Coincidenze, profezie o ingegneria sociale?
Un documento controverso degli anni Novanta descriveva scenari che oggi appaiono familiari. Senza certificarne l’autenticità, vale la pena leggerlo.
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L’arte di aprire porte
Se non fossero esistiti scrittori dalla dubbia o addirittura dichiaratamente fittizia identità, molti di noi non avrebbero mai avuto accesso a conoscenze altrimenti precluse all’uomo comune. Né avrebbero sviluppato sensibilità meno anguste di quelle del benpensante medio occidentale.
T. Lobsang Rampa era in realtà Cyril Henry Hoskin, un idraulico inglese che non aveva mai messo piede in Tibet, eppure spacciava se stesso per un lama himalayano. Il suo Terzo Occhio, bestseller mondiale del 1956, aprì a milioni di occidentali le porte dell’Oriente. Prima di lui, l’avvocato teosofo William Walker Atkinson aveva scritto decine di volumi sotto pseudonimi come Yogi Ramacharaka, Swami Panchadasi e i misteriosi “Three Initiates” del Kybalion. Non diversamente da Emilio Salgari, che rese celebri i mari della Malesia senza mai allontanarsi da Torino, o James Frazer che fondò l’antropologia culturale scrivendo dodici volumi sui rituali di tutto il mondo senza uscire da Cambridge.
Il punto non è se questi autori fossero “veri”. Il punto è che, aprendo uno spiraglio, permisero a moltitudini di costruirsi una propria via.
Siamo convinti di possedere certezze su fatti storici e cronaca attuale. Ma prove definitive non esistono nemmeno per gli eventi apparentemente più acclarati. Come motteggiava Giulio Andreotti: se da un lato una smentita è una notizia data due volte, dall’altro a pensare male si rischia di azzeccarci.
L’importante, alla fine, non è credere. È farsi un’idea con la propria testa.
È con questo spirito che vale la pena esaminare un documento emerso dal Quebec nel 1995, destinato a suscitare reazioni violentemente polarizzate: i Protocolli di Toronto.
Cosa sono i Protocolli di Toronto
Serge Monast era un giornalista investigativo franco-canadese. Le sue inchieste riguardavano un presunto progetto di Nuovo Ordine Mondiale — un tema che, per vie traverse, aveva già lambito l’Italia con lo scandalo della Loggia P2 di Licio Gelli. Fu nel corso di queste ricerche che Monast si imbatté in quello che considerò lo scoop più grande della sua carriera: un documento talmente enorme da risultare, per definizione, incredibile ai più.
Come ogni giornalista navigato, Monast non rivelò le sue fonti. Affermò però che il documento si basava su due incontri segreti svoltisi a Toronto a diciotto anni di distanza: il primo, battezzato Panem et Circenses, nel giugno 1967; il secondo, Red Dawn (Alba Rossa), nel giugno 1985.
I partecipanti appartenevano a un gruppo che si identificava con lo pseudonimo apocalittico “6.6.6.”: sei rappresentanti delle banche più influenti del mondo, sei dei maggiori consorzi energetici, sei dei principali gruppi agro-alimentari. Secondo Monast, questi potenti — discosti dalla fama mediatica, membri di alto grado di società segrete anglosassoni — si riunivano raramente e solo per definire i “preparativi finali del piano per la caduta delle nazioni”.
Il 4 dicembre 1996, a soli cinquantuno anni e in apparente buona salute, Serge Monast morì. Non di infarto, come si sarebbe potuto supporre, ma di “insufficienza cardiaca” — una patologia che avrebbe dovuto avere prodromi, dei quali però non risultava traccia. Il decesso avvenne un solo giorno dopo il suo arresto con accuse di intimidazione.
Casi simili, dai nostri Sindona e Calvi fino ad Aaron Swartz, Wilhelm Reich, Barnaby Jack e il controverso Jeffrey Epstein, nel mondo occidentale non sono mai mancati. Tuttavia, più della morte di Monast, ciò che interessa qui sono le sue tesi.
È necessario precisare: non esistono prove dell’autenticità di questo documento. Nessun riscontro indipendente conferma che questi incontri siano mai avvenuti. Ciò che segue è una presentazione del contenuto, non una certificazione della sua veridicità.
I punti programmatici
I Protocolli descrivono una strategia articolata su più fronti. Vale la pena esaminarli raggruppandoli per tema.
Controllo mediatico e culturale

Secondo il documento, l’élite cospirativa intende infiltrare capillarmente i circuiti dell’informazione e dell’intrattenimento: “radio, televisione, giornali, moda, cultura, circoli musicali”. L’obiettivo è orientare l’opinione pubblica e i gusti popolari dall’interno.
La cultura di massa dev’essere appiattita e omogenea: “Stabiliremo una cultura livellata e uniforme per tutti, senza che nessuna idea futuristica sia permessa. I futuri artisti saranno a nostra immagine o non sopravviveranno.” Si prevede l’espansione esponenziale dell’industria del tempo libero — videogiochi, televisione, intrattenimento — come strumenti di distrazione.
Il tempo libero deve consistere in “sesso, droga, sport, viaggi esotici”, accessibili a tutti: “L’uomo deve credere che il piacere sia lo scopo principale della vita.”
Economia e finanza
Gli obiettivi economici dichiarati sono tre: controllo assoluto sul commercio mondiale; dominio sulle risorse energetiche e tecnologiche; monopolio globale di cibo, medicine, vitamine e vaccini.
La strategia prevede la liberalizzazione del commercio globale sotto il controllo di organismi sovranazionali (vengono citati FMI e GATT), la delocalizzazione industriale verso paesi con manodopera a basso costo, l’indebolimento delle economie nazionali occidentali attraverso disoccupazione e precarietà.
Un punto ricorrente è l’erosione della classe media, descritta come “creazione illusoria” destinata ad essere “definitivamente tagliata fuori da qualsiasi mezzo” di prosperità una volta raggiunti gli obiettivi.

Farmaci, salute e sostanze
Il documento enfatizza il controllo della salute pubblica: monopolio dell’industria farmaceutica e della distribuzione di vaccini e medicine, con la possibilità di “decidere chi curare e chi no”.
Parallelamente, si incoraggia la diffusione delle droghe tra i giovani — viene menzionata esplicitamente la “propaganda per la liberazione della droga” come strumento per “la distruzione della gioventù”. L’idea di fondo: una società di giovani intossicati risulterebbe meno combattiva e politicamente attiva.
Famiglia, educazione, religione
I Protocolli pianificano l’erosione deliberata dei valori tradizionali. Si propone di “modificare i programmi scolastici per eliminare l’insegnamento della religione, della storia e delle buone maniere”, rimpiazzandoli con curricoli improntati a idee progressiste e globaliste.
Viene incoraggiata la proliferazione di culti e nuove spiritualità, equiparando “magia, occultismo e sette alle religioni tradizionali”: “Il collasso di questa barriera religiosa e morale ci permetterà di finire il processo della falsa liberazione dell’uomo, che in realtà è una forma di schiavitù.”
L’autorità genitoriale va indebolita attraverso “uffici per la protezione dei minori” e una “carta dei diritti dell’infanzia” che sottragga i bambini alle famiglie “troppo tradizionali e religiose”.
Ingegneria politica
Sul fronte politico, i Protocolli prevedono: modifiche alle leggi sull’immigrazione per “aprire le porte a un’immigrazione sempre più massiccia”, creando tensioni sociali e “nuovi conflitti locali”; alimentazione deliberata di conflitti internazionali insolubili; progressiva cessione di sovranità nazionale a organismi sovranazionali.
L’incapacità voluta dell’ONU di risolvere crisi servirà da pretesto per richiedere “una nuova autorità internazionale più potente” e “un esercito globale permanente”. Gli stati verranno “smilitarizzati”, mentre sistemi informatici centralizzati garantiranno “un controllo completo su tutte le popolazioni”.
La corrente sotterranea

Fermarsi alla lettura politico-economica dei Protocolli significherebbe perdere una dimensione che, per alcuni osservatori, ne costituisce la chiave interpretativa più profonda. Una dimensione che, per definizione, non può essere “dimostrata” — altrimenti sarebbe cronaca, non ordito occulto.
Esiste un filo che collega figure apparentemente distanti, accumunate dall’operare ai margini tra scienza, potere e pratiche esoteriche.
Aleister Crowley, fondatore della corrente Thelema, teorizzò e praticò rituali sessuali come strumenti di potere occulto. Jack Parsons, scienziato missilistico e cofondatore del Jet Propulsion Laboratory della NASA, fu suo adepto e condusse i cosiddetti “rituali di Babalon”. A questi rituali partecipò un giovane scrittore di fantascienza, L. Ron Hubbard, prima di fondare Scientology. Jeffrey Epstein, con le sue connessioni documentate con élite globali e il nodo irrisolto della sua morte in carcere, rappresenta per molti l’ombra contemporanea di questa genealogia.
Non si tratta di “dimostrare” legami causali. Si tratta di riconoscere un pattern: figure che operano in cerchie ristrette e potenti, ai confini tra il visibile e l’invisibile. La degenerazione morale visibile — la pornografia mainstream, la sessualizzazione pervasiva dei social media — appare, in questa lettura, come la crosta superficiale di pratiche più profonde.
Per chi conosce le conferenze di Rudolf Steiner del 1917, questi scenari hanno una risonanza particolare.
Nel ciclo Il Mistero del doppio (conferenze di San Gallo), Steiner descrisse come entità arimaniche si “aggancino” all’essere umano attraverso la corporeità, influenzando inconsciamente pensiero e volontà — e come certe forze occulte occidentali conoscessero e sfruttassero questi meccanismi.
In La caduta degli spiriti delle tenebre (Dornach, 1917), Steiner parlò di una “battaglia spirituale” avvenuta nel XIX secolo, i cui effetti si sarebbero manifestati nel XX e oltre: spiriti cacciati dal mondo spirituale che ora operano attraverso gli esseri umani, ispirando materialismo, nazionalismi distorti, e un certo tipo di “intelligenza fredda” applicata al controllo sociale.
Arimane, nella cosmologia steineriana, non è “il male” in senso moralista, ma una polarità cosmica: l’intelligenza glaciale, calcolatrice, che agisce attraverso tecnologia e controllo. Sorat è figura più radicale, legata ai cicli di 666 anni.
Il “6.6.6.” dei Protocolli di Toronto: coincidenza simbolica, o traccia consapevole?
Non si chiede al lettore di credere a questa lettura. Si segnala che esiste, per chi volesse approfondire, una chiave interpretativa che vede nei processi storici l’operare di forze non riducibili all’economia e alla politica. Chi la rigetta può limitarsi ai fatti visibili. Chi la riconosce troverà nei Protocolli un’eco inquietante.
Trent’anni dopo: una lettura parallela
Lasciando in sospeso la questione dell’autenticità, è possibile accostare i punti programmatici dei Protocolli agli sviluppi degli ultimi tre decenni. L’esercizio non intende dimostrare nulla: intende osservare.
Panem et circenses digitale
I Protocolli prevedevano la moltiplicazione esponenziale dell’industria del tempo libero come strumento di distrazione. Oggi viviamo nell’economia dell’attenzione: social media progettati per creare dipendenza, piattaforme di streaming illimitate, videogiochi che assorbono centinaia di ore. La “gamification” pervade ogni aspetto della vita.
Filosofi come Byung-Chul Han parlano di una società che si auto-sfrutta credendo di divertirsi. Massimo Cacciari ha osservato come la democrazia contemporanea si sia svuotata di contenuto, riducendosi a gestione tecnica mentre il cittadino viene intrattenuto. Non servono complotti: bastano gli incentivi economici dell’industria dell’attenzione.
Il controllo farmaceutico
La gestione della pandemia Covid-19 ha portato alla luce dinamiche che molti osservatori — non tutti etichettabili come “complottisti” — hanno trovato problematiche: la concentrazione del mercato vaccinale in poche multinazionali, l’opacità dei contratti con gli Stati, la soppressione del dibattito scientifico dissonante.
Testate come L’Indipendente hanno documentato criticità senza scivolare nel negazionismo. Figure come Alessandro Meluzzi hanno sollevato questioni sulla gestione emergenziale. Il punto non è se i vaccini “funzionino”, ma se la gestione della salute pubblica sia stata orientata da logiche diverse da quelle sanitarie.
Quanto alla diffusione delle droghe tra i giovani, il caso del fentanyl negli Stati Uniti — un’epidemia che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime — solleva interrogativi sulle responsabilità delle case farmaceutiche che l’hanno promosso.
Migrazioni e frammentazione sociale

I Protocolli prevedevano l’uso dei flussi migratori come strumento di destabilizzazione. Negli ultimi vent’anni, l’Europa ha vissuto ondate migratorie che hanno effettivamente alimentato tensioni sociali, crescita dei partiti populisti, polarizzazione del dibattito pubblico.
Non si tratta di dare giudizi morali sull’immigrazione, ma di osservare che il fenomeno, gestito come è stato gestito, ha prodotto esattamente gli effetti descritti: frammentazione sociale, conflitti identitari, indebolimento della coesione nazionale. Se questo fosse stato l’obiettivo, sarebbe stato raggiunto.
Cessione di sovranità
Il trasferimento di poteri dagli Stati nazionali a organismi sovranazionali è un fatto, non un’interpretazione. L’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, il World Economic Forum di Klaus Schwab — che non nasconde le sue ambizioni di “Grande Reset” — esercitano un’influenza crescente sulle politiche nazionali.
Intellettuali come Diego Fusaro hanno costruito intere carriere sulla critica di questa dinamica. Non è necessario condividere tutte le loro conclusioni per riconoscere che il processo descritto dai Protocolli — erosione progressiva della sovranità nazionale — è in corso.
Famiglia, educazione, identità
Le evoluzioni nel campo dei “diritti civili” — divorzio facilitato, aborto, riconoscimento delle unioni omosessuali, teoria gender nell’educazione — vengono lette in modi diametralmente opposti. Per alcuni rappresentano conquiste di civiltà. Per altri, tappe di un processo di dissoluzione programmata della famiglia tradizionale.
Ciò che qui interessa non è stabilire chi abbia ragione, ma notare che questi sviluppi corrispondono, punto per punto, a quanto previsto dai Protocolli. Coincidenza? Profezia? O descrizione di un processo già in atto nel 1985, riconoscibile a chi sapeva dove guardare?
La domanda resta aperta. Il lettore è invitato a rispondere con la propria testa.
Sionismo, semitismo e la trappola semantica
I Protocolli di Toronto ricordano, nel nome, i famigerati Protocolli dei Savi di Sion — un falso antisemita confezionato all’inizio del Novecento e utilizzato per giustificare persecuzioni. È doveroso affrontare la questione.
I Protocolli di Sion attribuivano agli “ebrei” in quanto tali un complotto per dominare il mondo. I Protocolli di Toronto parlano invece di élite finanziarie trasversali, non etnicamente definite. La differenza è sostanziale.
Esiste tuttavia un’operazione semantica che tende a confondere ebraismo, semitismo e sionismo politico, rendendo impossibile ogni critica a quest’ultimo senza incorrere nell’accusa di antisemitismo. Questa confusione è essa stessa un atto politico, non logico.
L’ebraismo è una religione e una tradizione culturale millenaria. Il semitismo è un’appartenenza etnico-linguistica che include, peraltro, anche gli arabi. Il sionismo politico è un movimento nazionalista nato alla fine dell’Ottocento, che ha portato alla fondazione dello Stato di Israele.
Molti intellettuali, politici e religiosi di tradizione ebraica si sono dichiarati antisionisti. I rabbini del movimento Neturei Karta considerano lo Stato di Israele un’aberrazione teologica. Noam Chomsky, Norman Finkelstein e l’organizzazione Jewish Voice for Peace rappresentano una tradizione consolidata di critica dall’interno.
Quanto accade oggi in Medio Oriente — ciò che molti osservatori, incluse voci ebraiche, non esitano a chiamare genocidio — viene difeso invocando l’antisemitismo come scudo contro ogni critica. Eppure sono proprio autorevoli esponenti della cultura ebraica a prendere le distanze più nette.
Vladimir Putin, da anni, enuncia apertamente strategie simili a quelle descritte nei Protocolli come l’ideologia che guida il potere occidentale. Quest’ultimo rifiuta le accuse pur ammettendo, di fatto, le linee guida — qualificandole come “innovazione democratica”.
Chi critica queste dinamiche non è automaticamente antisemita, così come chi critica la politica estera americana non è automaticamente anti-occidentale. Confondere i piani serve a proteggere da ogni esame critico chi esercita il potere.

Pensare con la propria testa
Siamo partiti dall’idea che fonti “spurie” possano aprire porte. Torniamo a quell’idea.
I Protocolli di Toronto potrebbero essere un falso costruito a tavolino, una mistificazione di Serge Monast o delle sue fonti. Potrebbero anche essere — ipotesi che nessuno può escludere con certezza — la trascrizione di incontri realmente avvenuti.
Ciò che colpisce è la corrispondenza tra quanto descritto trent’anni fa e quanto osservabile oggi. Questa corrispondenza può essere spiegata in molti modi: coincidenza, capacità profetica, oppure — ed è l’ipotesi più inquietante — descrizione di un processo già in atto, riconoscibile da chi aveva occhi per vedere.
Per chi legge Steiner, il mondo contemporaneo manifesta l’operare di forze che l’esoterismo europeo aveva già individuato un secolo fa. Non come “profezia” nel senso volgare, ma come lettura di correnti spirituali che trovano espressione nella storia.
Il mondo sta a guardare. Alcuni attendono l’avvento di ciò che Steiner chiamava Arimane — non un demone biblico, ma una qualità dell’intelligenza che si incarna progressivamente nella civiltà tecnologica. Altri non attendono nulla e vivono immersi nel flusso.
L’invito non è a credere. L’invito è a osservare con occhi aperti — sia i fatti politici visibili, sia le correnti meno apparenti. A non accontentarsi né delle verità ufficiali né delle contro-narrazioni preconfezionate.
L’importante, alla fine, resta quello che era all’inizio: farsi un’idea con la propria testa.
Ennio Martignago
Il Franti, 2025
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