trasferimento di tre persone, e per i casi successivi al dodici giugno il Viminale parla di poche decine. Sullo sfondo, la Germania ha registrato oltre undicimilasettecento dublinanti nei primi sei mesi dell’anno. La sproporzione tra la scala del conflitto simbolico e la scala del fenomeno reale è, in sé, il fenomeno.
Coda, senza soluzione

Sarebbe comodo chiudere dicendo che è tutto rumore. Non lo è. Lo stretto è bloccato davvero, il mare è più caldo davvero, il debito è al centotrentotto virgola sei per cento davvero, l’AfD può governare un Land davvero, e la porta d’ingresso al lavoro si sta chiudendo per una generazione davvero. Il dubbio metodico non è la convinzione che non succeda niente: quella è solo l’altra parrocchia, con gli stessi banchi e l’incenso di marca diversa.
Quello che va rifiutato non è la sostanza, è la sintassi. La tabella a due colonne mette sulla stessa riga la temperatura di un mare, il risultato di un’elezione regionale e la valutazione dei titoli tecnologici, e con quella semplice operazione tipografica li rende commensurabili. Da lì nasce l’impressione di sincronizzazione, che è l’effetto principale del documento e forse il suo unico contenuto originale. Le discontinuità non si sincronizzano da sole: le sincronizza chi le impagina.
Resta al lettore un lavoro poco eroico e piuttosto efficace, che consiste in quattro domande da fare a ogni cifra che gli arriverà addosso da qui a Natale. Di che annata è. Chi ha pagato la simulazione. Quali parametri sono stati fissati per farla funzionare. E soprattutto: quale aggettivo è stato tolto per farla entrare nella riga.
Chi le fa non diventa più tranquillo. Diventa solo più difficile da sincronizzare, che di questi tempi è già una posizione.
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