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Fahrenheit 451: c’è chi pensa che bruciare la carta salvaguardi i contenuti

Estratto

Ci siamo trovati davanti a una storia che aveva tutto per funzionare da sola: un nome in codice, una taglierina idraulica, milioni di libri, un’azienda che scrive nero su bianco di non voler far sapere cosa sta facendo. Project Panama esiste davvero, le carte sono agli atti di un tribunale federale californiano, e la frase sulla scansione distruttiva di tutti i libri del mondo non è un’invenzione di qualcuno. Fin qui la parte facile. La parte scomoda l’abbiamo trovata leggendo la sentenza invece dei titoli. Il giudice Alsup ha ritenuto lecita l’operazione proprio perché i libri venivano distrutti: senza la ghigliottina, Anthropic si sarebbe ritrovata due copie al prezzo di una e il conto non sarebbe tornato. La distruzione non è l’eccesso, è il requisito giuridico. E il miliardo e mezzo di risarcimento non riguarda i libri comprati e tagliati, ma i sette milioni scaricati dai siti pirata negli anni precedenti — quando comprarli sembrava troppo faticoso. Poi la storia è arrivata in Europa e abbiamo dovuto rallentare ancora. Gli ordini notturni negli antiquariati tedeschi esistono, i librai hanno nome e cognome, le testate che ne hanno scritto sono serie. Ma il legame con Anthropic non è provato, la società che compra nega, le cifre che circolano sono stime, e l’Italia non c’entra. Nel frattempo l’editoria che si indigna manda al macero milioni di volumi l’anno senza che nessuno scriva un thread. Non abbiamo trovato un rogo. Abbiamo trovato un mercato in cui la conoscenza stampata del Novecento è stata comprata a poco da chi aveva i soldi, mentre chi avrebbe potuto digitalizzarla senza distruggerla non li aveva.

Project Panama, la sentenza che ha reso legale tagliare i libri, e il panico che è arrivato in Europa con qualche anello mancante

Anthropic ha comprato milioni di volumi usati, ne ha reciso il dorso, li ha scansionati e ne ha mandato la carta al riciclo. Un giudice federale ha stabilito che era lecito proprio perché li distruggeva. Poi la storia è diventata virale, e da lì in avanti regge molto meno.


C’è una frase, in un documento interno di Anthropic finito agli atti di un tribunale federale californiano, che vale più di tutta l’indignazione che le è cresciuta intorno. Non è quella sulla distruzione dei libri, che pure c’è ed è scritta senza giri di parole. È quella immediatamente successiva, dove si spiega ai dipendenti perché il progetto abbia un nome in codice: perché non si vuole che si sappia. Il documento è visibile a tutta l’azienda, ma è meglio non parlarne nelle aree comuni, e con nessuno all’esterno.

Il nome in codice è Project Panama. L’obiettivo dichiarato, testualmente, è la scansione distruttiva di tutti i libri del mondo — destructively scan all the books in the world. In un altro documento della stessa serie i libri unici esistenti sul pianeta vengono stimati in centotrenta milioni, di cui quaranta considerati acquisibili. Il progetto parte all’inizio del 2024. Le carte, oltre quattromila pagine, escono il 27 gennaio 2026, quando il Washington Post le pubblica dopo la desecretazione disposta nella causa Bartz contro Anthropic, davanti alla corte distrettuale della California del Nord.

La meccanica è quella che tutti hanno immaginato leggendo i titoli, ed è esattamente così poco romanzesca. Si comprano libri usati all’ingrosso — negli atti compaiono Better World Books e la britannica World of Books — per decine di milioni di dollari, cinque milioni di volumi nel solo primo anno. Una taglierina idraulica asporta il dorso. Le pagine sciolte passano sotto scanner di produzione ad altissima velocità. L’OCR converte tutto in testo. La carta va a una società di riciclo. Non resta un archivio fisico: resta un dataset. A dirigere l’operazione Anthropic assume nel febbraio 2024 Tom Turvey, che a Google Books si occupava di partnership, con il mandato di procurare tutti i libri del mondo evitando quella che negli atti viene definita la solita palude legale e commerciale.

Il rovescio della sentenza

Qui la storia fa il primo scarto, ed è quello che quasi nessuno racconta perché rovina il finale morale. Il 23 giugno 2025 il giudice William Alsup emette un’ordinanza spaccata in tre. Addestrare un modello linguistico su libri regolarmente acquistati è fair use, e non timidamente: l’uso viene definito eccezionalmente trasformativo, con un passaggio in cui Alsup paragona il modello a un lettore che aspira a scrivere, che studia le opere non per replicarle ma per svoltare l’angolo e produrre qualcosa di diverso. Fin qui la parte prevedibile.

La seconda parte è quella che dovrebbe far riflettere chi ha condiviso il meme del rogo. La conversione dal cartaceo al digitale con distruzione della copia originale è lecita proprio perché la copia originale viene distrutta. Alsup lo scrive in termini quasi contabili: Anthropic ha sostituito i volumi che aveva comprato con copie digitali più comode e ricercabili, senza aggiungere copie, senza creare opere nuove, senza redistribuire nulla. Il precedente evocato è quello del microfilm. Se l’azienda avesse scansionato i libri e li avesse poi rivenduti, o anche solo tenuti sullo scaffale, il conto non sarebbe tornato: avrebbe avuto due esemplari al prezzo di uno. La ghigliottina è ciò che tiene in piedi l’architettura giuridica. Non è un incidente dell’efficienza: è il requisito.

La terza parte è quella che è costata cara. Prima di comprare, Anthropic aveva scaricato. Books3 nel gennaio-febbraio 2021, quasi duecentomila titoli. LibGen nel giugno dello stesso anno, almeno cinque milioni di copie in undici giorni. Pirate Library Mirror nel luglio 2022, altri due milioni. Oltre sette milioni di libri piratati per costruire quella che negli atti viene chiamata la biblioteca centrale, e su quella Alsup non concede nulla: non c’era alcun titolo per usarli. Il processo era fissato per il primo dicembre 2025. Non si è tenuto.

Un miliardo e mezzo, e nessun precedente

L’accordo transattivo viene annunciato nell’agosto 2025 e depositato il 5 settembre con la cifra: un miliardo e mezzo di dollari, circa tremila dollari per opera. La classe non copre un generico mezzo milione di libri ma 482.460 titoli deduplicati e ritenuti idonei, selezionati dai sette milioni scaricati. L’approvazione preliminare arriva il 25 settembre da un Alsup che dichiara apertamente di temere che gli autori vengano fregati. L’approvazione definitiva porta la data del 20 luglio 2026 e la firma della giudice Araceli Martínez-Olguín: Alsup nel frattempo è andato in pensione. Nell’ordinanza si nota che tremila dollari a opera sono quattro volte il minimo dei danni statutari previsti per la violazione dolosa. Le adesioni superano il novanta per cento.

Che sia il più grande risarcimento nella storia del copyright americano è vero con un asterisco che va tenuto: la formula usata dai legali della classe è “il più grande pubblicamente riportato”. E soprattutto, essendo una transazione, non fa precedente. Nessuna corte d’appello si pronuncerà. Al 28 luglio 2026 i soldi non sono ancora arrivati a nessuno: la distribuzione secondo il piano di allocazione deve ancora partire. Nel frattempo Anthropic — valutata dagli investitori centottantatré miliardi di dollari — è tenuta a distruggere i file piratati. Anche qui la distruzione è la soluzione, non il problema.

Poi la storia arriva in Europa, e si assottiglia

Da fine aprile 2026 gli antiquari tedeschi cominciano a segnalare qualcosa di strano. Ordini notturni, tra mezzanotte e le sei, mai di domenica, evidentemente automatizzati. Un solo esemplare per titolo. Quasi sempre saggistica e manualistica dal 1970 in poi, con ISBN, spesso fondi di magazzino che nessuno guardava da vent’anni. Chi ordina è Zoom Books, azienda canadese che si presenta come la principale società nordamericana di riciclo librario e opera attraverso AbeBooks e ZVAB. Ne parlano la radiotelevisione svizzera SRF il 22 giugno, poi la taz, la Badische Zeitung, la SWR, il Börsenblatt. I librai hanno nome e cognome: Klaus Tröger a Lörrach, che riassume la faccenda dicendo che nessuno capisce cosa stia succedendo, Thomas Maria Nonnenmacher a Friburgo, Roger Sonnewald a Tubinga, Michael Ströter a Bielefeld. Il fenomeno esiste, è documentato da testate serie, e non è aneddotica da social.

Da qui in poi, però, bisogna procedere con più prudenza di quanta ne abbia usata la maggior parte di chi l’ha rilanciato. Le cifre che circolano — settecentomila volumi partiti dalla Germania verso un deposito al confine ceco, tre milioni nel mondo — sono stime dei librai, non dati verificati da nessuno. Zoom Books nega esplicitamente di digitalizzare o distruggere libri per addestrare modelli, per quel fine o per qualunque altro, e si rifiuta di rivelare i propri clienti adducendo ragioni legali e commerciali. Resta un indizio, e non è poco: un post del blog aziendale del marzo 2026, poi cancellato e recuperato dagli archivi, era una guida all’acquisto in blocco di libri usati per l’addestramento dell’intelligenza artificiale. Un indizio non è una prova, e soprattutto non è una prova che dietro ci sia Anthropic piuttosto che chiunque altro nel settore. E l’Italia, va detto per onestà verso i lettori italiani che hanno letto altrove il contrario, non risulta tra i paesi coinvolti: le segnalazioni riguardano la Germania in modo massiccio, poi Bulgaria, Regno Unito, Nuova Zelanda.

La parte in cui l’indignazione va pesata

Il 27 luglio 2026 un thread su X totalizza cinque milioni e mezzo di visualizzazioni raccontando che le aziende di intelligenza artificiale stanno comprando in blocco e triturando libri rari. Michael Burry commenta che è il male incarnato. Elon Musk risponde di aver chiesto al team di SpaceX AI di preservare gli eventuali libri rari e di scansionarli nel modo faticoso invece di tagliare il dorso — dichiarazione d’intenti su un social, di cui non esiste alcun riscontro operativo, e che implicitamente ammette che da qualche parte anche lì si scansionano libri fisici.

Il punto è che negli atti Anthropic i libri rari non ci sono. Ci sono acquisti in blocco di usato comune da grossisti. L’idea dei rari nasce altrove, da un libraio anonimo citato da 404 Media e dal servizio ISBNdb, che intermedia ordini fino a un milione di volumi tenendo segreto il compratore e che sul proprio sito ammette con encomiabile franchezza commerciale di avere un problema di percezione, perché “un’azienda di IA distrugge due milioni di libri” non è un titolo che generi simpatia. Su questo hanno perfettamente ragione. Ma un’edizione economica di un manuale di statistica del 1987 non è un bene culturale irripetibile, e chiamare rogo la sua digitalizzazione richiede una certa elasticità.

Soprattutto: l’industria che oggi si indigna manda al macero libri da sempre, in quantità che nessun laboratorio di intelligenza artificiale ha mai avvicinato. Nei Paesi Bassi finiscono al macero circa due milioni di volumi l’anno con un tasso di reso del cinque-sei per cento. Negli Stati Uniti si è stimato che fino al quaranta per cento dei libri prodotti torni invenduto, e che di quei resi tra i due terzi e la quasi totalità venga distrutta. Amazon fa a pezzi milioni di articoli invenduti ogni anno in un singolo magazzino britannico. Nessuno ha mai scritto un thread virale su questo, perché il macero editoriale non ha un algoritmo a cui dare la colpa.

Quanto a Fahrenheit 451, il richiamo è quasi obbligatorio e c’è anche una beffa documentata — il romanzo figura tra i libri acquisiti da Anthropic. Ma i roghi del 1933 e il romanzo di Bradbury riguardano la soppressione di idee: si brucia il contenuto per controllare il pensiero. Qui il contenuto viene conservato, anzi estratto con ossessione; a sparire è il supporto di una copia comune. È una cosa diversa e in certi sensi più inquietante, perché non è censura: è concentrazione. Bradbury, del resto, negli ultimi anni diceva che il suo libro parlava più dell’anestesia dei media di massa che della censura di Stato.

Il capovolgimento che riguarda anche chi legge

C’è un rovescio più interessante di quello morale, ed è politico-industriale. Il 27 luglio 2026 Nvidia, Microsoft, Meta, Hugging Face e Mistral firmano una lettera contro le restrizioni premature ai modelli a pesi aperti. Anthropic non firma, ed è l’unica grande a non farlo — il che è cosa ben diversa dall’essere l’unica a non sostenere gli open-weight, come si legge in giro: OpenAI è stata closed per anni prima di rilasciare gpt-oss nell’agosto 2025, e chi pubblica pesi aperti oggi lo fa perché conviene alla propria posizione di mercato, non per amore dei commons. Lo stesso giorno Dario Amodei precisa di non aver mai chiesto una messa al bando e di considerare un bene pubblico i modelli privi di capacità pericolose. Sono tutte posizioni difendibili e tutte, senza eccezione, allineate agli interessi di chi le esprime.

Sul fronte giuridico l’Europa non ha scelto la stessa strada. L’11 novembre 2025 il tribunale di Monaco ha condannato OpenAI nella causa promossa da GEMA, stabilendo che le eccezioni per il text and data mining non coprono l’addestramento — prima pronuncia europea di questo tenore, ora in appello. In Italia la direttiva del 2019 è recepita negli articoli 70-ter e 70-quater della legge sul diritto d’autore, e la legge 132 del 2025, prima legge nazionale organica sull’IA in un paese dell’Unione, ha introdotto la cosiddetta riserva di umanità e un nuovo articolo 70-septies con sanzione penale per l’estrazione illecita. Sulla carta è più severa dell’ordinamento americano. Nella pratica, come osservano diversi commentatori, l’autore che sospetti l’uso della propria opera si trova nell’impossibilità materiale di dimostrarlo. Gli editori italiani lo sanno: secondo la ricerca dell’Associazione Italiana Editori presentata a dicembre, il 27,7 per cento è stato contattato per licenze, il 3,7 per cento ha firmato, il 58,8 per cento teme violazioni. Il presidente Cipolletta parla di un buco nero sulle fonti di addestramento. Ha ragione, e la ragione non gli serve a niente finché il buco nero non diventa dimostrabile in un’aula.

Resta un ultimo cortocircuito, e sarebbe disonesto non dichiararlo. Questo testo è stato scritto con l’assistenza di un sistema addestrato su quel materiale, cioè su quelle pagine sciolte passate sotto lo scanner. Chi scrive non ha accesso ad alcun documento interno di Anthropic oltre a ciò che il tribunale ha reso pubblico, e non ha modo di sapere quali di quei libri siano finiti nei propri pesi. Che la macchina sia in grado di redigere un pezzo critico sulla propria genealogia non è un’assoluzione: è semplicemente ciò che la macchina fa, con la stessa indifferenza con cui la taglierina fa il suo mestiere.

Il punto su cui vale la pena fermarsi non è quindi se i libri siano stati bruciati — non lo sono stati, sono stati riciclati, ed è persino peggio come immagine. È che per la prima volta la conoscenza stampata del Novecento è stata valutata, comprata e convertita da soggetti privati a un prezzo che l’ha resa conveniente, con il consenso di un tribunale, mentre le biblioteche pubbliche che avrebbero potuto fare la stessa digitalizzazione senza distruggere nulla non avevano i fondi per farlo. Anthropic aveva valutato di rivolgersi a una biblioteca cronicamente sottofinanziata. Non risulta che se ne sia fatto nulla. La domanda che rimane aperta non è se qualcosa sia andato perduto. È chi avrebbe dovuto avere i soldi per comprarlo per primo, e perché non li aveva.



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Ennio Martignago