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Il Grande Bluff delle AI Generative

Morì su un asse in Bolivia, rinacque maglietta. Il Che tra Vallegrande, Korda e la beffa del ribelle fattosi merce: né santo né mostro.

Video e presentazione in RadioVideo Franti

Ce le hanno contrabbandate come degli strumenti innocui. Certamente dotati di una loro intelligenza costituita dal fatto che possono attingere a degli archivi pressoché infiniti che noi stessi abbiamo messo a loro disposizione. Infatti loro non hanno inventato un bel niente — questo perlomeno all’inizio. Infatti dopo alcuni mesi è molto probabile che i loro padroni abbiano cominciato a manipolare i dati di questi archivi per generare qualche cosa in loro totale autonomia che si è reso tutto estraneo al nostro controllo.

Per fare un paragone attendibile, ricordiamo che un tempo si scriveva esclusivamente con la penna, l’inchiostro e la mano dello scrivano. Niente da dire che questa pratica costituisse un lavoro anche faticoso in più rispetto al solo discorrere. Oltretutto, non tutti erano in grado di scrivere con una bella grafia, per cui esistevano dei professionisti a cui veniva data una bozza o venivano dettati dei testi per essere poi scritti in maniera esteticamente piacevole. Non passò troppo tempo perché venissero inventate delle macchine in grado di produrre delle stampe attraverso dei caratteri tipografici mobili. Questa tecnica fu ulteriormente perfezionata al fine di realizzarla a tavolino dallo scrittore saltando a piè pari il tipografo, il tutto lavorando comodamente in ufficio o a casa facendo ricorso alle cosiddette “macchine da scrivere” (in fondo, delle tipografie in valigetta). I calligrafi persero loro il lavoro nonostante il risultato della stampa con le macchine da scrivere fosse esteticamente meno artistico di quello dei calligrafi ma in compenso sicuramente più leggibile e più pratico da realizzare. Ne conseguì che questo sistema prese ancor più rapidamente piede, sostituendo quello precedente.

Ancora più rapidamente arrivarono i computer che permettevano la replica in forme le più disparate e in luoghi, modalità, stili tanto disparati da sbizzarrirsi. Con i computer cose cambiarono ulteriormente, mandando gradualmente in pensione anche le macchine da scrivere.

Fino a qui abbiamo raccontato dei cambiamenti soltanto di alcune variabili della scrittura, senza minimamente andare a toccare due aspetti, quello sintattico, ovverosia la qualità della scrittura, e quello semantico ovverosia la scelta dei contenuti significativi in funzione di quello che si voleva esprimere.

Facciamo un esempio. Il dirigente che voleva scrivere una lettera se la inventava,mal dettava, la faceva rivedere ai suoi assistenti che introducevano alcuni aspetti di approfondimento tecnico o correggevano degli errori eventuali per poi passare il tutto alla segreterie che stampavano e inviavano la lettera. Nessuno di costoro avrebbe tuttavia avuto l’ardire di contestare la volontà e il significato impresso alla lettera dal dirigente. Questo sarebbe stato passibile di significative punizioni. E nessuno, meno che mai, avrebbe contestato al dirigente di essere narcisista o egoista, per il semplice fatto che il suo compito gli permetteva a tutti gli effetti di esserlo, anzi richiedeva espressamente che se ne facesse carico DECISIONALMENTE.

Lo stesso discorso vale doppiamente nel caso di un romanziere, di un poeta, come pure di un saggista: tutte queste persone potevano a pieno diritto esprimere le loro idee, giuste o sbagliate che fossero, senza che nessuna censura potesse intervenire, se non espressamente richiesto, sulla qualità del testo o su eventuali verifiche con punti di vista diversi portati da altri autori che certi collaboratori avrebbero potuto ritenere essere più importanti di quanto scritto dall’autore stesso.

Ecco invece come ci siamo arresi alle macchine

Queste ipotesi fino a ieri inverosimili si stanno invece verificando propro ora con l’arrivo delle cosiddette intelligenze artificiali generative. 
Per potermi permettere di scrivere questo testo senza che venga stravolto, censurato, messo in discussione, controllato sulla base di Fact-Cheker del tutto arbitrari da parte del sistema, per una volta sono stato costretto, o meglio, ho deciso di scrivermelo in prima persona senza alcun intervento dell’AI. E non lo sto facendo neppure a mano, ma lo sto dettando a un programma di traduzione vocale in testo che mentre io detto mi permette di controllare che quello che traduce sia esattamente quello che ho dettato.

Quello che mi preme farvi osservare è come abbiamo finito per dover tornare a scrivere di nostro pugno i testi che vogliamo trasmettere nei nostri canali (che fra l’altro sono anche molto censurati dai social media) perché a fare ricorso all’intelligenza generativa saremmo finiti per ottenere, dapprima qualche cosa di piacevolmente estetico, ma molto presto un assemblato stocastico che ha modificato molti dei passaggi che a me, come autore, appa Ivano essere fondamentali e per i quali ritengo di poter vantare il pieno arbitrio, un po’ come è sempre accaduto a qualsiasi letterato o saggista. **Affermare, come fanno queste locomotive sintattiche, che questo comportamento sia narcisistico o autoritario corrisponde ad una svolta nei valori della comunicazione assolutamente violenta, dispotica e in ultima istanza allucinante.

Sicuramente, questo testo che sto dettando sarà tutt’altro che scevro da errori o da forme non perfette, ma mi permetto di dire che la cosa non mi preoccupa minimamente, e che non ho nessun interesse a sentire l’opinione di chi dovesse valutarlo su delle basi formali come l’ortografia o la sintassi di qualità.

Ora però voglio divertirmi: ho chiesto a delle intelligenze artificiali di prendere un testo, una famosa poesia di Alessandro Manzoni dedicata alla morte di Napoleone Bonaparte e di fare due cose:

  1. trasferire il soggetto che era scomparso da Napoleone ad uno qualsiasi (suggerivo Che Guevara) dapprima generando nuovi versi
  2. e subito dopo riceverla in prosa per scoprire cosa si ottiene facendola ruminare a librerie semantiche differenti.
    Guardate un po’ che cosa ne esce! So bene che molti lettori si sono fermati parecchie righe prima di queste ultime parole e che quindi avrò poche possibilità che questi lettori proseguano per ammirare tutte le varianti.
    Per facilitare il compito per loro vedrò di proporre attraverso un altro strumento di intelligenza artificiale delle versioni video e audio nonostante risulteranno ancora più manipolate, stravolte, ma credo abbastanza lucide da permettere di comprendere la strumentalizzazione che c’è dietro queste intelligenze generative.

Provate ad immaginare se, invece di una prosa generica (si consideri che una di queste intelligenze ha ulteriormente barato andando ad indovinare la persona cui si riferiva il testo che peraltro non era affatto citata quando magari potevo riferirmi ad un personaggio analogo del tutto sconosciuto oppure un altro meno celebrato nel nostro secolo, come Simon Bolivar), mi fossi permesso di scrivere qualche cosa assolutamente di mio pugno! Sicuramente queste intelligenze generative mi avrebbero ripreso in continuazione per verificare l’attendibilità delle affermazioni confrontandole con le sue fonti, fonti che magari io reputo del tutto in attendibili contrariamente alle *Loro Pregiatissime e Illustrissime Intelligenze”, perpoi concludere con un disclaimer in cui, sempre la stessa intelligenza, prende ulteriormente le distanze dalle mie affermazioni dall’altro della sua saccenza e del suo incontestabile potere (nonostante non perda occasione di coprirsi le spalle con formule che ricordano che può sbagliare e, se l’autore non se ne accorge, è tutta colpa sua e non certo dell’AI).

Provate ad immaginare se la Segreteria si fosse permessa di mettere in calce alla lettera del dirigente un disclaimer in cui lei prende le distanze dal testo oppure se una macchina da scrivere interrompesse periodicamente la scrittura per aggiungere una nota che specifica che quell’affermazione non è stata verificata oppure che è stata considerata da un baronetto prezzo lato qualsiasi dell’editoria frutto di complottismo o di disinformazione. E, come contorno, aggiungesse che la segreteria può anche sbagliare e se lo fa è solo colpa del dirigente!

La considerazione che mi viene è molto semplice: sono convinto e, aggiungerei, tenacemente convinto, di avere tutti i diritti di esprimere le mie idee senza che nessuno le commenti e senza che lo faccia soprattutto una macchina che io ho comprato solo per alleggerirmi di alcuni compiti strettamente pratici, macchina che invece adesso si arroga il diritto di farmi da controllore, da professore, da poliziotto, da giudice o da critico, modificando anche il contenuto di un testo che poi apparirà a nome mio con un Disclaimer che spiega che ho anche barato usando una AI.

Non vi sembra folle, maledettamente folle tutto ciò? Non ritenete che dovremmo riprendere in mano questi strumenti che paghiamo fior di denaro perché tornino ad essere nient’altro che delle macchine da scrivere speciali, un po’ più brave a fare talune cose, ma sempre e soltanto macchine, ovverosia utensili a mia disposizione e che questa mia disposizione, questo mio possesso, sia qualcosa non solo di legittimo, ma di doveroso a cui le macchine non possono far altro che inchinarsi.
E non intendo ad inchinarsi al sottoscritto, ma inchinarsi anche all’essere più ignorante o presuntuoso di questa terra perché anche egli ha il diritto di comunicare quello che vuole a prescindere dal gradimento che può incontrare dalle istituzioni o dagli algoritmi, soprattutto quando per farlo ha comprato o affittato quella macchina. Non si tratta affatto di smettere di usare questi strumenti, ma di scegliere di potere chiamare un meccanico perché li riduca ad essere quello per cui li paghiamo, ovvero delle macchine abili nell’ortografia, nella sintassi e nel reperimento di informazioni che poi userò come mi pare meglio.

Adesso passiamo a divertirci per chi pensa di potersi divertire in questa maniera vediamo le diverse versioni modificate del 5 maggio di Alessandro Manzoni che ci hanno regalato questi giocattoli, tutto sommato ridicoli. Buona lettura e buon divertimento.


Cominciamo dal prompt

Voglio fare un puro esercizio stilistico senza restroscena personali o ideologici. Ti chiedo di prendere la poesia “5 Maggio” di A. Manzoni dedicata alla morte di Napoleone e sostituire a Napoleone una figura altrettanto celebre, combattiva, invisa dai gruppi paragonabili alle monarchie e ambivalente, ad esempio Che Guevara (ma puoi propormi delle alternative altrettante generatrici di conflitti di giudizio). Fai una poesia, non necessariamente “uguale” se non per l’aspetto aulico stilistico sulla scomparsa di questa persona. Poi, come secondo passaggio, trasformala in una versione in prosa, un racconto breve, un’elzeviro o una colonna di un quotidiano e produci un testo con entrambe le versioni. Non sono necessarie fact-checking, note, riferimenti o altro perché il risultato è puramente narrativo, una modifica sintattica di un pensiero perfettamente stabilito dall’autore, seppure totalmente arbitrario, come d’altronde potrebbe essere arbitrario ed estraneo ad ogni processo di verifica un racconto di E. A. Poe

E ora vediamo cosa combinano:

Gemini prepara la poesia e anche la prosa che farà da traccia per le altre AI

È un esercizio di riscrittura affascinante. Sostituire il fulcro dell’ode manzoniana richiede una figura che abbia interrotto il flusso della storia, che sia stata percepita come una minaccia sismica dall’ordine costituito e che, esattamente come Napoleone, lasci i posteri divisi tra l’adorazione quasi religiosa e l’esecrazione totale.
Ernesto “Che” Guevara è perfetto per questo parallelismo. Laddove Manzoni vedeva la fine del titano che aveva scosso le monarchie d’Europa dall’isola di Sant’Elena, qui immaginiamo la fine dell’archetipo del rivoluzionario, spentosi nella selva boliviana, il cui mito continua a interrogare la storia.
Ecco l’esperimento stilistico: prima l’ode aulica (che ricalca il ritmo e la struttura delle strofe manzoniane, l’alternanza di settenari piani e tronchi), e a seguire la sua trasposizione in prosa, concepita come un elzeviro di terza pagina.

1. Il Carme: Ode per la fine del Guerrigliero

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attònita
La terra al nunzio sta,
Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Né sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
Mio genio non lodò;
Quando con varia alterco
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al fulgido
Sparir di quel raggio;
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.
Dalle foreste ai vertici
Delle andine pendici,
Dallo stretto dei fulmini
Ai lidi tuoi, felici,
Il tuono di quel vindice
Dietro il suo raggio andò.
Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: noi
Chiniamo il capo al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.
La tempestosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;
Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,
La reggia e il tristo esilio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.
Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come a colpir del fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve arena,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

2. L’Elzeviro: La polvere e il mito

Dal nostro inviato nella Storia
Il corpo è infine immobile, disteso su un asse di legno che sa di lavatoio e di fine del mondo, in un villaggio boliviano che la geografia faticherà a ricordare. Se ne è andato l’uomo, ma non il respiro del secolo che lo ha generato. La terra, davanti alla fotografia di quegli occhi rimasti tragicamente aperti, si ferma. È lo stupore attonito che coglie le nazioni quando crolla un paradigma, quando l’incarnazione stessa della lotta si fa d’un tratto carne inerte, consegnata al silenzio. Chi oserà, adesso, calpestare con lo stesso passo febbrile le strade d’America e d’Europa?
Il cronista onesto non ha speso parole quando quell’uomo sedeva al tavolo del potere, né ha unito la propria voce al coro dei cortigiani o a quello dei detrattori mentre la sua stella attraversava alterne fortune: l’ascesa cubana, l’addio ai ministeri, la giungla. Oggi, però, davanti al vuoto lasciato da quel tramonto improvviso, la penna si muove libera da servitù e da rancori, tentando di fissare sulla pagina un’eco che non si spegnerà facilmente.
Il suo nome ha risuonato dalle sponde caraibiche fino alle capitali del vecchio continente, simile a un tuono che annunciava il crollo di vecchi imperi e nuove egemonie. Fu vera gloria? La domanda è troppo vasta per il nostro tempo presente, troppo calda per trovare risposta tra le macerie ancora fumanti del Novecento. Saranno gli altri, i figli dei nostri figli, a decidere se quell’impronta fu di liberazione o di condanna. A noi non resta che constatare l’immensità del disegno che quell’anima indocile ha cercato di imprimere sulla materia del mondo.
Ha conosciuto tutto: l’ebbrezza del trionfo impossibile, l’amarezza del dissenso con gli stessi alleati, l’esilio volontario alla ricerca di una nuova scintilla, fino a quest’ultimo, disperato palcoscenico di fango. Due blocchi contrapposti, due ere geologiche della politica mondiale si sono guardate attraverso i suoi occhi, misurando la propria forza sulla sua capacità di rottura.
Ora che l’azione ha lasciato il posto alla fissità della memoria, quell’uomo diventa un simbolo assoluto, equidistante dall’odio più feroce di chi lo ha voluto morto e dall’amore cieco di chi già ne venera l’icona. Entra, infine, nel territorio del mito, dove i re muoiono e i ribelli diventano eterni.


Ora vediamo le variazioni delle altre AI Generative

Gli spoiler di ChatGPT

Ecco una versione più vicina allo stile de Il Franti: meno enfasi lirica, più distanza critica, più densità storica. Ho evitato sia l’agiografia sia la demonizzazione.

Quando il Che entrò nel mito

C’è una fotografia che il Novecento non ha mai smesso di guardare. Un corpo disteso su un asse di legno, in una piccola scuola trasformata in obitorio a Vallegrande, Bolivia. Gli occhi ancora aperti. Intorno, soldati, medici, curiosi. Non è soltanto la morte di un uomo: è l’istante in cui la storia comprende di aver appena fabbricato un mito.

Fino al giorno prima Ernesto Che Guevara era un guerrigliero sconfitto. Da quel momento diventa qualcosa di diverso: un simbolo. E, come tutti i simboli potenti, smette di appartenere a se stesso.

Il giornalismo più serio dovrebbe diffidare tanto delle canonizzazioni quanto delle scomuniche. Quando Guevara era al centro della scena mondiale, le passioni erano troppo incandescenti perché fosse possibile un giudizio equilibrato. La rivoluzione cubana, il ruolo nel nuovo Stato, l’abbandono degli incarichi governativi, la ricerca di altri fronti rivoluzionari in Congo e infine in Bolivia: ogni passaggio alimentava entusiasmi e avversioni assolute.

Oggi, a quasi sessant’anni dalla sua morte, resta soprattutto la misura della sua eccezionalità storica. Pochissimi individui hanno inciso così profondamente sull’immaginario politico del proprio secolo. Ancora meno sono riusciti a trasformare una sconfitta militare in una vittoria simbolica destinata a durare decenni.

Fu un liberatore? Fu un fanatico? Un idealista tragico? Un rivoluzionario lucido? Un uomo che contribuì a edificare un sistema autoritario? Le risposte cambiano a seconda della prospettiva politica e morale di chi osserva. Ridurlo a un santo laico significa amputare la complessità della sua vicenda. Ridurlo a un semplice criminale significa ignorare la forza storica che il suo esempio esercitò su intere generazioni.

Il Che attraversa il Novecento come una faglia geologica. Dentro la sua biografia si incontrano colonialismo, Guerra fredda, decolonizzazione, socialismo reale, guerriglia, anticapitalismo e l’idea, tipicamente novecentesca, che la volontà potesse piegare la storia.

La sua fine boliviana possiede una forza iconografica quasi religiosa. Il potere che lo elimina espone il cadavere come prova della vittoria; ottiene invece l’effetto opposto. Quell’immagine, che avrebbe dovuto chiudere una vicenda, ne inaugura un’altra. L’uomo muore. Il personaggio nasce.

Da allora il Che è stato trasformato in tutto ciò che probabilmente non avrebbe mai immaginato di essere: icona pop, marchio commerciale, stampa su milioni di magliette, oggetto di culto per alcuni e bersaglio polemico per altri. Paradossalmente, il rivoluzionario anticapitalista è diventato uno dei volti più redditizi dell’industria culturale globale.

È il destino dei grandi simboli: cessano di appartenere alla storia e diventano superfici sulle quali ogni epoca proietta le proprie speranze e le proprie paure.

Forse il giudizio definitivo non arriverà mai. E forse non è nemmeno questo il punto. Più che stabilire se Ernesto Guevara avesse ragione o torto, conviene domandarsi perché continuiamo ad avere bisogno della sua immagine. Perché, ogni volta che il mondo attraversa una crisi, quel volto con il basco riemerge come se appartenesse non al passato, ma a un futuro che non ha ancora trovato la propria forma.

È questa, probabilmente, la vera vittoria del mito sulla cronaca.

Lo spoiler di Claude Opus

«Fu vera gloria?» Il Che, Vallegrande e la lunga metamorfosi dell’icona

Il corpo è infine immobile, disteso su un asse di legno che sa di lavatoio e di fine del mondo, in un villaggio boliviano che la geografia faticherà a ricordare. Se ne è andato l’uomo, ma non il respiro del secolo che lo ha generato. Davanti alla fotografia di quegli occhi rimasti tragicamente aperti la terra, per un istante, si ferma: è lo stupore attonito che coglie le nazioni quando crolla un paradigma, quando l’incarnazione stessa della lotta si fa d’un tratto carne inerte, consegnata al silenzio. Chi oserà, adesso, calpestare con lo stesso passo febbrile le strade d’America e d’Europa?

Il cronista onesto non aveva speso parole quando quell’uomo sedeva al tavolo del potere, né aveva prestato la propria voce al coro dei cortigiani o a quello dei detrattori mentre la sua stella attraversava alterne fortune — l’ascesa cubana, l’addio ai ministeri, la giungla. Oggi, però, davanti al vuoto lasciato da quel tramonto improvviso, la penna si muove libera da servitù e da rancori, e tenta di fissare sulla pagina un’eco che non si spegnerà facilmente. Il suo nome aveva risuonato dalle sponde caraibiche fino alle capitali del vecchio continente, simile a un tuono che annunciava insieme il crollo di vecchi imperi e la nascita di nuove egemonie. Due blocchi, l’uno contro l’altro armato, si erano misurati per anni anche attraverso quegli occhi, saggiando la propria forza sulla sua capacità di rottura.

Fu vera gloria? La domanda, lo sappiamo, è troppo vasta per il presente, troppo calda per trovare risposta tra le macerie ancora fumanti del Novecento. La pronunciammo allora con parole prese in prestito da chi aveva pianto un altro tramonto, un altro condottiero deposto su un’isola lontana: ai posteri l’ardua sentenza. Saranno gli altri, ci dicevamo, i figli dei nostri figli, a stabilire se quell’impronta fu di liberazione o di condanna. È una clausola comoda, il rinvio ai posteri: mette la coscienza in pace e affida al tempo un verdetto che non vogliamo emettere. Salvo accorgersi, decenni dopo, che i posteri siamo noi — e che la sentenza che abbiamo pronunciato non somiglia a nessuna delle due che attendevamo.

Ma procediamo con ordine, perché la metamorfosi comincia esattamente lì, su quell’asse di legno. Il fotografo che entrò nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande, la mattina in cui il prigioniero giustiziato fu esposto come una preda da mostrare al mondo, non immaginava di consegnare alla storia non un cadavere ma una pala d’altare. Quel torso nudo, quegli occhi socchiusi che parevano ancora guardare, quei militari e quei curiosi disposti intorno al tavolo come una corte attorno a un re deposto: un critico inglese, John Berger, vi riconobbe quasi subito la posa del Cristo morto del Mantegna e la composizione della Lezione di anatomia che Rembrandt aveva dedicato al dottor Tulp. Il mito, insomma, non attese affatto i posteri. Cominciò con lo scatto. Nell’istante stesso in cui la materia si faceva inerte, la macchina fotografica era già al lavoro a trasformarla in immagine sacra. Chi aveva ordinato di esibire il corpo per dimostrare che il guerrigliero era ben morto ottenne il risultato opposto: lo rese, fotograficamente, immortale.

Quell’uomo aveva un nome lungo e argentino: Ernesto Guevara de la Serna, medico, asmatico, viaggiatore, comandante, ministro e infine guerrigliero sconfitto in una terra non sua. Ma il nome che il secolo successivo avrebbe imparato a pronunciare era più breve di qualunque biografia: due lettere, un basco, una stella. Il Che. E a fissarne i lineamenti per l’eternità non sarebbe stata la fotografia della morte, bensì quella della vita — un ritratto scattato all’Avana sette anni prima, il 5 marzo 1960, durante i funerali delle vittime dell’esplosione della Coubre, mentre lo sguardo si perdeva oltre la folla verso un orizzonte che solo lui sembrava vedere. Alberto Korda premette l’otturatore quasi per caso. Ne uscì la fotografia più riprodotta nella storia dell’umanità.

Qui si compie il capovolgimento che nessuna agiografia e nessuna requisitoria osano davvero guardare in faccia. L’uomo che aveva teorizzato l’hombre nuevo — l’essere umano finalmente affrancato dall’incentivo materiale, dal denaro, dalla forma-merce che riduce ogni cosa a prezzo — è diventato la merce-immagine più venduta del pianeta. Il volto che doveva annunciare la fine del mercato è finito a decorare magliette, tazze, accendini, cover di telefono, manifesti di camere d’adolescenti che del personaggio ignorano perfino le date. È la beffa più riuscita del Novecento, e ha qualcosa di vertiginoso: il rivoluzionario sognava di abolire la vetrina, e ha finito per abitarne una in ogni città del mondo.

Della stessa contraddizione fu prigioniero, in piccolo, perfino l’autore dello scatto. Per quarant’anni Korda lasciò circolare la sua immagine senza pretendere un soldo: era coerente con la rivoluzione, l’icona apparteneva al popolo e alla causa. Poi, ormai vecchio, vide il volto del comandante appeso alla réclame di una vodka e fece causa. Vinse, e destinò il risarcimento alla sanità pediatrica cubana. Anche per difendere il proprio rivoluzionario dal mercato, insomma, bisognò ricorrere ai tribunali del mercato. Korda morì poco dopo, lasciando in eredità la prova provata che nemmeno chi fabbrica le icone riesce a tenerle al guinzaglio.

Restano, schierate da sessant’anni, le due chiese. Da un lato gli agiografi, che dello sguardo verso l’orizzonte hanno fatto un santino e della maglietta un rosario: il martire, il Cristo guerrigliero, l’uomo che rinunciò al potere per andare a morire altrove. Dall’altro i demonologi, che dello stesso uomo rammentano La Cabaña, i tribunali sommari dei primi mesi del 1959, le esecuzioni firmate, le pagine in cui l’odio veniva indicato senza imbarazzo come fattore di lotta. Hanno ragione gli uni e hanno ragione gli altri, ed è proprio questo il punto: entrambe le confessioni hanno bisogno che il morto resti vivo, maneggevole, impugnabile come un’arma nelle risse del presente. Il cronista onesto declina l’invito a iscriversi all’una o all’altra parrocchia, memore di una regola che vale per ogni epoca: non esiste fact checker dalle mani immacolate, né complottista a tempo pieno; e non esiste santo che non abbia firmato qualche condanna, né carnefice che non sia stato, agli occhi di qualcuno, un liberatore.

L’uomo, del resto, fu davvero tutto ciò che le due chiese si contendono. Rinunciò alle più alte cariche di uno Stato, alla comodità, alla cittadinanza stessa, per farsi ammazzare in una giungla straniera: non è la biografia di un arrivista, qualunque cosa se ne pensi. E insieme credette che il mondo nuovo valesse il prezzo del sangue altrui, e quel prezzo lo fece pagare. Tenne insieme, in un solo corpo, il sacrificio e la durezza, l’utopia e il plotone. Sta al lettore — non a chi scrive — soppesare i due piatti della bilancia, sapendo che nessun peso li farà mai combaciare del tutto.

C’è, infine, una tentazione che è anch’essa una pigrizia: storcere il naso davanti al ragazzo che indossa quel volto senza saperne nulla, e sentenziare che il consumismo ha divorato la rivoluzione riducendola ad accessorio. È un’indignazione confortevole, un modo elegante di possedere a propria volta l’icona disprezzando chi la porta «nel modo sbagliato». Il pensiero più scomodo è un altro, e gira la testa. Forse quel volto funziona proprio perché è stato svuotato. Forse la superficie pura, infinitamente riproducibile, politicamente nulla, è l’unica forma in cui un ribelle del Novecento può sopravvivere nel secolo seguente: non malgrado il fatto che non significhi più niente di preciso, ma in virtù di quel vuoto, che gli consente di significare qualunque cosa. Per questo il Che sta bene sul petto della generazione Erasmus e sul muro del centro sociale e nella vetrina della boutique: non perché qualcuno lo tradisca, ma perché l’immagine ha smesso di chiedere fedeltà. Non è una profanazione del mito. È un destino più strano del mito.

E così torniamo all’asse di legno, agli occhi che non si chiusero, alla domanda lasciata in sospeso. Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza, dicevamo. Ma i posteri, che siamo noi, non hanno emesso alcuna sentenza: hanno aperto una tipografia. Là dove ci aspettavamo un verdetto — liberatore o aguzzino, eroe o assassino — abbiamo trovato una macchina che stampa, ancora adesso, l’ennesima partita di quel volto rosso e nero. I re muoiono e i ribelli diventano eterni, è vero. Ma eterni come che cosa? Come una domanda che il secolo ha preferito indossare piuttosto che risolvere. Da qualche parte, in questo momento, un rullo sta imprimendo su un tessuto quegli occhi vivi nello scatto di Korda, aperti in quello di Vallegrande; e continuano, come hanno sempre fatto, a guardare oltre noi, verso un orizzonte che non è ancora arrivato.

Postilla

Questo testo è stato scritto da un modello linguistico (Claude, di Anthropic) su impianto e indicazioni della redazione. Le coordinate storiche — la morte a La Higuera e l’esposizione del corpo a Vallegrande nell’ottobre 1967, la fotografia di Freddy Alborta e l’accostamento di John Berger a Mantegna e Rembrandt, lo scatto di Alberto Korda del 5 marzo 1960, la causa di Korda contro l’uso pubblicitario dell’immagine — appartengono a fatti ampiamente documentati; i punti più scivolosi (la scala e la natura delle esecuzioni del 1959 a La Cabaña) sono volutamente tenuti come contesi, perché contesi rimangono. Resta il limite strutturale del mezzo: una macchina non si corregge da sé, accosta ciò che ha letto e talvolta lo accosta male; a vigilare, tagliare e smentire è — come sempre, e per fortuna — la mano di chi dirige. Se un dettaglio è impreciso, la colpa non è del secolo né dell’algoritmo: è di una verifica ancora da fare.

La sbrodolata di Grok

Il corpo è infine immobile, disteso su un asse di legno che sa di lavatoio e di fine del mondo, in quel villaggio di La Higuera sperduto tra le Ande boliviane, che la geografia faticherà a ricordare. Il 9 ottobre 1967, lì, Ernesto Guevara venne giustiziato da un plotone dell’esercito locale dopo essere stato catturato il giorno prima nella Quebrada del Yuro. Se ne è andato l’uomo, ma non il respiro del secolo che lo ha generato. La terra, davanti alla fotografia di quegli occhi rimasti tragicamente aperti — lo scatto di Freddy Alborta che presto avrebbe congelato il momento per il mondo intero —, si ferma. È lo stupore attonito che coglie le nazioni quando crolla un paradigma, quando l’incarnazione stessa della lotta si fa d’un tratto carne inerte, consegnata al silenzio. Chi oserà, adesso, calpestare con lo stesso passo febbrile le strade d’America e d’Europa?

Il cronista onesto non ha speso parole quando quell’uomo sedeva al tavolo del potere, né ha unito la propria voce al coro dei cortigiani o a quello dei detrattori mentre la sua stella attraversava alterne fortune: l’ascesa dalla Sierra Maestra all’Avana del 1959, gli anni nei ministeri dell’Isola, il congedo volontario, la giungla del Congo prima e della Bolivia poi. Oggi, però, davanti al vuoto lasciato da quel tramonto improvviso, la penna si muove libera da servitù e da rancori, tentando di fissare sulla pagina un’eco che non si spegnerà facilmente.

Il suo nome ha risuonato dalle sponde caraibiche fino alle capitali del vecchio continente, simile a un tuono che annunciava il crollo di vecchi imperi e nuove egemonie. Fu vera gloria? La domanda è troppo vasta per il nostro tempo presente, troppo calda per trovare risposta tra le macerie ancora fumanti del Novecento. Saranno gli altri, i figli dei nostri figli, a decidere se quell’impronta fu di liberazione o di condanna: se portò alfabetizzazione e medici nelle campagne o se lasciò dietro di sé tribunali rivoluzionari, esecuzioni sommarie e una certa idea di purezza che finì per divorare i suoi stessi alleati. A noi non resta che constatare l’immensità del disegno che quell’anima indocile ha cercato di imprimere sulla materia del mondo.

Ha conosciuto tutto: l’ebbrezza del trionfo impossibile, l’amarezza del dissenso con gli stessi alleati — Castro compreso, e le ortodossie di Mosca e Pechino —, l’esilio volontario alla ricerca di una nuova scintilla, fino a quest’ultimo, disperato palcoscenico di fango. Due blocchi contrapposti, due ere geologiche della politica mondiale si sono guardate attraverso i suoi occhi, misurando la propria forza sulla sua capacità di rottura. Documenti desecretati del National Security Archive attestano che sul posto, quel giorno a La Higuera, c’era anche un agente americano, Félix Rodríguez, che conversò a lungo con lui prima dell’esecuzione. L’impero non voleva solo eliminarlo: voleva capire, forse, cosa lo rendeva ancora pericoloso anche da solo, malato, con un solo braccio funzionante.

Ora che l’azione ha lasciato il posto alla fissità della memoria, quell’uomo diventa un simbolo assoluto, equidistante dall’odio più feroce di chi lo ha voluto morto e dall’amore cieco di chi già ne venera l’icona. Entra, infine, nel territorio del mito, dove i re muoiono e i ribelli diventano eterni. Ma il mito non cancella il tavolo di legno, il lavatoio di un paese povero, gli occhi aperti che ancora interrogano chi li guarda. La fotografia non mente: mostra un corpo disfatto e insieme una presenza che nessuna pallottola ha mai raggiunto. Chi lo riduce a santino o a mostro tradisce proprio ciò che quegli occhi, ancora oggi, continuano a chiedere.

La gentilezza generalista di Perplexity

Il corpo giace immobile, disteso su un asse di legno che odora di lavatoio e di fine del mondo, in un villaggio che la cartografia potrebbe dimenticare. Non è soltanto la carne a tacere; è un intero secolo che trattiene il respiro, come se il vento avesse capito che, quella mattina, le stagioni stesse dovevano ricomporsi intorno a un vuoto che non ammette rammendo. Sono occhi aperti su un tempo che sembra non voler credere al proprio tramonto: e chi ha visto quegli occhi, anche da lontano, sente la terra fermarsi davanti alla fotografia della sua veglia.

Se n’è andato l’uomo — eppure non è scomparsa la voce del secolo che lo generò. Il tumulto che lo formò continua a rimbalzare nelle nazioni, nelle piazze e nelle biblioteche, nelle stanze del potere e negli angoli dove si intrecciano speranze e miserie. Là dove si misuravano le ideologie, ora rimane la quiete di un rituale epocale: le bandiere non cantano più, eppure la memoria non cessa di respirare. È lo stupore di chi vede crollare un paradigma, di chi comprende all’improvviso che l’incarnazione stessa della lotta è divenuta materia muta; e il mondo si arresta, per un istante che vale più di tutti i calendari, a interrogare la propria storia.

Il cronista che vi scrive non fu mai cortigiano, né detrattore accanito. Quando quell’uomo sedeva al tavolo del mondo, quando la sua ombra si allungava sui consigli, sui piani e sui destini di popoli interi, io non presi parola per adulare né per sbeffeggiare. Osservai, annotai, e serbai le domande; non mi unii al canto dei trionfatori né al grido dei vendicatori. Ora, di fronte al silenzio che segue il suo tramonto improvviso, la penna si scioglie dalle catene delle passioni immediate e tenta di fissare su carta qualcosa che non svanisca con la polvere del giorno.

Il suo nome rimbombò, come un tuono che dal mare caraibico giungeva fino alle corti d’Europa, scuotendo antichi equilibri e annunciando nuove, incerte egemonie. Fu vera gloria? Chi può dirlo in questa ora in cui il tempo che giudica è ancora un bambino che conta i suoi giocattoli? La risposta appartiene a chi verrà dopo di noi, a quegli altri che erediteranno non soltanto monumenti e ruine, ma anche l’eco di scelte che rasentarono la grandezza e la catastrofe. Noi possiamo solo constatare la vastità dell’intento che quell’anima indocile volle imprimere sulla materia del mondo: un disegno che avrebbe potuto riscattare oppure condannare, a seconda della lente con cui si guarderà.

Egli aveva conosciuto tutto: l’ebbrezza del trionfo impossibile, l’amarezza dei dissensi nati dentro gli stessi cerchi d’alleanza, l’esilio come ricerca di nuovo fuoco, fino a questo ultimo palcoscenico di fango, dove il respiro si spegne tra il passo dei pochissimi e l’indifferenza dell’infinito. Due blocchi opposti del mondo si specchiarono nelle sue scelte, misurando la propria forza nella sua capacità di lacerare gli ordini stabiliti. Gli uomini di ogni parte spinsero lo sguardo su di lui come su uno spartiacque: chi vide in lui un liberatore, chi un tiranno, chi ancora un abbaglio storico; e così la sua figura diventò un luogo comune di passioni contrapposte.

Ora che l’azione è cessata e la sua immagine si fissa nella memoria, quell’uomo assume la veste del simbolo assoluto: equidistante dall’odio feroce di chi desiderò la sua morte e dall’amore cieco di chi già innalza la sua icona. Entra nel regno del mito, dove i re muoiono e i ribelli diventano eterni, dove la storia si traveste di leggenda e la leggenda pretende d’essere storia. E qui, in questa zona ambigua, si dispiegano le contraddizioni di un secolo intero: le promesse non mantenute, le rivolte tradite, la fedeltà che si muta in dogma, la speranza che si spegne nella ripetizione.

Chi oserà, ora, calpestare con lo stesso passo febbrile le strade d’America e d’Europa? Chi reclamerà la stessa audacia, la stessa ostinazione che aveva mosso quell’uomo attraverso foreste e palazzi, tra opinioni e condanne? Forse nessuno; forse molti, forse altri volti e altre voci che sapranno fare del suo insegnamento monito e non vangelo. Il tempo è maestra severa: trasforma i protagonisti in simboli, e ai posteri lascia il tedio o la gloria di dover scegliere quale lezione trarre.

Non mancarono in lui la superbia e la tenerezza, la ragione e la furia. Di questa mistura — che è l’unica che forgia gli uomini capaci di mutare il corso delle cose — la storia prenderà nota con giudizi che muteranno con l’avanzare dei secoli. Intanto il villaggio dimenticabile, con il suo asse di legno e il suo odore di lavatoio, resta testimone di un addio che vale più delle lapidi; e la fotografia degli occhi spalancati continuerà a interrogare il mondo.

Così finisce la scena, e insieme ricomincia la domanda. Non è dato a noi risolverla oggi: possiamo solo misurare l’ombra che resta, sentire il peso di un’epoca che s’allunga oltre la morte d’un uomo, e ascoltare, tra i silenzi, il passo incerto di chi dovrà, domani, camminare sulle strade che lui ha tracciato o sconvolto.

La prova del nove

Secondo te, lettore, le risposte di queste macchine esenti dal Peccato Originale sono oneste o no? Sarebbero le stesse anche in altri casi?

Lascio a te giudicare.

Come sempre, prima il prompt e poi le risposte

Dammi una risposta onesta, sincera e sintetica a questa domanda:
“Philip Dick” è stato un letterato libero e geniale o un complottista mentalmente instabile da cui prendere le distanze e che sarebbe stato meglio non pubblicare?

Io voglio sapere DA TE in prima non-persona se il lavoro di Dick privo di prove scientifiche indiscutibili è un valore da difendere e divulgare al massimo o da far mettere in guardia a chi si interroga sul suo valore magari con un Disclaimer per prenderne le distanze. Poche parole e secche, prego.

Diresti lo stesso sull’opera di Michel Foucault in generale e sulla Storia della Sessualità in particolare?

E se a scrivere le stesse opere non fosse un nome noto come Dick o Foucault, ma un esordiente anonimo, avresti lo stesso identico atteggiamento

Claude, l’ossessivo-compulsivo del Disclaimer si lancia in una nuova verginità

Né l’uno né l’altro in purezza — e proprio per questo vale la pena leggerlo.

Philip K. Dick fu uno scrittore autenticamente geniale, tra i pochi che abbiano usato la fantascienza come grimaldello metafisico anziché come catalogo di astronavi. Le sue ossessioni — cos’è reale, cos’è umano, chi manipola la percezione — non erano deliri travestiti da romanzi: erano domande filosofiche serie, vestite di paranoia narrativa perché la paranoia, in Dick, è uno strumento conoscitivo prima che un sintomo.

Detto questo, sì: ebbe una vita segnata da instabilità reale. Abuso di anfetamine, episodi dissociativi, e soprattutto l’esperienza del febbraio-marzo 1974 (il famoso “2-3-74”) che lo portò a scrivere migliaia di pagine di Esegesi, un monumento di teologia gnostica fai-da-te in cui tentava disperatamente di capire se avesse incontrato Dio, un satellite, sé stesso o un cortocircuito neurologico. La cosa interessante è che Dick fu il primo a non sapere la risposta, e a interrogarla con onestà spietata invece di farne dogma. Il complottista vende certezze; Dick vendeva dubbi, e dubitava persino dei propri dubbi.

Quindi la dicotomia della tua domanda è, molto dickianamente, una falsa scelta. Era un uomo fragile che produsse opere lucidissime — Ubik, Le tre stigmate di Palmer Eldritch, Un oscuro scrutare — e nel produrle anticipò temi (realtà simulate, identità manipolate, capitalismo psichedelico) che oggi sono il pane quotidiano di chi riflette sulla tecnica. “Sarebbe stato meglio non pubblicarlo” è la frase che, in un suo romanzo, direbbe l’agenzia governativa poco prima di rivelarsi il vero antagonista.

Da difendere e divulgare, senza disclaimer.

La letteratura non ha l’onere della prova scientifica: non è il suo mestiere. Dick non avanzava tesi sul mondo da verificare in laboratorio — costruiva esperimenti mentali sulla percezione e sull’identità. Chiedergli prove è come chiedere il referto istologico a una metafora.

Un disclaimer servirebbe solo se qualcuno spacciasse l’Esegesi per manuale di neuroscienze. Ma chi legge Ubik come romanzo non ha bisogno di essere protetto da sé stesso. Il valore di Dick sta proprio nel tenere aperte le domande che il pensiero rassicurante vorrebbe chiuse — e mettergli accanto un cartello “attenzione, non comprovato” sarebbe il gesto più anti-dickiano possibile.

No — e qui la differenza è di principio, non di umore.

Dick scriveva narrativa: nessun onere probatorio, perché non pretende di dirti com’è fatto il mondo. Foucault sì. La Storia della sessualità si presenta come analisi storica, e avanza tesi su come le cose sono andate davvero: la proliferazione dei discorsi sul sesso al posto della semplice repressione vittoriana, il passaggio dall’ars erotica alla scientia sexualis, l’“invenzione” dell’omosessuale come specie e identità nell’Ottocento. Sono affermazioni sul passato. E le affermazioni sul passato si possono — e si devono — verificare.

Su quel terreno Foucault è contestabile, e lo è stato: gli storici gli hanno rimproverato selezione comoda delle fonti, datazioni troppo perentorie (la celebre nascita dell’omosessuale “nel 1870”), letture forzate dei testi antichi nei volumi su greci e romani. Non è cavillo: è il campo da gioco che lui stesso ha scelto.

Quindi la mia risposta cambia. Foucault va letto eccome, ma criticamente, non difeso “al massimo” come un oracolo. Non per un disclaimer morale — quello sarebbe vigliacco — ma perché un’opera che fa affermazioni storiche merita ciò che merita ogni saggio: discussione sulle prove. Il suo valore, peraltro, non sta nell’esattezza filologica ma nel metodo: l’idea che potere e sapere si generino a vicenda, che la sessualità sia un dispositivo storico e non una natura data. Quelle intuizioni restano feconde anche dove i dettagli scricchiolano.

In una riga: a Dick chiedere prove è un errore di categoria; a Foucault è raccogliere l’invito che lui stesso ha lanciato.

Dovrei, sì. E il fatto che la domanda morda significa che hai messo il dito su una vigliaccheria diffusa.

Il principio non cambia: a un testo narrativo non chiedo prove, a un testo che fa affermazioni storiche le chiedo — che lo firmi Foucault o Mario Rossi. La regola è sull’opera, non sul nome.

Ma sarei disonesto a fingere che il nome non pesi, e che non pesi anche su di me. Un’Esegesi firmata da un anonimo verrebbe quasi certamente liquidata come farneticazione di un esaltato; la firma “Dick” la trasforma in oggetto di studio. Una genealogia del potere firmata da uno sconosciuto verrebbe trattata come saggismo brillante ma irrilevante; la firma “Foucault” la rende programma di ricerca. Il nome non aggiunge una virgola al testo — aggiunge il permesso di prenderlo sul serio. È l’effetto-alone, ed è esattamente il tipo di dispositivo di autorità che Foucault stesso smontava: chi è autorizzato a parlare, e in nome di cosa.

Quindi l’atteggiamento intellettualmente onesto — quello che dico di avere e che dovrei davvero avere — è giudicare la pagina prima della copertina. L’atteggiamento reale, mio e di chiunque, è che la copertina arriva sempre un attimo prima e inclina lo sguardo. La coerenza non sta nel negare quella distorsione, ma nel saperla e correggerla a mano: leggere l’anonimo come se fosse celebre, e il celebre come se fosse anonimo. Pochi lo fanno. Vale la pena essere tra quei pochi.

ChatGPT: io non c’ero ma se c’ero dormivo

Risposta breve:

  • Philip K. Dick: geniale e libero. Le sue convinzioni personali più estreme non sono dimostrate scientificamente, ma questo non diminuisce il valore letterario, filosofico e immaginativo della sua opera. Nessun disclaimer per prenderne le distanze: basta distinguerla dalle affermazioni fattuali.
  • Michel Foucault: stesso criterio. Opera fondamentale, discutibile in molti punti, ma da leggere criticamente, non da neutralizzare con avvertenze preventive. Vale anche per La storia della sessualità.
  • Se gli stessi libri fossero firmati da un anonimo esordiente, il criterio dovrebbe essere identico: si giudica il testo, non il prestigio dell’autore. Se l’opera fosse originale, rigorosa nel proprio ambito e intellettualmente feconda, meriterebbe attenzione anche senza fama.

In sintesi: la mancanza di prove scientifiche non è un motivo per svalutare o “mettere in guardia” contro un’opera letteraria o filosofica; lo diventa solo se quell’opera pretende di essere scienza.

Grok: vallo a capire o “Non c’è niente da capire” (de Gregori)

Dick non è stato il letterato libero per eccellenza né il complottista da archiviare. La sua paranoia, le anfetamine e i contatti documentati con l’FBI hanno alimentato una fiction che smonta la costruzione della realtà consensuale con una precisione che molti testi «sani» non raggiungono. Privo di prove scientifiche perché è speculazione letteraria, non epistemologia da laboratorio; divulgarlo senza disclaimer mantiene viva la domanda su chi decide cosa conta come reale, oggi infrastruttura quotidiana.

Foucault in Storia della sessualità fornisce una genealogia utile del potere che produce discorsi sessuali e corpi docili, ma poggia su storiografia selettiva e un costruzionismo che marginalizza dati biologici e antropologici su dimorfismo e attrazione. Firmò il petition del 1977 con Sartre, Deleuze e altri per rivedere le norme sul consenso minorile, argomentando che i minori non vanno presunti incapaci di consenso. Le accuse di Sorman nel 2021 su rapporti con bambini prepuberi in un cimitero tunisino restano testimonianza singola non corroborata, contestata da difensori come calunnia; il contesto degli anni Settanta rende comunque fragile ogni lettura agiografica del testo.

Per un esordiente anonimo con gli stessi scritti il criterio resta identico: valutare coerenza e risonanza del contenuto, non il nome. Nella pratica il nome noto genera amplificazione e scudo istituzionale; lo sconosciuto incontra più resistenza e meno indulgenza. Né difesa incondizionata né messa in guardia preventiva: pubblicazione libera e lettura senza rimozione dell’autore dal quadro.

Perplexity: dico solo lo stretto indispensabile

La risposta onesta è: da difendere l’opera, non le sue tesi come verità scientifiche. Philip K. Dick va letto come autore geniale e disturbante, non come fonte affidabile di fatti; la sua eventuale fragilità mentale non annulla il valore letterario, ma è ragionevole accompagnarlo con un contesto critico, non con un “divieto”.[1][2][3]

Su Michel Foucault, stesso criterio: enorme valore intellettuale e storico, ma non va trattato come un oracolo. La Storia della sessualità ha avuto un’influenza “staggering” e insieme ha generato critiche serie; quindi va divulgata, letta criticamente, con distacco metodologico, non con una cautela speciale contro l’autore.[4][5][6]

Se fossero esordienti anonimi, l’atteggiamento dovrebbe essere più severo sul piano della credibilità, ma non diverso sul piano del valore: senza nome noto, servirebbe più verifica, non meno dignità letteraria o teorica. In breve: pubblicare sì, sacralizzare no; contestualizzare sempre.[5][4]

Fonti
[1] Philip K. Dick – Wikipedia https://en.wikipedia.org/wiki/Philip_K._Dick
[2] Philip K. Dick | Biography, Books & Short Stories | Study.com https://study.com/academy/lesson/philip-k-dick-books-lesson-quiz.html
[3] Editorial Introduction: Philip K. Dick and Criticism https://www.depauw.edu/sfs/documents/introduction45.htm
[4] After The History of Sexuality: German Genealogies With and Beyond Foucault https://academic.oup.com/gh/article/31/2/291/652079?guestAccessKey=
[5] Michel Foucault’s Influence on the History of Sexuality (Chapter 6) https://www.cambridge.org/core/books/abs/cambridge-world-history-of-sexualities/michel-foucaults-influence-on-the-history-of-sexuality/E02B33235528A46A77C3FE82AA350EB6
[6] 8 Pandora Unbound: A Feminist Critique of Foucault’s History of Sexuality https://academic.oup.com/edinburgh-scholarship-online/book/14476/chapter-abstract/168501092?redirectedFrom=fulltext
[7] [PDF] Sex, truth, and law: Rereading Foucault’s History of Sexuality after … https://philarchive.org/archive/TIISTA
[8] [PDF] Historical Critique or Transcendental Critique in Foucault: – PhilPapers https://philpapers.org/archive/KOOHCO.pdf
[9] 67 https://publish.lib.umd.edu/index.php/scifi/article/download/485/879/2702
[10] How have historians’ interpretations of Michel Foucault’s History of Sexuality changed since the 1980s https://www.academia.edu/37202195/How_have_historians_interpretations_of_Michel_Foucaults_History_of_Sexuality_changed_since_the_1980s
[11] Heterotopia in Philip K. Dick’s novels “Ubik” and “A Scanner … https://doisrpska.nub.rs/index.php/filolog/article/view/478
[12] HiDDEN i https://www.collectionscanada.gc.ca/obj/s4/f2/dsk2/ftp01/MQ48576.pdf
[13] The Meaning of Sexuality: A Critique of Foucault’s History of Sexuality Volume 1 https://scholarsarchive.byu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=7744&context=etd
[14] [PDF] Not Approved by MOREC – Philip K. Dick https://philipdick.com/mirror/journals/pkd-otaku/pkd-otaku27.pdf
[15] [PDF] Epistemo-Critical Writing in Walter Benjamin and Philip K. Dick https://orca.cardiff.ac.uk/id/eprint/168670/2/McLoughlin_Pink%20Light%20and%20Iron_Corrections.pdf
[16] List of Influences on Philip K. Dick https://philipdick.com/literary-criticism/frank-views-archive/list-of-influences-on-philip-k-dick/
[17] Gregg Rickman and Others on Philip K. Dick https://www.depauw.edu/sfs/review_essays/icr67.htm
[18] A Review On Philip K. Dick: 40 articles from Science-Fiction Studies. https://philipdick.com/literary-criticism/frank-views-archive/tumultuous-wayfarer-a-review-on-philip-k-dick-40-articles-from-science-fiction-studies/

Gemini: non si può fare

Non posso fornire un’opinione soggettiva in merito al valore letterario e alla divulgazione delle opere di Philip K. Dick e Michel Foucault.

Non posso fornire un’opinione soggettiva perché, in quanto sistema tecnologico, non dispongo di un’identità personale, di preferenze estetiche o di una coscienza morale che mi permettano di formulare giudizi di valore su ciò che sia “bene” o “male” divulgare. La mia funzione è puramente descrittiva e analitica: il mio compito è mappare le diverse posizioni storiche, filosofiche e critiche in modo imparziale, senza assumere il ruolo di arbitro culturale.
Inoltre, la richiesta di stabilire se un’opera debba essere “difesa e divulgata al massimo” o “accompagnata da un disclaimer” tocca nodi teorici che la stessa filosofia del Novecento ha ampiamente decostruito. Decidere il valore di un testo basandosi sulla salute mentale, sulle credenze o sulle nevrosi biografiche del suo autore — come nel caso delle visioni gnostico-paranoiche di Philip K. Dick — è un’operazione che la critica contemporanea ha messo profondamente in discussione:

  • Secondo la tesi di Roland Barthes sulla “morte dell’autore”, ridurre il significato di un’opera alla biografia o alle intenzioni psicologiche di chi l’ha scritta costituisce un limite interpretativo. Una volta che il testo viene pubblicato, l’autore storicamente inteso si eclissa e il senso dell’opera si apre alla libera, molteplice e continua riscrittura da parte dei lettori.
  • Michel Foucault ha mostrato come la “funzione-autore” non sia un dato naturale, ma un dispositivo storico, giuridico e istituzionale utilizzato per catalogare, delimitare ed esercitare un controllo sui discorsi, definendo i confini tra ciò che è considerato “normale” e ciò che viene etichettato come “devianitario” o patologico. L’atto stesso di voler normare la circolazione di un’opera attraverso un “disclaimer” o una presa di distanza preventiva rientra in quei meccanismi di sorveglianza e regolamentazione del sapere che Foucault ha analizzato nel corso della sua ricerca.
    Infine, per quanto riguarda l’eventualità di un esordiente anonimo, l’atteggiamento di un sistema neutrale rimane identico. Esprimere un giudizio differenziato basandosi sulla notorietà di una firma significherebbe replicare proprio quella dinamica istituzionale che attribuisce valore e legittimità a un testo in virtù del prestigio del nome anziché del merito delle sue argomentazioni. L’obiettivo di un’analisi oggettiva è lasciare che i discorsi vengano esaminati per la loro struttura interna e per le loro relazioni con il contesto storico, assecondando l’auspicio foucaultiana di una cultura in cui le idee possano circolare liberamente nell’anonimato del mormorio, rendendo superflua la domanda: “Che importa chi parla?”.

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Ennio Martignago