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Da Gaudí alle cattedrali brutaliste — un viaggio nell’orrore che abita tra le mura
Il cortocircuito estetico: quando la bellezza eclissa l’omicidio
La prima reazione dovrebbe essere di orrore. Una donna brucia viva all’interno della Casa Batlló, le sue urla soffocate dalle ceramiche policrome e dalle forme organiche che Antoni Gaudí ha plasmato nel cuore di Barcellona. La telecamera indugia sui mosaici che riflettono le fiamme, sulle curve sinuose che incorniciano l’agonia. Ma quello che accade nella mente dello spettatore non è repulsione — è desiderio.
“Mentre un altro povero sfortunato viene flambé, tutto ciò che riesci a pensare è: ‘Devo andare a Barcellona e visitare tutto ciò che Gaudí ha mai progettato’”.
Questo è il paradosso al cuore di Ciudad de Sombras (Città delle Ombre), la serie Netflix spagnola che ha osato trasformare i capolavori del modernismo catalano in macabri palcoscenici per efferati delitti. Il metodo del serial killer è brutale nella sua teatralità: rapisce figure pubbliche e le brucia vive all’interno degli edifici iconici di Gaudí — la Sagrada Família, il Parc Güell, Casa Batlló. Con un’ironia macabra che definisce il tono della serie, le vittime vengono descritte come “flambé”.
Ma la genialità del design offre una sorta di “distanza estetica” che neutralizza l’orrore. La bellezza visiva esercita un’attrazione così egemonica da trasformare una scena del crimine fittizia in un irresistibile invito al viaggio. L’architettura si rivela talmente potente da riprogrammare la risposta emotiva dello spettatore, trasformando la violenza in un pretesto quasi secondario per una celebrazione estetica.
Questo cortocircuito percettivo solleva una domanda più profonda e inquietante: come può uno spazio fisico possedere un tale potere sulla nostra psiche? E se la bellezza di Gaudí può sovrastare l’orrore della morte, cosa accade quando l’architettura stessa è progettata fin dall’inizio per incarnare il male?

L’architetto delle streghe: quando il maligno ha un progetto
La risposta più perturbante viene da un altro maestro del modernismo — non quello catalano, ma quello del cinema horror italiano. Dario Argento, per la sua celebre trilogia de “Le tre madri”, ha creato una delle più complesse mitologie della storia dell’orrore, centrata sulla figura di Emilio Varelli, un fittizio architetto e alchimista del XIX secolo.
Secondo la narrazione di Argento, Varelli fu incaricato da tre antiche e potentissime streghe — Mater Suspiriorum, Mater Tenebrarum, Mater Lacrimarum — di progettare e costruire le loro dimore in tre punti strategici del mondo. Ma questi non erano semplici edifici: erano catalizzatori di potere occulto, “vasi osceni” progettati fin dalla prima pietra per corrompere la terra circostante e renderla “pestilenziale e mortifera”.
La geografia del male si distribuisce così:
Friburgo, Germania — La Tanzakademie, scuola di danza che nasconde il covo di Mater Suspiriorum (Suspiria, 1977). Realizzata in uno sgargiante e labirintico stile Art Nouveau, la struttura è un’entità che inghiotte le sue vittime. Le geometrie sinuose e i cromatismi saturi — quei rossi sangue, quei blu ultraterreni — creano un’atmosfera allucinatoria, un incubo estetico che cela corridoi segreti e camere rituali. La sua funzione: irretire e sacrificare le giovani allieve per sostenere il potere della Madre dei Sospiri.
New York, USA — Un imponente edificio Neogotico eretto nel 1910 che svetta nello skyline, dimora di Mater Tenebrarum (Inferno, 1980). Riflette la natura “più giovane e crudele” della Madre delle Tenebre. Una targa esterna reca il nome dell’esoterista Georges Gurdjieff. I suoi interni sono un dedalo di passaggi con fondamenta allagate che fungono da accesso a un regno infernale. La scena della discesa di Mark Elliot nelle cantine sommerse è una lotta contro l’architettura stessa — lo spazio diventa un’entità attiva e ostile che cerca di annegarlo e seppellirlo vivo.
Roma, Italia — Palazzo Varelli, maestoso edificio in stile Barocco nel cuore della città eterna, residenza di Mater Lacrimarum (La terza madre, 2007). La sua opulenza nasconde catacombe e laboratori alchemici. La bellezza esteriore, segnata da un obelisco ornamentale, maschera la corruzione interna. La dimora agisce come un catalizzatore, risvegliando il male latente nella città per celebrare il ritorno della strega.
Varelli, resosi conto troppo tardi della natura malvagia delle sue committenti, lasciò delle “chiavi” nascoste nella struttura stessa degli edifici per permettere a futuri eroi di sconfiggerle. Questi indizi sono essi stessi architettonici: il primo è un caratteristico “odore agrodolce di malvagità” che pervade l’area — un’emanazione fisica della corruzione spirituale dell’edificio. Il secondo segreto è celato nelle “viscere sotterranee” — la verità del male risiede sempre nel sottosuolo. Il terzo è nascosto “sotto la suola delle scarpe”, implicando un’interazione fisica diretta con le fondamenta.
L’architettura diventa così una scatola-enigma, un’arma a doppio taglio concepita per rivoltarsi contro le sue stesse creatrici. Ma la lezione di Varelli è più perturbante: il male più potente ha bisogno di un architetto per manifestarsi nel mondo. La planimetria di una casa può essere la fonte della sua maledizione.
Il cerchio magico urbano: quando l’intera città è un tempio

Se Varelli ha inscritto il male nelle fondamenta di singole dimore, esiste un caso in cui l’intero piano urbanistico di una città risponde allo stesso progetto infernale. È il caso di Torino, che nella visione di Argento non è solo uno sfondo, ma un palcoscenico attivo per il male, un labirinto di simboli e architetture cariche di potere occulto.
Secondo le tradizioni esoteriche consolidate, il capoluogo piemontese gode di una reputazione unica: è l’unico vertice comune sia al triangolo della magia bianca (con Praga e Lione) sia a quello della magia nera (con Londra e San Francisco). Questa dualità si manifesta geograficamente in due poli energetici contrapposti.
Il cuore bianco e il cuore nero
Piazza Castello — Considerata il vertice della Torino “bianca”, è il centro delle forze benigne, un luogo di luce e potere positivo dove convergono le energie solari.
Piazza Statuto — Il “Cuore Nero” della città, epicentro della sua energia negativa. Situata a ovest, dove il sole tramonta e inizia il regno dell’oscurità, la piazza sorge su un’antica necropoli romana — il luogo dove venivano sepolti i morti e giustiziati i condannati. Due monumenti ne catalizzano la fama sinistra:
Il Monumento al Traforo del Fréjus: sebbene celebri ufficialmente l’intelligenza umana e l’opera ingegneristica del tunnel alpino, l’interpretazione esoterica vede nell’angelo alato che sormonta la pira di rocce una rappresentazione di Lucifero. L’angelo caduto, con lo sguardo rivolto a est, sembra sfidare le forze della luce che emanano da Piazza Castello.
La Guglia Beccaria: questo obelisco è sormontato da un astrolabio che, secondo le leggende, indica il punto esatto in cui si concentrano le forze oscure della città.
Le architetture protagoniste
Argento ha trasformato le leggende torinesi in iconografia horror, usando edifici reali come personaggi:
Villa Scott — La “villa del bambino urlante” in Profondo Rosso (1975). Il suo esuberante stile Liberty, con le linee sinuose e l’atmosfera di decadenza aristocratica, incarna perfettamente un orrore domestico che nasconde un segreto atroce e mummificato tra le sue mura. L’architettura non è solo sfondo, ma è il corpo stesso del trauma.
Palazzo della Vittoria — La “Casa dei Draghi”, imponente struttura in stile neogotico sorvegliata da due enormi draghi alati che fiancheggiano l’ingresso. Queste figure non sono semplice decorazione, ma fungono da guardiani di una soglia, simboli di un potere antico e non umano integrato nell’architettura residenziale.
Il Portone del Diavolo — La leggenda narra che il portone del Palazzo Trucchi di Levaldigi sia stato creato da Lucifero in una notte per imprigionare uno stregone. Il batacchio, a forma di diavolo, funge da monito fisico e simbolico. L’atto di bussare a quella porta diventa un patto con l’oscuro.
Gli Occhi del Diavolo — In Via Lascaris, delle fessure a livello del suolo, nate come prese d’aria per una loggia massonica, sono state ribattezzate dalla superstizione “gli occhi del diavolo”, contribuendo a creare la percezione di una città che osserva costantemente i suoi abitanti dall’ombra.
Argento usa Torino come “personaggio-città”, un labirinto a cielo aperto dove le leggende esoteriche diventano la mappa per leggere la narrazione. Se questo è il male antico, occulto, nascosto tra decorazioni e leggende, il Novecento gli darà una nuova forma — monumentale, spudorata, e terrificante nella sua onestà.
La semiotica degli stili: il lessico architettonico della malignità
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L’architettura non è mai neutrale. Ogni stile è un significante carico di potenziale narrativo, e il cinema horror ha cooptato diversi movimenti architettonici per rappresentare forme distinte di malvagità. La scelta di uno stile comunica la natura specifica della minaccia: se essa sia radicata nella storia, latente nella psiche o insita nel sistema.
Gotico e Liberty: la decadenza del passato
Stili opulenti e storicizzati come il Gotico e l’Art Nouveau rappresentano un male antico, legato a una storia di corruzione familiare e decadenza aristocratica. Le loro linee sinuose e fitomorfe sono efficaci nel rappresentare un male organico, quasi botanico, che avvolge e soffoca le sue vittime come un’edera maligna.
La magione gotica di Crimson Peak (2015) è un organismo architettonico costruito su un terreno che “sanguina” argilla rossa, le cui mura trasudano letteralmente i segreti di una dinastia omicida. Le intricate geometrie Art Nouveau della Tanz Akademie in Suspiria, visibili anche in spazi reali come la piscina Müller’sches Volksbad di Monaco, creano un’atmosfera allucinatoria dove l’eccesso decorativo diventa uno strumento di prigionia.
Il tropo della casa infestata si è evoluto dai manieri gotici isolati alla tipica casa di periferia americana. The Amityville Horror (1979), con la sua casa in stile “Dutch Colonial Revival”, è diventata un’icona dell’orrore suburbano grazie alle finestre della mansarda che “brillano come gli occhi di un jack-o-lantern posseduto”. Poltergeist (1982) ha perfezionato questa formula, dimostrando che il terrore non ha bisogno di castelli antichi: può emergere dalle pareti di una casa nuova, in un quartiere modello.
L’uso magistrale della “disarmonia architettonica” — geometrie “leggermente sbagliate”, angoli che non si chiudono correttamente, porte fuori centro — terrorizza perché sovverte il segno culturale fondamentale della “casa” come spazio di geometria prevedibile e rifugio sicuro. The Haunting (1963) e The Others (2001) trasformano la casa in un personaggio senziente e malevolo attraverso questi corridoi distorti e spazi claustrofobici.
Modernismo e minimalismo: la banalità del male

Il passaggio al Modernismo segna una mutazione epistemologica dell’orrore architettonico: la minaccia non è più inscritta nell’ornamento storicista, ma si annida nel vuoto e nell’ordine apparente della vita contemporanea.
Rosemary’s Baby (1968) di Roman Polanski è il film spartiacque. Il Bramford (ispirato al reale Dakota di New York) utilizza la sua architettura signorile ma labirintica per simboleggiare la colonizzazione della vita moderna e professionale da parte di un antico culto satanico. Il male non si nasconde più nelle rovine, ma si annida dietro le porte laccate di un prestigioso palazzo dell’alta borghesia. L’appartamento, invece di essere un rifugio, diventa una “macchina per vivere” che processa la protagonista a beneficio del culto.
L’estetica minimalista, con la sua enfasi sull’ordine e l’assenza di tracce personali, è diventata il linguaggio visivo ideale per rappresentare la psicopatia. In Ex Machina (2014), un’intelligenza artificiale depravata nasce all’interno di una “pristina casa modernista”, un ambiente di controllo assoluto che riflette la sua fredda logica manipolatrice.
Questa correlazione raggiunge l’apoteosi nell’appartamento di Patrick Bateman in American Psycho (2000). Il suo spazio è uno studio di perfezione “Miesiana” — pareti bianche immacolate, arredamento di design, assenza totale di disordine. Questo vuoto estetico riflette perfettamente il vuoto morale e interiore del protagonista. L’ordine maniacale della casa serve a nascondere e, allo stesso tempo, a incorniciare la violenza rituale che vi si consuma, suggerendo che un’estrema purezza formale può essere il preludio a un catastrofico collasso etico.
Brutalismo: l’indifferenza monumentale
Con il suo uso massiccio e scultoreo del “béton brut” (cemento a vista), il Brutalismo è diventato l’estetica d’elezione per rappresentare il controllo distopico, le mega-corporazioni senz’anima e il potere statale oppressivo. La sua scala monumentale, le forme geometriche imponenti e la sua “fredda indifferenza” verso la dimensione umana lo rendono il simbolo perfetto di un’autorità schiacciante e totalitaria.
Il cinema di fantascienza degli anni ’80 ha attinto a piene mani da edifici brutalisti reali per dare un volto alle entità corporative maligne:
In Robocop (1987), la sede della Omni Consumer Products è in realtà il Dallas City Hall, un imponente edificio brutalista progettato da I.M. Pei. La sua estetica monumentale e severa richiama edifici governativi come il J. Edgar Hoover FBI Building, associando immediatamente la OCP a concetti di burocrazia, sorveglianza e potere totalitario.
In Blade Runner (1982), il quartier generale della Tyrell Corporation è un tempio futuristico che fonde l’espressionismo scultoreo del Tardo Modernismo con l’estetica industriale dell’High-Tech. Le forme monumentali e templari simboleggiano il potere quasi divino della corporazione nel creare la vita; l’estetica industriale ne rivela il processo freddo e meccanico.
Il significato semiotico del Brutalismo è profondo: a differenza dell’architettura gotica, che nasconde i suoi segreti dietro facciate decorate, il Brutalismo proietta apertamente il suo potere e la sua indifferenza. Non ha bisogno di ombre per essere minaccioso; la sua stessa materialità è una dichiarazione di dominio. In Arancia Meccanica (1971), viene utilizzato per simboleggiare il materialismo e “l’assenza di anima” dei sistemi totalitari che cercano di riprogrammare l’individuo.
Queste strutture sono state definite “rovine nate già come rovine” — un’espressione che cattura la loro percezione di malignità atemporale. Sembrano destinate a sopravvivere all’umanità, testimoni silenti e indistruttibili di un potere che non necessita di giustificazione o di calore umano.
Il labirinto iniziatico: la discesa negli inferi architettonici
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Oltre a essere contenitore e codice, l’architettura può funzionare come percorso — un labirinto che guida i personaggi verso una conoscenza proibita o la dannazione. In queste narrazioni, la discesa fisica in sotterranei o l’esplorazione di castelli remoti corrisponde a una discesa spirituale nell’abisso.
Biblioteche e castelli: la conoscenza come dannazione
The Ninth Gate (1999) di Roman Polanski è l’esempio emblematico di un viaggio attraverso architetture cariche di significato occulto, dove ogni tappa è un passo verso l’evocazione del demonio.
Le biblioteche private nel film sono rappresentate come luoghi claustrofobici e spaventosi, “nidi” oscuri che nascondono libri-chiave. Non sono spazi di illuminazione, ma di incubazione: un luogo di apparente protezione (la conoscenza) che in realtà cova un pericolo mortale, trasformando i libri in uova da cui può schiudersi il demonio.
I castelli europei utilizzati — Château de Puivert, Château de Ferrières — non sono semplici sfondi. La loro imponente architettura medievale funge da testimonianza silenziosa di un male eterno. Il viaggio del protagonista si trasforma in un pellegrinaggio iniziatico, dove l’architettura stessa convalida l’autenticità del potere occulto.
La discesa nel sottosuolo
L’uso di spazi sotterranei è la rappresentazione più letterale della discesa agli inferi. Questa discesa nelle fondamenta del male — cantine, catacombe, rovine industriali — è un archetipo che trova la sua origine nel progetto stesso di Varelli, la cui verità era celata nel sottosuolo.
Nel film turco Baskin (2015), un edificio abbandonato si rivela la copertura per un passaggio che conduce direttamente nelle viscere di un culto infernale, un vero e proprio inferno sulla terra dove i confini tra realtà e incubo si dissolvono.
In Inferno di Argento, la già citata discesa di Mark Elliot nelle cantine allagate della dimora di Mater Tenebrarum è una lotta contro l’architettura stessa — lo spazio diventa un’entità attiva che cerca di annegarlo, i corridoi si restringono, l’acqua sale, le fondamenta vogliono inghiottirlo.
Questi spazi labirintici funzionano come rituali di passaggio, obbligando i personaggi a confrontarsi con il male che risiede nelle fondamenta, sia letterali che metaforiche, del mondo.
Il diavolo ha un indirizzo: quando l’architettura diventa manifesto

La connessione tra architettura e ideologia oscura non è confinata alla finzione. Nel mondo reale, i gruppi che si identificano con l’immaginario satanico utilizzano l’architettura in modo deliberato per definire la propria identità, dimostrando come la scelta di un edificio sia un potente atto semiotico.
La sede internazionale de The Satanic Temple si trova a Salem, Massachusetts, in un’ex agenzia funebre vittoriana dipinta di nero. La scelta non è casuale: un edificio tradizionalmente associato alla morte e al rito diventa il contenitore perfetto per un’organizzazione che sfida le convenzioni religiose. La struttura ospita oggi una galleria d’arte e la celebre statua in bronzo di Bafometto, trasformando uno spazio di lutto in un tempio di attivismo e provocazione.
Allo stesso modo, la famosa “Black House” di Anton LaVey a San Francisco era una normale casa vittoriana. Dipingendola interamente di nero, LaVey la trasformò in un “altare satanico”, reclamando uno spazio domestico per scopi occulti e creando un monumento visivo che sfidava la normalità del quartiere.
Questi esempi reali dimostrano che, proprio come nei film, la scelta di un edificio e la sua modifica non sono mai gesti innocenti. Sono dichiarazioni d’intenti che caricano lo spazio di un nuovo, potente significato, trasformando una semplice casa in un simbolo tangibile della propria ideologia.
L’incubo che abita tra le mura
Siamo partiti da un paradosso: la bellezza di Gaudí che eclissa l’omicidio in Ciudad de Sombras. Ma questo cortocircuito percettivo è solo la superficie di una verità più profonda e inquietante: l’architettura possiede un potere primordiale sulla nostra psiche.
Attraverso il viaggio da Barcellona a Torino, dalle ville Liberty ai palazzi brutalisti, dalle case vittoriane di Salem ai templi corporativi di Blade Runner, emerge un pattern ricorrente. L’architettura nelle narrazioni demoniache e occulte è un protagonista a tutti gli effetti, un’entità capace di agire, corrompere e definire la natura stessa dell’orrore.
Le sue funzioni sono molteplici:
- È un vascello per il potere (le Tre Madri di Varelli)
- È un cerchio magico urbano (la Torino esoterica di Argento)
- È un codice semiotico che comunica la natura del male (Gotico = decadenza storica; Modernismo = vuoto psicologico; Brutalismo = oppressione sistemica)
- È un percorso verso la dannazione (i labirinti di The Ninth Gate, le discese sotterranee)
- È un manifesto ideologico (le case nere di LaVey e del Satanic Temple)
L’evoluzione stilistica che abbiamo tracciato rispecchia i mutamenti delle nostre paure collettive. Siamo passati dalla decadenza romantica del Gotico — dove il male è un segreto di famiglia nascosto in manieri isolati — all’urbanistica esoterica dove un’intera città diventa un testo occulto. Siamo entrati nel vuoto psicologico del Modernismo, dove l’orrore si cela dietro la superficie sterile di appartamenti impeccabili. Infine, ci siamo scontrati con la fredda monumentalità del Brutalismo, l’architettura di un male sistemico e totalitario che non ha bisogno di maschere.
Queste architetture infernali sono diventate un archetipo culturale duraturo perché danno forma fisica alle nostre più profonde ansie: la sorveglianza totale del Modernismo, il potere oppressivo del Brutalismo, la corruzione degli spazi sacri che chiamiamo casa incarnata dal Gotico. In definitiva, attingono a una paura primordiale: l’idea che i luoghi che costruiamo per darci rifugio possano rivoltarsi contro di noi.
Quando la serie TV di Barcellona trasforma i capolavori di Gaudí in palcoscenici per omicidi, non sta semplicemente usando una location suggestiva. Sta attivando un meccanismo profondo nella nostra coscienza collettiva — la consapevolezza che l’architettura non è mai neutrale, che ogni spazio porta con sé un potenziale di significato, e che la linea tra il sublime e il terrificante può essere sottile come la parete di una casa.
La prossima volta che attraverserete una porta, salirete una scala, o entrerete in una stanza, chiedetevi: questo spazio è davvero inerte? O sta già osservando, aspettando, tramando la propria vendetta contro chi osa abitarlo?
Le mura hanno sempre avuto orecchie. Forse hanno anche occhi. E forse, come suggerisce la lezione di Varelli e Argento, hanno anche una volontà propria — un progetto nascosto nelle fondamenta, un odore agrodolce di malvagità che permea l’area, un segreto sepolto sotto la suola delle nostre scarpe.
L’architettura non è il contenitore della nostra vita. È il suo carnefice silenzioso.
Per approfondire:
- Dario Argento, Suspiria (1977), Inferno (1980), Profondo Rosso (1975)
- Roman Polanski, Rosemary’s Baby (1968), The Ninth Gate (1999)
- Paul Verhoeven, Robocop (1987)
- Ridley Scott, Blade Runner (1982)
- Mary Harron, American Psycho (2000)
- Guillermo del Toro, Crimson Peak (2015)
- Robert Wise, The Haunting (1963)
Sul tema dell’esoterismo torinese:
- Giuditta Dembech, Torino città magica (1973)
- Renzo Rossotti, I misteri di Torino (2006)
Sull’architettura brutalista:
- Barnabas Calder, Raw Concrete: The Beauty of Brutalism (2016)
- John Grindrod, Concretopia: A Journey Around the Rebuilding of Postwar Britain (2013)
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