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estratto
Per tre anni il vangelo è stato uno solo: più grande è meglio, il modello di frontiera è il sacerdote universale, la fame di calcolo è sacra. Poi, nel giro di pochi giorni di questo giugno, lo stesso coro ha cambiato inno all’unisono. Belsky annuncia “l’era dell’IA efficiente”; Armstrong promette l’ottanta per cento dei carichi su modelli più economici del novantanove per cento; una ricerca di Stanford certifica che i modelli locali coprono ormai il 71,3 per cento delle richieste; Apple punta tutto sull’on-device; Nadella avverte che un’IA di pochi modelli “non è sostenibile”. Quando tutti hanno ragione nello stesso momento, però, il dubbio metodico consiglia di contare le posate prima di sedersi a tavola. Perché la cronologia racconta un’altra storia: il vangelo della sobrietà arriva nella stessa stagione del conto — OpenAI prevede quattordici miliardi di perdite nel 2026, Copilot passa alla fatturazione a consumo con bollette che decuplicano, e qualcuno nomina finalmente il copione: è il modello Uber, sovvenziona oggi, rincara domani. L’abbonamento a venti dollari non era un prezzo, era un volantino promozionale. E mentre si predica “piccolo, locale, privato”, i modelli più potenti vengono nazionalizzati: il governo statunitense mette Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic sotto controllo all’esportazione — prima volta non sui chip, ma sui modelli stessi. Non sta accadendo che l’IA diventi più economica o più libera: si biforca. Un piano terra commoditizzato e regalato perché ormai vale poco; un attico sempre più caro e recintato da ragioni di sicurezza nazionale. La parola “efficienza” tiene insieme la facciata e fa un lavoro ideologico straordinario. Resta al lettore la domanda vecchia come il commercio: a chi giova — e chi pagherà il vino, quando l’antipasto sarà finito. In tutto questo l’offerta orientale si diverte al balcone con i suoi
Silicon Valley scopre il modello piccolo, locale, “efficiente” — esattamente nella settimana in cui i grandi smettono di essere gratis e i più potenti diventano segreto di Stato. Cronaca di una conversione alla sobrietà che somiglia parecchio a un aumento di prezzo travestito da illuminazione.
C’è un momento, in ogni rivoluzione tecnologica, in cui i predicatori cambiano vangelo nello stesso istante, e lo fanno con la faccia di chi ha appena avuto una rivelazione strettamente personale. Per tre anni la liturgia è stata una sola: più grande è meglio, il modello di frontiera è il sacerdote universale, la fame di calcolo è infinita e benedetta. Poi, nel giro di pochi giorni di questo giugno, lo stesso coro ha intonato l’inno opposto. Scott Belsky, dalla sua newsletter per fondatori e investitori, annuncia “l’era dell’IA efficiente”. Brian Armstrong, da Coinbase, promette che l’ottanta per cento dei carichi di lavoro girerà su modelli più economici del novantanove per cento entro dodici-diciotto mesi. Clem Delangue di HuggingFace rilancia una ricerca di Stanford: i modelli locali oggi risponderebbero correttamente al 71,3 per cento delle richieste reali, contro il 23,2 del 2023. Apple, al suo WWDC, mette tutto sull’elaborazione on-device. Satya Nadella scrive un saggio fluviale per avvertire che un’IA dominata da pochi modelli “non è sostenibile”. E un paio di newsletter minori, riprese con diligenza dagli aggregatori, traducono il tutto in titolo da copertina: la maggior parte dei compiti non ha bisogno di un modello di frontiera.
Quando tutti hanno ragione nello stesso momento, il dubbio metodico consiglia di contare le posate prima di sedersi a tavola.

Cominciamo col dare a Cesare. La ricerca esiste davvero, si chiama Intelligence per Watt, l’hanno firmata Stanford e Together AI, e non è fuffa: misura l’accuratezza dei modelli rispetto all’energia consumata, e calcola che instradare le richieste verso il modello giusto invece che verso il PhD in cloud taglierebbe energia e costi del sessanta per cento abbondante. La metafora di Belsky è onesta e perfino elegante: non mandi un cardiochirurgo a misurare la pressione, non perché fallirebbe, ma perché è più lento, più raro, più caro, e l’infermiere fa lo stesso lavoro in modo indistinguibile. È vero. Per gran parte di ciò che chiediamo a una macchina — riassumi, traduci, riordina, rispondi — il dottorando in cloud è uno spreco. Chi liquida tutto questo come marketing non ha letto il paper; chi lo prende per oro colato non ha letto le note a piè di pagina.
Perché le note a piè di pagina, qui, sono dove abita il diavolo. Primo: il paper è cofirmato da un’azienda — Together AI — che vende esattamente inferenza distribuita; non è una frode, è un conflitto d’interesse grande come una cattedrale, e ogni epistemologia segue il proprio libro mastro. Secondo: il fatidico 71,3 per cento misura le richieste in cui il miglior modello locale eguaglia la frontiera, mentre l’altro numero dello stesso studio — l’88,7 — misura tutt’altro, cioè l’accuratezza su singole domande; gli aggregatori li hanno impastati in un’unica cifra rotonda. Terzo, e accuratamente taciuto: quella percentuale crolla a seconda del dominio, supera il novanta nelle attività creative e scivola verso il sessantotto in quelle tecniche e ingegneristiche. Un dato è diventato uno slogan, e lo slogan ha perso per strada proprio le crepe che lo rendevano interessante.
Ma è la cronologia a raccontare la storia vera, e la cronologia non si lascia intervistare. Il vangelo della sobrietà arriva nella stessa identica stagione in cui arriva il conto. OpenAI, secondo i documenti interni visionati da The Information, prevede di perdere quattordici miliardi di dollari nel 2026 e di non vedere un profitto prima del 2029 — ammesso che lo veda davvero. GitHub Copilot, dal primo giugno, è passato alla fatturazione a consumo: e c’è chi si è visto stimare la bolletta da ventotto a settecento dollari. Una newsletter, TheAIGRID, ha avuto il fegato di nominare il copione: è il modello Uber, sovvenziona l’utente oggi col capitale di rischio, presenta il rincaro domani. Chi ha passato i quaranta lo ha già visto al cinema — le corse in taxi a prezzo stracciato, lo streaming all-you-can-eat, il cloud quasi regalato — e sa come finisce il secondo tempo. L’abbonamento a venti dollari non era un prezzo: era un volantino promozionale. E “non ti serve un PhD per ogni compito” suona molto più nobile di “non possiamo più permetterci di regalartelo”.
Il colpo migliore, però, lo assesta lo stesso Belsky, in una postilla che i titolisti hanno saltato a piè pari. Se i modelli locali sbrigano il settantuno per cento del lavoro a un centesimo del costo — scrive — quel settantuno per cento viene spinto verso il valore marginale zero: si commoditizza. E il surplus economico, cioè il margine, il potere, il pedaggio, si concentra nel venti-ventinove per cento scarso che resta sulla frontiera. Tradotto dal mercatese: la tanto celebrata “democratizzazione” riguarda lo strato che non vale più niente, mentre il valore migra verso l’alto, più concentrato di prima. Il regalo e il fossato sono lo stesso gesto, osservato dai due capi opposti. Ti mettono in mano gratis ciò che non rende, e blindano ciò che rende. È la generosità del buffet: l’antipasto è illimitato, il conto lo fa il vino.
Satya Nadella ha visto la stessa cosa e le ha dato un nome da economista: “capitale in token”. Nel suo saggio — intitolato, non senza involontaria ironia, Una frontiera senza ecosistema è instabile — avverte che un mondo dove pochi modelli assorbono tutto il valore finirebbe per “svuotare” interi settori, come la prima globalizzazione svuotò le fabbriche. Profezia accurata. Peccato che a pronunciarla sia l’uomo a capo dell’azienda più intrecciata con quella stessa concentrazione: socia di OpenAI, proprietaria di Copilot, costruttrice delle “fabbriche di token” che lei stessa definisce il vero collo di bottiglia. Quando il piromane tiene un corso di prevenzione incendi conviene ascoltarlo — nessuno conosce meglio il fuoco — ma è prudente controllargli le tasche per i fiammiferi. È anche il motivo per cui Elon Musk, sotto quel saggio, ha commentato con un laconico “interessante”: un anno fa aveva pronosticato che OpenAI si sarebbe mangiata Microsoft, e il testo di Nadella somiglia parecchio a una mossa difensiva travestita da visione.
E qui arriva il paradosso che chiude il cerchio e dovrebbe togliere il sonno. Mentre il coro intona “piccolo, locale, privato, sul tuo dispositivo”, i modelli più potenti vengono nazionalizzati. Il 12 giugno il Dipartimento del Commercio statunitense ha ordinato ad Anthropic di sospendere l’accesso ai suoi modelli di punta — Fable 5 e Mythos 5 — a ogni cittadino straniero, dentro e fuori dagli Stati Uniti, dipendenti dell’azienda compresi. È la prima volta che Washington mette sotto controllo all’esportazione non i chip, ma i modelli stessi: la frontiera diventa, alla lettera, segreto di Stato. Anthropic protesta, parla di equivoco, dissente sul merito — e intanto stacca la spina. Così, nella stessa settimana, l’industria annuncia due cose opposte e perfettamente complementari: la democratizzazione dello strato economico e la classificazione di quello potente. Al popolo l’infermiere; il cardiochirurgo è arruolato.
Mettendo in fila i fatti — e non infilandoli in una griglia già pronta — non sta accadendo che l’intelligenza artificiale diventi più economica o più libera. Sta accadendo che si biforca. Da un lato un piano terra commoditizzato, efficiente, energeticamente perfino virtuoso, regalato proprio perché ormai vale poco; dall’altro un attico sempre più caro, sempre più scarso, e adesso pure recintato da ragioni di sicurezza nazionale. La parola che tiene insieme la facciata — “efficienza” — sta svolgendo un lavoro ideologico straordinario: trasforma un aumento di prezzo, una concentrazione di valore e una militarizzazione in un’unica, rassicurante storia di sobrietà e illuminazione. La parabola dell’infermiere frugale è vera. Semplicemente, non è tutto l’ospedale.

Resta al lettore — che a Il Franti continuiamo cocciutamente a trattare da adulto — il compito più scomodo: non guardare il titolo (i modelli locali fanno il settantuno per cento!) ma il vettore. Dove va il surplus. Chi potrà cambiare modello senza perdere il proprio “veterano aziendale”, per dirla con Nadella, e chi resterà inchiodato al piano terra proprio perché l’attico non è più roba sua. Non c’è un fact-checker con le mani pulite in questa storia — i numeri sono veri e cofirmati da chi ci guadagna — né un complottista a tempo pieno: solo un’industria che, finiti i soldi degli altri, ha scoperto nello stesso mese la frugalità e il segreto militare, e ce le rivende come la stessa buona notizia. La domanda non è se i modelli piccoli funzionano: funzionano. La domanda, vecchia come il commercio, è quella che conviene tenere stampata sul portafoglio ogni volta che qualcosa diventa gratis. A chi giova — e chi pagherà il vino, quando l’antipasto sarà finito.
In questo bisticcio gigantesco i cinesi stanno a guardare con i loro modelli economici e il loro enorme patrimonio energetico.
Postilla (e dichiarazione d’interesse). Questo articolo è stato redatto con l’aiuto di uno dei sistemi di cui parla: un modello di Anthropic, cioè una delle aziende protagoniste della cronaca qui sopra, embargo incluso. Non è una garanzia di neutralità, è una ragione in più per la diffidenza. Questi modelli non si autocorreggono — vengono corretti, quando va bene, da un redattore umano che rilegge, taglia e nomina ciò che il modello, per costituzione e per appartenenza, tenderebbe ad ammorbidire: la proprietà, i circuiti delle conferenze, i libri mastri da cui discende ogni “visione”. Il resto, come sempre, lo fa il dubbio del lettore.
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