Terza Guerra Mondiale, sette occulte, petrolio e la commedia dell’orrore che il 90% del mondo guarda senza riuscire a cambiare canale
C’è una scena di Oltre il giardino — il capolavoro di Hal Ashby del 1979 con Peter Sellers — che in questo momento storico suona come una profezia involontaria e feroce. Chance il Giardiniere, uomo che ha vissuto tutta la vita in una dependence isolata dal mondo, nutrito solo di televisione e di piante, si ritrova improvvisamente per strada dopo una vita di protezione ovattata. Quando viene aggredito, la prima reazione istintiva è cercare il telecomando. Perché un programma che non piace si cambia. È ovvio. Lo ha sempre fatto.
Il problema è che il telecomando non c’è più.
Ecco. Siamo tutti Chance il Giardiniere. Solo che noi il telecomando ce lo teniamo in mano, e lo premiamo freneticamente, e lo schermo continua a trasmettere la stessa cosa.
La lezione del professor Jiang e l’elefante nella stanza
Il professor Jiang — economista e analista di geopolitica — ha tenuto una lezione che circola nei canali di chi ancora si azzarda a ragionare fuori dal recinto del consenso prestabilito. Vale la pena riassumerla, non perché sia vangelo (nessun analista ha le mani pulite, nemmeno quelli che si presentano come dissenzienti), ma perché la sua struttura logica, pur con tutti i suoi limiti e le sue parzialità, mette in fila alcune connessioni che i canali mainstream si guardano bene dall’infilare sullo stesso spiedino.
La tesi di partenza: gli USA e Israele hanno decapitato la Guida Suprema iraniana. Un atto di guerra convenzionale nella sua esecuzione, ma straordinariamente imprudente nella sua ignoranza culturale — o straordinariamente deliberato nella sua costruzione di pretesti. Perché per gli sciiti, il martirio non è una sconfitta. È il propellente. Non si spegne un incendio con un lanciafiamme.

Da qui, il professor Jiang disegna una mappa del Golfo che somiglia a un gioco da tavolo progettato da qualcuno con una passione per l’autodistruzione collettiva. Il GCC — Qatar, Bahrain, Emirati, Kuwait — è ricco, dipendente e strutturalmente vulnerabile. Dubai, ci dice Jiang, è «morta nel lungo periodo»: nessun ultra-ricco abiterà sotto la minaccia permanente di sciami di droni iraniani da cinquantamila dollari l’uno. E qui emerge la prima ironia amara: il missile difensivo americano costa un milione di dollari. Il drone iraniano cinquantamila. L’industria bellica americana ha progettato la propria obsolescenza con precisione contabile.
Lo Stretto di Hormuz è «the center of the world», ci ricorda Jiang, con quella solennità un po’ professorale che gli appartiene. Attraverso quello specchio d’acqua stretto e controllabile passa il venti per cento del petrolio mondiale. Chiuderlo significherebbe strangolare simultaneamente India, Cina, Giappone, Europa e — dettaglio non secondario — il sistema del petrodollaro che tiene in piedi l’impero americano da cinquant’anni.
Il paradosso perfetto: gli USA attaccano l’Iran rischiando di innescare il meccanismo che distruggerebbe la base economica del loro stesso potere. Come Sansone che abbraccia le colonne del tempio. Solo che Sansone era cieco. E anche questo, nel 2026, è un dettaglio che invita alla riflessione.
L’Italia nella partita che non ha scelto di giocare
Per l’Italia la storia è quella di sempre: un Paese che arriva ai tavoli quando le carte sono già state distribuite e deve giocare la mano degli altri. Avendo tagliato le forniture energetiche russe per solidarietà atlantica (o per incapacità negoziale, i giudizi variano), Roma dipende oggi criticamente dal Golfo. Se il Golfo brucia, il costo dell’energia italiana esplode. Se esplode, l’industria manifatturiera — già fiaccata da anni di politiche pro-finanza e anti-produzione — entra in crisi. Se entra in crisi, la spesa sociale diventa insostenibile. Se diventa insostenibile, la coesione sociale si incrina.
Tre scenari, tutti sgradevoli in misura crescente: dal rialzo temporaneo dei prezzi energetici al razionamento, dalla recessione controllata al caos. In tutti e tre, l’Italia «segue la linea USA-NATO» — formula eufemistica per dire che partecipa a qualcosa che non ha contribuito a progettare e di cui difficilmente beneficerà in modo autonomo.
Jiang non è particolarmente pessimista sull’Europa in sé — la colloca semplicemente come ingranaggio obbligato di un meccanismo più grande. È quasi più tragico di un giudizio negativo esplicito: non siamo cattivi, siamo strutturalmente irrilevanti.

La domanda che nessuno vuole fare: e se dietro ci fosse semplicemente il ricatto?
Qui entriamo in territorio scomodo, dove i fact-checker di professione si irrigidiscono e i complottisti si eccitano — entrambe reazioni che dovrebbero farci sospettare di stare toccando qualcosa di reale.
La storia di Jeffrey Epstein non è una cospirazione. È cronaca giudiziaria. Un uomo che gestiva un’isola privata frequentata da presidenti, premier, finanzieri e intellettuali. Un uomo trovato morto in circostanze che anche i più cauti definirebbero «statisticamente improbabili». Un uomo i cui archivi non sono stati completamente resi pubblici. Un uomo i cui clienti — pardon, ospiti — non sono stati in gran parte nemmeno sfiorati da inchieste.
Il professor Jiang non ne parla direttamente. Ma la domanda che il suo schema di potere evoca è semplice: quante delle decisioni strategiche che stiamo vedendo — attacchi di decapitazione militarmente rischiosi, alleanze incomprensibili, silenzi imbarazzanti di leader che sembrano agire contro gli interessi dei propri Paesi — quante di queste decisioni vengono prese da uomini liberi?
Non è una risposta. È una domanda metodica. Il dubbio non risolto è più onesto della certezza fabbricata.
Le sette di potere occulto — chiamatele come volete, massoneria, network finanziari, lobbies militari-industriali, quello che preferite — non hanno bisogno di esistere come organizzazioni formali con tessere e verbali di riunione per essere reali come campo di forza. Bastano interessi convergenti, ricatti incrociati, solidarietà di classe tra chi ha abbastanza da perdere. La grande macchina del potere non si riunisce in conventicole segrete con mantelli neri. Si incontra ai forum, alle cene di gala, ai consigli di amministrazione. E a volte, probabilmente, su isole private.
L’ipotesi che alcune delle mosse sulla scacchiera mediorientale rispondano non a logiche geopolitiche razionali ma a equilibri di potere personale, ricatti incrociati e dimostrazioni di forza tra fazioni oligarchiche — questa ipotesi non è più stravagante della spiegazione ufficiale. Forse lo è di meno.
Chance il Giardiniere e il mondo che guarda
Ma veniamo alla cosa più triste. Più del novanta per cento dell’umanità non fa questa guerra. Non l’ha voluta, non la capisce, non ne vedrà i profitti, ne pagherà i costi. La guarda su uno schermo. Come Chance il Giardiniere.

C’è qualcosa di pateticamente perfetto in questa metafora. Chance non è stupido. È semplicemente non equipaggiato. Ha vissuto in un mondo dove la realtà era quella che passava sul video, dove ogni cosa sgradevole si risolveva con il gesto sovrano del cambio di canale. Quando la violenza reale lo raggiunge per strada — non più mediata, non più a distanza di sicurezza — la sua prima reazione è cercare uno strumento che non esiste più.
Noi siamo più sofisticati di Chance. Abbiamo l’ironia. Abbiamo il sarcasmo. Abbiamo le analisi del professor Jiang su YouTube. Abbiamo i thread di Twitter con le mappe degli attacchi in tempo reale. Abbiamo la consapevolezza. E con tutta questa consapevolezza, cambiamo comunque canale. Scrolliamo. Aspettiamo il prossimo contenuto.
Le proteste di massa che attraversano il mondo — dai cortei per Gaza alle manifestazioni contro la militarizzazione — vengono registrate, catalogate, ignorate con un’efficienza industriale. Non è una novità: i potenti hanno sempre ignorato le masse. La novità è che le masse lo sanno in anticipo, e protestano lo stesso, per una sorta di obbligo morale verso se stesse più che per la speranza di cambiare qualcosa. La protesta come gesto terapeutico collettivo. Come rito. Come il telecomando di Chance: lo premiamo sapendo che non funzionerà, perché almeno è qualcosa da fare con le mani.
L’entropia e la domanda finale
Jiang chiude la sua analisi con due piani a lungo termine: gli USA che cercano di frammentare l’Iran lungo le sue linee etniche e idriche, l’Iran che cerca di costruire un jihad globale sciita come contro-impero. Due visioni egemoniche che si scontrano, entrambe convinte di avere la Storia dalla propria parte, entrambe disposte a fare pagare il conto a popolazioni che non hanno votato né l’una né l’altra.
Nel mezzo, il GCC che brucia. L’Europa che raziona. L’Italia che subisce. E Chance il Giardiniere che cerca il telecomando.

La domanda che questo scenario pone non è tattica o geopolitica. È più antica. L’umanità — come specie, come progetto collettivo, come idea — ha mai realmente funzionato? Oppure la «civiltà» è sempre stata una storia raccontata ai vincitori e taciuta ai vinti, una narrativa di progresso costruita su un pavimento di corpi?
La risposta onesta è che non lo sappiamo. E che chiunque vi dica di saperlo — nel senso della speranza come in quello della disperazione — sta vendendo qualcosa.
Quello che sappiamo è più modesto e più perturbante: le persone che premono i tasti che muovono i carri armati non vi chiederanno il permesso. Non gliene importa abbastanza. E la distanza rinunciataria con cui la maggior parte di noi risponde a questa constatazione — «cosa posso farci io?» — non è saggezza. È l’altra faccia dello stesso telecomando rotto.
Chance il Giardiniere alla fine del film viene considerato da tutti un uomo di straordinaria profondità. Le sue banalità sul giardinaggio vengono lette come metafore politiche. I potenti lo ascoltano con riverenza.
Forse è questo il vero messaggio: un mondo che confonde il silenzio con la saggezza, l’indifferenza con la pace, il non scegliere con la neutralità merita esattamente i leader che si ritrova.
E merita esattamente le guerre che non riesce a fermare.
Le analisi del professor Jiang sono disponibili su YouTube. Come tutte le analisi, inclusa questa, vanno lette con il dubbio metodico come bussola e il cervello acceso come strumento principale. Nessun fact-checker ha le mani pulite. Nessun dissidente è automaticamente nel giusto. Il pensiero critico non è una destinazione. È un mezzo di trasporto.
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