RIASSUNTO
Un resort, un grattacielo di quattordici piani e un minibus privato: questo, per ora, è Próspera, la città-prodotto che la Silicon Valley ha piantato sull’isola honduregna di Roatán e che i giornali di mezzo mondo descrivono come il sogno realizzato di Peter Thiel. Noi ci siamo andati a guardare le carte, e abbiamo trovato due bugie speculari. La prima è quella promozionale: la libertà come catalogo di ordinamenti da installare come software, con l’imposta al cinque per cento, il tribunale arbitrale al posto del giudice e la terapia genica sperimentale a venticinquemila dollari per chi non ha voglia di aspettare la FDA. La seconda è quella indignata: il consorzio che avrebbe comprato un’isola intera, i dieci miliardi presentati come una condanna già emessa, la percentuale del PIL honduregno gonfiata di dieci punti perché il vero, che è già enorme, evidentemente non bastava. Nel mezzo c’è una storia molto più istruttiva, e molto meno consolante per entrambe le tifoserie. Thiel non possiede Próspera: la finanzia dal 2008, a monte e a distanza, con la tecnica del capitale d’origine che non chiede il controllo perché non ne ha bisogno. E soprattutto la città che doveva liberarsi della politica è sopravvissuta grazie a un cavillo del diritto costituzionale honduregno, a un trattato commerciale americano, a un tribunale della Banca Mondiale e infine a un’elezione vinta per un soffio nel novembre 2025. Chi sostiene che la democrazia sia un ostacolo alla libertà ha finito per doverle la propria salvezza. C’è anche un capitolo italiano, che riguarda l’Abruzzo, centonovanta milioni di euro e una piattaforma petrolifera mai costruita. Non è folklore caraibico: è la stessa clausola.
Sull’isola di Roatán la Silicon Valley ha costruito la sua città senza governo. Poi l’ha salvata con un’elezione, un trattato commerciale e un tribunale della Banca Mondiale. Quarta annotazione a margine del nostro dossier su Peter Thiel
C’è un dettaglio che nessuna delle due tifoserie racconta volentieri, e sta tutto in una frase burocratica depositata a Washington il 6 marzo 2026: il nuovo presidente honduregno ha firmato la Convenzione ICSID, quella che il suo predecessore aveva denunciato due anni prima. Non è una notizia da prima pagina. È però il momento preciso in cui la città che doveva liberarsi dello Stato ha capito di doversi aggrappare a quattro Stati contemporaneamente: quello honduregno che le concede la legge, quello statunitense che la protegge per trattato, quello multilaterale che le offre il tribunale e quello americano dell’amministrazione Trump che ha messo il pollice sulla bilancia elettorale caraibica. La secessione, si scopre, ha bisogno del timbro.
Ma andiamo con ordine, perché sul caso Próspera si è depositata una crosta di narrazione doppia — quella promozionale e quella indignata — e nessuna delle due regge alla prova dei documenti.
Un resort, un grattacielo e un minibus
L’oggetto fisico, per cominciare, è modesto. Sull’isola honduregna di Roatán, davanti alla seconda barriera corallina del pianeta, la ZEDE Próspera occupa una manciata di ettari — più un secondo sito sulla costa continentale, a La Ceiba — e consiste per ora in un resort di lusso con annesso centro dedicato al bitcoin, in un grattacielo residenziale di quattordici piani e in un minibus privato battezzato Liberty Line. Chiamarla città è marketing anticipato. Le ricostruzioni italiane che parlano di un consorzio della Silicon Valley che avrebbe ottenuto “il diritto sovrano sull’isola di Roatán” — la formula ricorre, ad esempio, in una recente sintesi firmata da Alessio Mannino — commettono un errore di scala tutt’altro che innocuo: sull’isola vivono decine di migliaia di persone in comuni ordinari della Repubblica dell’Honduras, e nessuna di esse è cittadina di alcunché di privato. L’esagerazione, quando viene smontata, non danneggia soltanto chi la pronuncia: manda al macero anche le cose vere che stavano nella stessa frase.
E di cose vere ce ne sono parecchie. A Próspera l’imposta sul reddito personale è fissata al cinque per cento e quella sui ricavi d’impresa all’uno, con esenzioni doganali; il diritto commerciale si sceglie a catalogo, importando l’ordinamento di un’altra giurisdizione come si installa un software; le controversie finiscono davanti a un centro arbitrale interno anziché davanti a un giudice ordinario. Ed è lì, in questa bolla normativa, che il bio-hacker miliardario Bryan Johnson si è fatto somministrare da una società chiamata Minicircle una terapia genica sperimentale a base di follistatina, venduta agli altri clienti a venticinquemila dollari, priva dell’approvazione della FDA e — all’epoca dei fatti — priva anche di dati clinici pubblicati. A Johnson il trattamento è stato regalato, il che chiarisce quale fosse la merce effettivamente scambiata. Diversi ricercatori hanno messo per iscritto che terapie geniche non regolate di questo tipo, prima o poi, ammazzeranno qualcuno.

Chi ha messo i soldi, e a quale distanza
Qui entra la ragione per cui questa storia appartiene al nostro dossier. Peter Thiel non possiede Próspera. Non siede nel suo consiglio, non ne è l’amministratore, non compare tra i firmatari del ricorso arbitrale. Il legame è più interessante di così, perché è la forma tipica in cui il denaro di Thiel si muove da vent’anni: a monte, presto, e a distanza.
Nel 2008 finanzia il Seasteading Institute di Patri Friedman — nipote di Milton — che immagina città-piattaforma galleggianti in acque internazionali. Nel 2011 Friedman lascia l’istituto per Future Cities Development, che nel 2012 ottiene il primo protocollo d’intesa per una charter city honduregna, e che si dissolve quando la Corte Suprema del paese boccia la legge. Nel 2019 Friedman fonda Pronomos Capital, primo fondo di venture capital dedicato alle città-prodotto: nove milioni di dollari nel primo giro, con Thiel come ancora, e almeno tredici e trecentomila raccolti complessivamente, insieme a Marc Andreessen, Naval Ravikant, Balaji Srinivasan, Roger Ver. Pronomos entra nel capitale di Honduras Próspera Inc., società registrata nel Delaware e amministrata da Erick Brimen, che di Thiel non è né socio né dipendente. Lo stesso Friedman, per inciso, aveva investito personalmente in Palantir nel 2009: la rete è piccola, e si tiene per mano da prima che i giornali se ne accorgessero.

Chi scrive “la città di Thiel” sta prendendo una scorciatoia. Chi risponde “Thiel non c’entra nulla” ne sta prendendo una peggiore. Il punto non è la proprietà, è il capitale d’origine: quello che arriva quando l’idea vale ancora zero, che non chiede il controllo perché non ne ha bisogno, e che quindici anni dopo si ritrova a essere l’unico investitore presente in tutte le stanze — Palantir, Praxis (cinquecentoventicinque milioni raccolti, tra gli altri con Winklevoss Capital e con quella Alameda Research che nel frattempo ha lasciato la scena in modo memorabile), le charter city africane, le “freedom cities” americane. È lo stesso schema che abbiamo visto altrove: non si comanda una rete finanziandone il vertice, la si comanda finanziandone la nascita.
Il 2009, l’anno del divorzio
Per capire cosa Próspera sia davvero bisogna tornare a un saggio del 2009 in cui Thiel annunciava, senza infingimenti, di non credere più alla compatibilità tra libertà e democrazia, e indicava tre frontiere dove la politica non sarebbe arrivata: il cyberspazio, lo spazio esterno, il mare aperto. Non era un programma di conquista, era un programma di fuga. La parola d’ordine, nella cultura libertaria californiana, è exit: quando la voce non serve più, si esce. Roatán è quella terza frontiera che, non riuscendo a galleggiare, è sbarcata.

Ed è qui che la vicenda si capovolge in modo quasi comico. Perché la fuga non è mai avvenuta.
La secessione che si è salvata votando
La cronologia merita di essere letta per intero, perché ciascun passaggio contraddice l’ideologia che dovrebbe sostenerlo. Nel 2011 il parlamento honduregno, in un paese ancora scosso dal golpe del 2009 contro Manuel Zelaya, approva le prime regioni speciali di sviluppo; nel dicembre 2012 la Corte Suprema le dichiara incostituzionali; il Congresso, allora presieduto da Juan Orlando Hernández, rimuove quattro dei cinque giudici della sala costituzionale e nel 2013 approva la legge organica sulle ZEDE, blindandola con una modifica della Costituzione. La città che si presenta come alternativa alla politica corrotta nasce dunque da un atto di forza politica su un tribunale.
Nel 2022 il Congresso abroga la legge all’unanimità. Ma poiché la materia era stata costituzionalizzata, l’abrogazione avrebbe dovuto essere ratificata dalla legislatura successiva, e non lo è mai stata: Próspera sopravvive grazie a un cavillo procedurale dello stesso diritto statale che dichiarava superato. Nel settembre 2024 la Corte Suprema dichiara incostituzionale l’impianto ZEDE, con una decisione divisa tre a due. Nel frattempo Hernández è stato estradato e condannato negli Stati Uniti per narcotraffico — e poi, nel dicembre 2025, graziato da Donald Trump.

Poi arriva il voto. Nel novembre 2025 Nasry Asfura, del partito di Hernández, sostenuto pubblicamente da Trump, vince per un soffio contro Salvador Nasralla; si insedia il 27 gennaio 2026; entro poche settimane abbraccia il modello ZEDE e avvia il rientro dell’Honduras nell’ICSID, firmando la Convenzione ai primi di marzo. La città-uscita non è uscita da nulla: è rimasta dentro, ha atteso, e ha vinto un’elezione nazionale. Il rovescio è servito. Chi teorizza che la sovranità popolare sia un impedimento alla libertà ha dovuto affidarle la propria sopravvivenza, e ringraziarla.
Le cifre che crescono da sole

Sull’altro fronte, quello della controinformazione, la sorveglianza dovrebbe essere altrettanto stretta. Circola da anni la cifra di dieci miliardi di dollari pari “al quaranta per cento del PIL honduregno”. Il prodotto interno lordo del paese si aggira intorno ai trentacinque-trentotto miliardi: siamo dunque a un terzo abbondante, che è già una mostruosità e non ha bisogno di essere gonfiata. Va aggiunto che i dieci miliardi e sette del ricorso depositato nel dicembre 2022 sono una domanda, non una condanna, e che la società li ha nel frattempo aggiornati: una perizia commissionata al Berkeley Research Group valuta il piano industriale trentennale in una media di dieci miliardi e sei, con una forbice che arriva a ventisei e quattro al 30 settembre 2025. La richiesta principale, va detto per onestà, non è il denaro: è la restituzione del regime giuridico. Il che è persino più inquietante, perché significa che a un collegio arbitrale privato si chiede di reintrodurre in un ordinamento nazionale una legge che il parlamento e la corte costituzionale di quel paese avevano rimosso.
Nel febbraio 2025 il tribunale ICSID ha respinto l’obiezione preliminare honduregna sull’esaurimento dei rimedi interni; nel 2026 la procedura è ancora aperta, con decisioni sulla biforcazione e sull’ammissione di amici curiae. Nel giugno 2026 il Dipartimento di Stato americano ha consegnato al Congresso una relazione sugli investimenti statunitensi nella ZEDE, come richiesto dalla legge di bilancio: una città privata che dichiara di non voler nulla dai governi è ormai oggetto di reportistica parlamentare a Washington. Circolano infine, su siti legati ad ambienti governativi latinoamericani, registrazioni telefoniche attribuite a Hernández e ad Asfura su finanziamenti argentini alla campagna giudiziaria e su basi militari future. Non abbiamo modo di verificarle e non le usiamo: chi le rilancia come prova sta facendo, in direzione opposta, esattamente il mestiere di chi vende Próspera come utopia.
La democrazia con la soglia demografica

Resta la questione più sottile, quella che nessuna delle due narrazioni tocca. Próspera non è priva di meccanismi elettivi: nelle aree con almeno trentacinque abitanti per chilometro quadrato i residenti possono eleggere a maggioranza il segretario tecnico e il suo vice. Solo che i candidati sono designati a monte dal consiglio della città e trasmessi all’organo nazionale di vigilanza. È democrazia con una soglia demografica e una lista chiusa: si vota, ma la scheda viene scritta al piano di sopra. Nel villaggio afrocaraibico di Crawfish Rock, che confina con l’enclave e che teme contaminazioni idriche, rifiuti speciali ed espropri, non c’è nessuna soglia da raggiungere: c’è un recinto e una vigilanza privata.
Non è la fine della politica, come si scrive spesso. È qualcosa di più ordinario e di più difficile da combattere: la politica ridotta a servizio in abbonamento, con condizioni contrattuali, livelli di servizio e clausola arbitrale. Nessuno viene privato del voto. Semplicemente il voto non riguarda più le cose che contano, che sono state spostate nel contratto.
Ombrina Mare, ovvero: succede anche a noi

Chi legge dall’Italia farebbe male a considerare tutto questo folklore caraibico. La leva che tiene in piedi Próspera non è il grattacielo, è la clausola: l’arbitrato investitore-Stato, quella procedura per cui un privato cita un governo davanti a un collegio internazionale contestando una scelta politica legittima. Nel 2022 la britannica Rockhopper ha ottenuto dall’ICSID una condanna dell’Italia a centonovanta milioni di euro più interessi, per aver vietato le trivellazioni entro le dodici miglia e aver quindi affossato il progetto Ombrina Mare davanti alla Costa dei Trabocchi — una decisione presa dopo manifestazioni oceaniche e in applicazione della legge di stabilità, cioè per via democratica, sulla base di un trattato sull’energia da cui l’Italia era peraltro già uscita.
Il seguito, però, è la parte che quasi nessuno ha raccontato: il 2 giugno 2025 un comitato ad hoc dell’ICSID ha annullato integralmente il lodo, e l’Italia non paga. Ci sono voluti nove anni, tre gradi di procedura e parcelle che nessuno ha voluto quantificare in pubblico. Il che suggerisce due conclusioni scomode simultanee: che il meccanismo non è invincibile, e che per batterlo serve la stessa forza — giuridica, fiscale, diplomatica — di cui l’Honduras non dispone. Le clausole sono uguali per tutti. Gli Stati no.
Il dubbio finale
Resta da capire quale sia il vero prodotto. Se Próspera fosse davvero una città, la si giudicherebbe dai suoi abitanti: sono poche centinaia. Se fosse un investimento immobiliare, sarebbe un pessimo investimento. Ma se il prodotto fosse il precedente — la dimostrazione che un’abrogazione parlamentare unanime può essere trasformata in una passività da miliardi, e poi neutralizzata attendendo l’elezione giusta — allora l’operazione ha già reso più di qualunque grattacielo, e il grattacielo serve soltanto a dimostrare che il precedente riguarda qualcosa di reale.

Su quale delle due ipotesi sia quella giusta, chi scrive non ha certezze e diffida di chi le esibisce. Ma vale la pena tenere a mente che nella storia dell’ultimo secolo le enclave extraterritoriali non hanno quasi mai sostituito gli Stati: li hanno usati. E che l’unica novità caraibica, rispetto alla United Fruit Company, è che la merce contesa non sono più le banane.
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