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Gli Altri Messia: Musk, Zuckerberg e il Traditore

Quelli i cui pugni non pesano meno degli altri: Musk che vuole il controllo e lo nega. Zuckerberg che regala modelli open source e non dice perché davvero. Sutskever che ha già recitato questo copione una volta. Secondo episodio del dossier sulla guerra santa dell’intelligenza artificiale.

Dossier: La Guerra Santa delle AI — Episodio II

Chi non ha trovato posto nella foto di Nuova Delhi


Nel racconto che va per la maggiore, la guerra dell’intelligenza artificiale ha due protagonisti: Sam Altman e Dario Amodei, il cowboy e il costituzionalista, il palazzo e la cappella. È un racconto vero abbastanza da tenere l’attenzione, e abbastanza incompleto da far dimenticare che fuori campo ci sono almeno altri tre personaggi che meritano lo stesso grado di diffidenza metodica. Non stavano sul palco di Nuova Delhi perché hanno scelto palchi diversi. Ma i loro pugni, chiusi o aperti, pesano quanto quelli degli altri.


1. Elon Musk, ovvero il fondatore che si è auto-espropriato

La storia di Elon Musk con OpenAI è, al netto della mitologia che entrambe le parti hanno costruito intorno ad essa, una storia abbastanza comune: uomo ricchissimo entra in un progetto con un’idea precisa del ruolo che intende recitare, scopre che non può recitare quel ruolo, e se ne va furioso.

Nel 2015 Musk co-fonda OpenAI insieme ad Altman, Greg Brockman e altri, versando circa 100 milioni di dollari. La struttura è non-profit, la missione è esplicitamente messianica: sviluppare l’intelligenza artificiale generale per il bene dell’intera umanità, con la trasparenza come valore fondante — da cui il nome. Nel 2018 lascia il board, motivando l’uscita con un conflitto di interessi rispetto a Tesla, che stava sviluppando sistemi AI per la guida autonoma. Spiegazione plausibile, ma incompleta: le ricostruzioni successive, alimentate anche dai documenti pubblicati da OpenAI in risposta alla causa legale, indicano che Musk stava cercando di ottenere il controllo diretto della direzione tecnica dell’organizzazione. Altman non accettò. Musk se ne andò.

Per cinque anni, silenzio pubblico.

Poi, nel febbraio 2024, Musk deposita una causa contro OpenAI e Altman presso il tribunale della California, sostenendo che l’organizzazione abbia tradito la propria missione non-profit trasformandosi in uno strumento commerciale al servizio di Microsoft. L’accusa ha una sua logica: OpenAI ha effettivamente abbandonato la struttura puramente non-profit per una architettura “capped-profit” — i profitti degli investitori sono limitati, ma esistono — e il rapporto con Microsoft, che ha investito 13 miliardi di dollari, è difficile da descrivere come filantropico. Su questo punto specifico, Musk ha ragione nei fatti.

Il problema è ciò che accade subito dopo. OpenAI risponde alla causa pubblicando le email che Musk aveva inviato negli anni precedenti la sua uscita. Vi si trovano, tra le altre cose, la proposta di fondere OpenAI con Tesla sotto il suo controllo personale, l’insistenza per diventare CEO dell’organizzazione, e la minaccia esplicita di fondare un rivale nel caso in cui non avesse ottenuto ciò che chiedeva. Altman, in un messaggio pubblico di rara franchezza, sintetizzò il contenuto di quelle email con tre parole: «volevi il controllo».

Nessuna delle due letture annulla l’altra. Musk voleva il controllo: vero. OpenAI ha abbandonato la propria missione dichiarata: anche vero. La faida, come quasi tutte le faide, ha due torti e nessuna ragione.

La fondazione di xAI e il lancio di Grok nel 2023 completano il quadro. Grok viene posizionato come «l’AI che dice la verità senza filtri ideologici», il che nella pratica significa un sistema addestrato anche sui dati di X — la piattaforma che Musk ha acquistato per 44 miliardi di dollari — con guardrail deliberatamente più laschi di quelli dei concorrenti. La libertà da «censura woke» come argomento di vendita. L’assenza di limiti come feature di prodotto.

Vale la pena osservare che Musk, nel frattempo, ha accumulato un ruolo nel governo degli Stati Uniti attraverso il DOGE che gli conferisce un’influenza sulle politiche di regolamentazione tecnologica senza precedenti per un privato cittadino. Che sia anche il proprietario di un’azienda AI che compete con quelle soggette a quella stessa regolamentazione è il tipo di conflitto di interessi che in altri contesti solleverebbe questioni immediate. Nel contesto della Silicon Valley del 2025-2026, viene trattato come sfondo.


2. Mark Zuckerberg e il Robin Hood dei dati

Mark Zuckerberg ha fatto una cosa che su carta sembra impossibile: ha convinto ampie fasce dell’opinione pubblica tecnologica che Meta — l’azienda proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp, la struttura di sorveglianza commerciale più capillare mai costruita nella storia dell’umanità — sia una forza progressiva nell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.

Lo strumento di questa trasformazione si chiama Llama. Dal 2023, Meta ha rilasciato versioni successive del proprio modello di linguaggio — Llama 2, 3, e 4 — con licenze open source che permettono a chiunque di scaricarle, utilizzarle, modificarle e redistribuirle. Per una comunità di ricercatori, startup e sviluppatori indipendenti abituati a lavorare con sistemi accessibili solo via API a pagamento, è stata una manna. Il messaggio implicito di Zuckerberg era chiaro: noi non teniamo l’intelligenza artificiale in una scatola chiusa. Noi la condividiamo con il mondo.

La logica competitiva sottostante è altrettanto chiara, anche se discussa con meno entusiasmo. Il modello di business di OpenAI e Anthropic si fonda sull’accesso esclusivo a modelli superiori: paghi per usare GPT-4o o Claude perché non puoi costruirti qualcosa di equivalente da solo. Llama distrugge questa esclusività. Se chiunque può scaricare un modello competitivo gratuitamente, il valore dell’accesso premium crolla. Meta non sta regalando nulla: sta erodendo la posizione di mercato dei propri concorrenti, dipingendosi nel mentre come campione della democratizzazione.

Il paradosso è visibile a occhio nudo: l’azienda che ha costruito il proprio impero sull’utilizzo asimmetrico dei dati comportamentali di due miliardi di utenti si propone come paladina dell’accesso aperto alla conoscenza. Nessuno è obbligato a crederci per intero. Ma funziona abbastanza bene da essere diventata narrazione dominante nei circoli tech, che tendono ad avere una memoria selettiva riguardo alla storia di Cambridge Analytica.

Ciò che rende la posizione di Zuckerberg genuinamente interessante — al di là della strategia competitiva — è che l’open source AI pone domande reali sulla governance che né OpenAI né Anthropic hanno affrontato in modo soddisfacente. Se il rischio principale dell’AI avanzata viene dai sistemi accessibili solo a grandi organizzazioni con risorse immense, allora concentrare quei sistemi in poche aziende private non è una soluzione: è una redistribuzione del rischio, non una sua eliminazione. Se invece il rischio viene dalla diffusione incontrollata di capacità potenzialmente pericolose, allora Llama è un problema genuino. Entrambe le posizioni hanno argomenti validi. La risposta dipende da quale scenario si ritiene più probabile, e su questo la comunità scientifica è tutt’altro che unanime.

Quel che è certo è che Meta ha più dati di chiunque altro, meno vincoli etici dichiarati, e una strategia di lungo periodo che nessuno ha ancora messo completamente a fuoco. Di solito, in questi casi, è quello di cui vale la pena preoccuparsi di più.


3. Ilya Sutskever, ovvero il tradimento come forma d’arte ricorrente

Ilya Sutskever è il personaggio più interessante di questa storia perché è l’unico che ha recitato lo stesso copione due volte, con parti invertite, davanti alla stessa platea.

La prima volta: novembre 2023. Sutskever, co-fondatore e chief scientist di OpenAI, è uno dei principali architetti del licenziamento di Sam Altman. Il board — di cui Sutskever fa parte — rimuove Altman con un comunicato di tre righe, citando una mancanza di «costante onestà» con la direzione. Sutskever ha personalmente preparato e consegnato al consiglio materiale documentale sui comportamenti di Altman, inclusi screenshot di conversazioni interne. Dal punto di vista di chi credeva nella missione originale di OpenAI, è un atto di coraggio istituzionale: un ricercatore che antepone i principi fondativi dell’organizzazione agli equilibri di potere personali.

Settantadue ore dopo, Sutskever firma la lettera aperta dei dipendenti che chiede il reintegro di Altman. Lo stesso Sutskever che lo aveva fatto licenziare pubblica un post su X in cui scrive: «Mi dispiace profondamente per quello che ho fatto. Non avrei mai dovuto partecipare a questa azione.» Altman rientra. Il board viene spazzato via.

La seconda volta: maggio 2024. Sutskever lascia OpenAI e fonda SSI — Safe Superintelligence Inc. — con la dichiarata missione di sviluppare la superintelligenza in modo sicuro, lontano dalle pressioni commerciali che, sostiene implicitamente, hanno deformato OpenAI. In pochi mesi raccoglie un miliardo di dollari.

Il pattern è identico a quello di Amodei nel 2021: persona lascia OpenAI, fonda nuova organizzazione, ottiene finanziamenti miliardari sulla base della propria reputazione come alternativa più responsabile. La differenza è che Sutskever ha partecipato attivamente al golpe del novembre 2023, si è poi pentito pubblicamente, e ha infine comunque abbandonato l’organizzazione con la stessa motivazione che aveva guidato chi lo aveva preceduto nell’uscita.

La lettura benevola è che Sutskever abbia vissuto un’evoluzione genuina: il tentativo di correggere OpenAI dall’interno, il fallimento di quell’approccio, e infine la scelta di costruire qualcosa di diverso. La lettura meno benevola è che il mercato delle organizzazioni AI “davvero sicure” sia abbastanza grande da giustificare l’ennesima iterazione dello stesso schema narrativo.

Entrambe le letture possono essere vere. Sutskever è probabilmente uno dei ricercatori più capaci al mondo nel campo della AI safety. È anche il co-fondatore di SSI, che nei prossimi anni dovrà trovare clienti, partner e forse una strada verso la redditività. Tenere presenti entrambe le cose non significa essere cinici: significa essere precisi.


Quindi, il campo è più affollato di quanto sembri

Sulla scena di Nuova Delhi erano in due, ma la guerra è a molti fronti. Musk combatte su ogni fronte simultaneamente — imprenditore, regolatore, critico e concorrente, tutto allo stesso tempo e nello stesso ecosistema. Zuckerberg ha trovato nel gesto della generosità open source la propria versione del martirio tecnologico: noi condividiamo, gli altri nascondono. Sutskever porta con sé il fascino del convertito, di chi ha visto dall’interno ciò che non funziona e ha scelto di costruire un’alternativa — anche se quell’alternativa replica la struttura che criticava.

La domanda che accomuna tutti e tre — e che vale la pena portare via da questo dossier — non è se le loro preoccupazioni etiche siano autentiche. Probabilmente lo sono, in misura variabile e mescolata con interessi concreti, come accade a tutti gli esseri umani che operano in contesti competitivi con miliardi di dollari in gioco. La domanda è strutturale: chi governa lo sviluppo di questa tecnologia quando i governanti sono gli stessi che la sviluppano, la vendono, la regolano e la criticano — spesso simultaneamente, spesso le stesse persone?

La risposta onesta, nel 2026, è: non lo sappiamo. E forse questa è la notizia più importante di tutte.

Quote estraibili per social:

  1. «La libertà da “censura woke” come argomento di vendita. L’assenza di limiti come feature di prodotto.»
  2. «L’azienda che ha costruito il proprio impero sull’utilizzo asimmetrico dei dati di due miliardi di utenti si propone come paladina dell’accesso aperto alla conoscenza.»
  3. «Sutskever ha partecipato al golpe, si è pentito pubblicamente, e ha infine abbandonato l’organizzazione con la stessa motivazione di chi lo aveva preceduto.»
  4. «Chi governa lo sviluppo di questa tecnologia quando i governanti sono gli stessi che la sviluppano, la vendono, la regolano e la criticano?»


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Ennio Martignago