Perchè sei pizza tutto si fa per te, pizza gioia di vivere, pizza favola splendida, pizza nata per farti amar, per un si, per un no, per una pizzaaaaaaaa.
O anche due. Abbiamo scherzato e parafrasato la canzone del Quartetto Cetra che così apostrofava, la Donna, con la maiuscola e altri tempi e termini, ma che belli. Li sentite al link in sottofondo, volendo. Perchè pizza e perchè così? Sulla seconda mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Per la prima comincerei con lo sciorinare – avete mai sciorinato voi? Fa bene e non ingrassa, provateci – sciorinerei numeri che al giorno d’oggi fa parecchio look. Liste, classifiche, sommari e colonnine, sono il vangelo di tutte le vetrine. Lo dice sempre anche mio zio. Allora la pizza è il pane degli dei. Ma non era l’ambrosia o, anzi, la manna. L’ambrosia era il vino. Come diceva quello là: Marcellino manna e ambrosia. Dunque in Italia, ogni giorno, si consumano mediamente tra le 7 e le 8 – milionate – di pizze, al dì. Per non dire nel mondo. Infatti non lo dico ne lo dirò, giuro. La margherita – quella della Regina, lo sapete, tutti lo sanno – è la principessa. Anche se come si può facilmente capire ci troviamo di fronte ad un complesso conflitto di interessi. Vabbè ci penseranno i loro legali.

Il primo dato che fa riflettere è che al secondo posto nei gusti pizzici nostrani spicca e non spicchia come sarebbe facilmente prevedibile, una pizza non facile e neanche troppo urbana. Trattasi di pizza di provincia, più che altro campagnola, anche se con un certo fascino anche piuttosto dubbio per non dire equivoco. Si tratta della Diavola. E non aggiungo altro, anche per rispetto al regolamento della fascia oraria in cui andiamo in onda. Si sa che ci sono ancora i bambini svegli e pure le loro madri per non parlare dei padri e degli zii e zie. Nel novero e anche nelle novene e persino nei navacchi e altri portali dei dintorni, evocando pizze vengono in mente almeno una ventina per non dire trenta parole ad essa associate. Dal forno, rigorosamente a legna, anche se a gas o elettrico non è che non funziona; alla farina, che, volendo essere aggiornati e alla moda, deve immediatamente diventare plurale, sennò si passa subito per retrogradi, per non dire antiquati. Altro termine automatico associando parole e pizze, è certamente mozzarella, per non dire pomodoro, senza farci mancare lievito.

Anche in questo caso scattano associazioni obbligate, una sorta di catena di sant’antonio senza truffa nel mezzo: a mozzarella bisogna sempre associare bufala e burrata e fiordilatte, come minimo. A pomodoro va unito in matrimonio con obbligo di firma un san marzano d’ordinanza, ma anche un ciliegino, per non dire un pachino, a seconda delle latitudini, culture, colture e camicie – l’ultima si è imbucata, giuro non la volevo scrivere – e per lo/il/us lievito non può e forse non deve, mai mancare, di birra, perchè in questo caso e solo in questo caso, scatta anche la parola madre – decidete voi dove e come farcela stare – ma non quella padre, e mai, o quasi mai – forse fuori dal Paese, non so – il termine istantaneo. Per quanto, per i più informati, ma anche, forse, meno tradizionalisti, si scopre una pasta per pizza che non abbisogna di lievitazione a base di fiocchi di cereale, al momento non precisato, e sul quale eventualmente, potremmo anche tornare.

Ora mi fermo, e chiedo anche scusa ai puristi all’ascolto. Anche se mi hanno spiegato che una bella e forte polemica su un post – quelle con milioni di commenti dove intere famiglie e dinastie di vignaioli ma anche di contrabbandieri, rigorosamente scalzi, vengono sterminate in pochi secondi, metaforicamente, grazie alla potenza caustica di alcuni commenti – fanno crescere di molto e pure parecchio in fretta l’audience e quindi portano pubblicità a raffica e dindi. Che, fra averli e non averli, ci paghi le bollette e pure pranzi e cene. Ma chi sono io per privarvi di una bella rovente polemica, mi chiedo, chi sono io? Siccome non dispongo di alcuna risposta, lascio alcuni spazi bianchi e proseguo.
Al momento ho perso il filo e mentre il bot incaricato della ricerca si avvale dei propri spider per dipanare la matassa, provo a proseguire a braccio sebbene non dotato del fabbisogno necessario e della dotazione di muscoli minima per completare tale azione. Come va? Ecco che il bot mi porge il bandolo e quindi, posso proseguire con rinnovato acume, avendo ritrovato, o fatto ritrovare all’ai, il senso del testo che state – guaiavoi – leggendo tosto. Non di pizza ne di ingredienti ovviamente siamo qui a parlare, ma, come solitamente accade, del ruolo della succitata e su-titolata, nella cultura popolare detta anche immaginario collettivo. E come – signori della corte – non andare subito col pensiero ad un lungo e poi metraggio meglio conosciuto come film o pellicola, dedicato proprio alla pizza o ancora meglio all’invenzione della pizza. Totò sapore e la magica storia della pizza.
Nel quale proprio della Margherita in quanto regina si spiega la teoria e forse anche la pratica antica, e si agevola la leggenda o forse la storia o meglio ancora la storia e la leggenda come neanche le Orme, e dico, le Orme, avrebbero saputo fare meglio. Bello davvero e non lo dico per piaggeria e nemmeno per pizzeria, ma lo consiglio di cuore e pure di stomaco visto che sempre di roba da mangiare si parla. Esso lungo e metraggio come avete avuto modo di vedere è di cartone e anche animato, quel particolare film di animazione della prestigiosa e tutt’altro che invisibile, meno male, scuola italiana. Lunga vita e prosperità, e allargate le dita come e meglio di Spock. Ma che dire della madre di tutte le canzoni dedicate alla pizza. Se vi dico festival della canzone napoletana? No…niente da segnalare? Meglio per voi, significa che siete giovani. In ogni caso eccovi agevolata la canzone della pizza
E come non chiudere – solo per adesso – con il trionfo pizzico o anche meglio pizzesco in campo televisivo. Sebbene di pizza e pizze nel mondo rotondo e fuori dalle tavole imbandite ce ne siano davvero innumerevoli – che significa tornare e poi tornare ancora a parlarne – per il momento chiuderei con la tv. Forza un pò di impegno, ditelo voi, precedetemi, quale serie o telefilm o originale televisivo, serial, trasmissione semplice, o addirittura show, ha celebrato, raccontato, frollallato – nuova direttamente per voi – la pizza?
Niente? Allora ve lo dico io: si tratta di Fat pizza, una serie australiana – non era facile, lo ammetto – dedicata alle epiche gesta di Pauly e colleghi, runner consegnatori di pizze per il Fat Pizza, rinomata pizzeria di Sydney: “sono grandi e sono formaggiose”. La serie, che ha impazzato sugli schermi del mondo anglo e poi sassone, non solo su quelli cangurici, per sei stagioni di fila fra il 2000 e il 2007 è stata anche raccontata in due film ed è poi tornata in onda per altre due stagioni fra il ‘19 e il ‘21 del secolo in corso. Si tratta di una fiction semiseria, per non dire, strampalata e/o surreale, in cui i consegnatori di pizze si scontrano ogni volta con pericoli molto seri e altrettanto vari durante il loro ufficio, per non dire, lavoro di consegna espressa. I runner fanno incontri con alieni, canguri assassini, motociclisti, malvagi di vario tipo, piccoli e grandi criminali, rapinatori, spacciatori, tossici, mafiosi, pazzi scatenati o anche mansueti, celebrità varie e di ogni tipo. Per non farsi mancare nulla i nostri eroi trovano sulla loro strada anche una nutrita rappresentanza di funzionari pubblici di vario tipo, misura ed estrazione: dalla CIA, l’ASIO, l’Australian Border Force, l’Australian Taxation Office, la New South Wales Police Force, la National Rugby League, la Polizia Federale Australiana, l’Esercito Australiano, e- e dico e – per far quadrare il cerchio anche con nutrite – o da nutrire, battuta – propaggini di terroristi arabi e asiatici, gangs di vario tipo e maniera, e persino malvagie forze sataniche che cospirano per provocare la fine del mondo. Ciò nonostante, gli impavidi fattorini oltrepassano impassibili ogni blocco e impedimento sulla propria strada riuscendo a consegnare in tempo la pizza tenendo fede alla propria missione e al proprio incarico. Un lavoro, il loro, per il quale, anche in Australia, come ovunque nel mondo, vengono pagati pochissimo 2 dollari australiani all’ora, molto al di sotto del salario minimo di legge. Che in Australia, mi permetto di far notare, a quanto pare, è previsto dalla legge. E’ previsto, nevvero!
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