sintesi
Il primo luglio, in diretta su un canale finanziario, l’amministratore delegato di Palantir ha fatto una cosa che i dirigenti quotati evitano: si è arrabbiato. Ha detto che il modo in cui compriamo intelligenza artificiale è “completamente sbagliato”, ha dato della follia al listino dei rivali e, quando gli hanno fatto notare che sembrava furioso, ha risposto che non era rabbia sua ma “la voce del business americano”. Il giorno prima, un manifesto in nove punti: chi controlla i pesi controlla il proprio destino. Prima di chiedersi se ha ragione, conviene capire cosa vende — ed è più facile capirlo che dargli torto. Oggi un’azienda può affittare l’IA a consumo dai laboratori di frontiera, pagando a gettone come la corrente, oppure comprarsi l’impianto da chi, come Palantir e NVIDIA, promette di lasciarti in casa i tuoi dati e la tua ricetta segreta. L’accusa è che affittando regali la ricetta a un futuro concorrente. Vera in parte, interessata del tutto: Palantir fattura esattamente con il metodo opposto a quello che condanna, il suo titolo perde un terzo del valore e i rivali si avviano a quotazioni desideratissime. Sotto la nobile parola “sovranità” si combattono una guerra per i soldi degli investitori e una per i contratti militari, mentre un memorandum americano rivela che l’interruttore che ti promettono lo Stato lo vuole per sé. E dietro le telecamere c’è la stanza chiusa di Dialog, la rete di Thiel, dove gli stessi cognomi discutono off the record di tecnologie da campo di battaglia. L’Europa, intanto, gioca la stessa mossa cambiando bandiera. La domanda utile non è chi dica la verità, ma chi ci guadagna se tu ci credi.
In una, un amministratore delegato urla in diretta televisiva che l’industria dell’intelligenza artificiale è una truffa. Nell’altra, a porte chiuse, gli stessi cognomi discutono di “tecnologie da campo di battaglia”. Guida semplice a chi sta vendendo cosa, e a chi, nella guerra delle IA.
Il primo luglio, su un canale finanziario americano, l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, ha fatto una cosa che i dirigenti quotati in borsa di solito evitano: si è arrabbiato in diretta. Ha detto che nel modo in cui le grandi aziende comprano intelligenza artificiale “qualcosa è andato completamente storto”, ha definito il modello di prezzo dei suoi rivali una follia, e quando la conduttrice gli ha fatto notare che sembrava piuttosto infuriato ha risposto che quella non era rabbia sua, era “la voce del business americano” che passava attraverso di lui. Il giorno prima la sua azienda aveva pubblicato online un manifesto in nove punti sulla “sovranità dell’IA”, con uno slogan che vale la pena tradurre alla lettera: chi controlla i pesi controlla il proprio destino.
Prima di capire se ha ragione, conviene capire cosa sta vendendo. Perché lo sta vendendo, e la seconda cosa è più facile da vedere della prima.
Facciamo l’esercizio più noioso e più utile di tutti: spiegare le parole. Oggi un’azienda che vuole usare l’IA ha essenzialmente due strade. La prima è affittarla a consumo: manda le proprie richieste ai modelli dei laboratori di frontiera — OpenAI, Anthropic — e paga a “gettoni”, cioè a quantità di testo elaborato, come si paga la corrente al contatore. La seconda è comprarsi l’impianto: installare i modelli dentro le proprie mura, sui propri computer, con un software che li collega ai propri dati. Palantir, insieme al produttore di schede grafiche NVIDIA, vende esattamente questa seconda strada. Nel gergo si dice che così l’azienda mantiene il controllo dei “pesi”, cioè dei numeri interni che compongono il modello, e della propria “alpha”, che è semplicemente il vantaggio competitivo — la ricetta segreta che ti rende diverso dai concorrenti.
L’accusa di Karp, ripulita dal fervore, è questa: se mandi i tuoi dati più preziosi dentro il modello di qualcun altro, stai regalando la tua ricetta segreta a un fornitore che un domani potrebbe cucinare il tuo stesso piatto e vendertelo contro. In parole sue, quei laboratori “rubano i pesi e l’alpha della mia azienda”. È un’immagine efficace, ed è qui che serve la prima dose di diffidenza. Non perché sia falsa, ma perché è interessata in modo quasi didascalico. Palantir vende precisamente la cura che prescrive: la sua piattaforma si chiama Ontology, è lo strato di software che promette di tenere il modello lontano dai tuoi dati, e viene fatturata non a gettone ma prendendo una fetta del valore che produce. Un venditore che ti spiega perché il metodo di pagamento del concorrente è immorale, e che per caso incassa con il metodo opposto, va ascoltato con la stessa attenzione con cui si ascolta un oste che ti sconsiglia il ristorante di fronte.

Detto questo — e la diffidenza seria funziona solo se taglia da tutte le parti — un pezzo della paura che Karp cavalca è documentato, non inventato. È vero che i laboratori di frontiera hanno cominciato a entrare nei mestieri dei loro stessi clienti: chi costruiva prodotti sopra questi modelli si ritrova oggi il fornitore del modello come concorrente diretto. Su un punto più grave, però, i fatti non gli danno ragione: non esiste alcuna prova pubblica che Anthropic o OpenAI si addestrino sui dati dei clienti violando i propri contratti, e OpenAI ha dichiarato apertamente di non farlo. La paura strutturale è legittima; il furto conclamato, allo stato, è retorica. Tenere insieme le due cose — un rischio reale e un’accusa non provata — è esattamente il lavoro che il manifesto in nove punti conta sul fatto che tu non faccia.
Sotto la discussione nobile sulla sovranità, intanto, se ne combatte una molto meno nobile sui soldi. Il titolo Palantir ha perso circa un terzo del suo valore da inizio anno; l’investitore Michael Burry, quello reso celebre dalla crisi del 2008, ha detto senza giri di parole che Anthropic sta “mangiando il pranzo” a Palantir; e diversi osservatori notano una spiegazione più prosaica dell’improvvisa collera di Karp. I laboratori di frontiera si avviano verso quotazioni in borsa che promettono di essere fra le più desiderate del decennio, e per trovare i soldi da investire lì gli operatori finanziari potrebbero vendere altri titoli tecnologici — per esempio, guarda caso, Palantir. La crociata etica contro l’affitto dei gettoni, letta con l’occhio del cassiere, somiglia parecchio alla difesa di un prezzo di borsa. Che poi anche un dirigente di tutt’altra scuderia come Satya Nadella di Microsoft abbia iniziato a dire cose simili sui laboratori non chiude la questione: dimostra solo che l’accusa fa comodo a molti, il che è un motivo in più per non prenderla come oro colato.
Poi entra in scena il terzo giocatore, quello che trasforma una scaramuccia commerciale in qualcosa di più serio: lo Stato. Il bilancio militare americano per il prossimo anno destina cifre enormi all’intelligenza artificiale, decine di miliardi per un “arsenale” di IA sovrana, e in diversi di quei programmi Palantir è dentro fino al collo. Nello stesso periodo la Casa Bianca ha firmato un memorandum sulla sicurezza nazionale che ordina alle agenzie di rescindere i contratti con le aziende di IA che pretendono di limitare l’uso governativo dei loro modelli — una clausola che molti leggono come un colpo diretto ad Anthropic — e che impone un principio affilato: nessun fornitore deve poter spegnere o modificare un sistema di IA in uso senza il permesso del governo. Rileggetela con calma, perché ribalta tutto lo spot. La “sovranità dei pesi” venduta al cliente come sua emancipazione, nel documento che la ispira, è la sovranità dello Stato sopra il fornitore. Il diritto di tenere l’interruttore in mano non è promesso a te: è rivendicato da chi ti sta sopra. Sovranità è una parola magnifica proprio perché ognuno la riempie con la propria fattura.
E qui si apre la seconda stanza, quella senza telecamere. Perché i cognomi che governano Palantir non vivono soltanto negli studi televisivi. L’azienda è stata fondata da Peter Thiel, e Thiel è il nome al centro di una rete privatissima, chiamata Dialog, di cui a giugno è finita pubblica la lista degli iscritti a un incontro riservato: oltre duecento persone, tra cui il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, il comandante supremo della NATO in Europa, il senatore che presiede la commissione competente sulla privacy dei dati, e uno dei cofondatori di Palantir. Iscritti con indirizzi email personali, fuori da ogni registro pubblico. I titoli dei loro dibattiti a porte chiuse, per quel che se ne sa, suonavano così: come costruire un partito, come affrontare una terza guerra mondiale, tecnologie da campo di battaglia. Tutto rigorosamente off the record.
Non serve immaginare un burattinaio per notare la tensione tra le due stanze. In quella illuminata si vende al pubblico la sovranità come protezione dei tuoi dati aziendali; in quella buia, gli stessi ambienti discutono di chi controllerà lo strato tecnologico su cui si combattono le guerre e si tiene in piedi il potere statale. Che i due discorsi siano lo stesso discorso è documentato dalla sovrapposizione dei nomi; che siano una regia coordinata, invece, resta da dimostrare, e chi lo dà per scontato commette lo stesso peccato di chi beve il manifesto in nove punti — sostituisce alla fatica della prova la comodità della trama. Il punto verificabile, e sufficiente, è più sobrio e più inquietante di qualsiasi complotto: gli uomini che ti spiegano in televisione perché devi possedere la tua intelligenza artificiale sono gli stessi che, altrove, decidono a porte chiuse chi possiederà la tua sicurezza.

Manca un ultimo attore, ed è quello che dovrebbe interessarci di più: noi. Perché l’Europa, in questa guerra, ha imparato in fretta a giocare la stessa mossa cambiando bandiera. Nelle stesse settimane in cui Karp urlava, la Francia toglieva a Palantir i contratti dell’intelligence interna per darli all’azienda francese ChapsVision, metteva un assistente basato sulla start-up Mistral in mano ai propri funzionari e stanziava seicentocinquantacinque milioni di euro per l’IA sovrana; la Germania aveva già fatto la stessa scelta. E l’innesco non è stato un ideale, ma uno spavento concreto: un ordine americano che a giugno ha staccato agli utenti stranieri l’accesso ai modelli più avanzati, dimostrando dal vivo che dipendere dal software di un altro Paese significa dipendere dalle sue decisioni. Il premier francese l’ha detto meglio di qualsiasi analista: non possiamo affidarci alla buona volontà di partner capaci di chiudere il rubinetto. Sacrosanto. Con un dettaglio da non dimenticare: ChapsVision e Mistral vendono ai francesi la protezione dall’America esattamente come Palantir vende agli americani la protezione dai laboratori. È il medesimo gesto, con il tricolore al posto della bandiera a stelle e strisce, e con lo stesso interruttore che qualcuno spera resti in mano propria.
Alla fine la guerra delle IA si lascia riassumere in una frase semplice, che è anche l’unica difesa disponibile per chi la guarda da fuori. Ognuno di questi attori ti offre protezione da un altro attore, e nel farlo tiene per sé la chiave. Il laboratorio ti protegge dalla complessità e intanto assorbe i tuoi dati; Palantir ti protegge dal laboratorio e intanto ti lega alla sua piattaforma; lo Stato ti protegge dal fornitore e intanto pretende l’interruttore; l’Europa ti protegge dallo Stato altrui e intanto costruisce il proprio. La domanda utile, quella che nessuno dei quattro ti suggerirà mai, non è chi stia dicendo la verità. È chi ci guadagna se tu ci credi. Provate a tenerla in tasca la prossima volta che qualcuno vi spiega, con voce accorata, che stavolta la sovranità è davvero vostra.
Un’ultima ammissione, che il manifesto in nove punti non farebbe mai. Anche queste righe sono state scritte con l’aiuto di uno di quei laboratori di frontiera additati come il pericolo — lo stesso il cui accesso, per gli stranieri, è stato tolto e restituito nel giro di poche settimane. Non è un’assoluzione, è il perimetro dentro cui ci si muove tutti oggi. Fingere di starne fuori sarebbe l’unica vera disonestà.
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