Dal diario di un bambino che frequentava la comunità spirituale di Thich Nhat Hanh abbiamo raccolto questo libro postumo, frutto di dialoghi durante le lunghe camminate nella natura, ricco di un insegnamento prezioso per guidarci nella vita. È vero che la maggior parte di noi non è più bambina, ma proprio la loro capacità di sorprendersi e di costringerci a risposte semplici e sincere aiuta l’insegnanti ad essere semplici e ad immergersi nell’esperienza priva di astrazioni e categorie. Buone letture!
Senza fango, niente loto.
A fine agosto succede una cosa nel giardino che la maggior parte delle persone non nota, perché la maggior parte delle persone guarda i giardini quando sono belli e smette di guardarli quando cominciano a non esserlo più. La cosa che succede è questa: la bellezza e il disfacimento accadono insieme. Nello stesso metro quadro, nello stesso momento, con la stessa luce.
Le rose rampicanti sul muro della comunità erano al loro secondo fiore — quello tardivo, più piccolo e meno ordinato del primo, ma più intenso nel colore e nel profumo, come se la pianta, sapendo che non le restava molto tempo, concentrasse tutto il suo sforzo nell’ultima fioritura. Accanto alle rose aperte c’erano rose morte — petali marroni, secchi, accartocciati su se stessi come pugni di vecchi che non si aprono più. E accanto alle rose morte c’erano boccioli nuovi, gonfi, quasi pronti, con quel colore verde-rosato che è la promessa di qualcosa che non è ancora ma che sarà. Tre stadi sulla stessa pianta, a volte sullo stesso ramo: il bocciolo, il fiore, il fiore morto. Il futuro, il presente, il passato. Tutti insieme, tutti adesso.
L’aria aveva quell’odore di fine estate che è un odore composito — dolce e marcescente allo stesso tempo, come se il profumo dei fiori e l’odore della decomposizione si fossero mescolati in una fragranza che non è né l’uno né l’altro ma qualcosa di terzo, qualcosa che parla di trasformazione. Il sole era più basso di un mese fa — non nel cielo del giorno, dove era ancora alto e caldo, ma nel cielo del mattino e della sera, dove la luce arrivava più obliqua, più lunga, più dorata, come se il sole stesse cominciando a salutare l’estate senza avere il coraggio di dirtelo apertamente.
Li portai dal compost.

Il compost della comunità stava dietro l’orto, in un angolo che nessuno visitava volentieri. Era un cumulo grande — alto quanto Tommaso, largo il doppio — fatto di tutto ciò che l’orto e la cucina scartavano: bucce di patata, foglie di lattuga appassite, gusci d’uovo, fondi di caffè, erbacce strappate, pomodori marciti, avanzi di pane, torsoli di mela. Tutto quello che la vita aveva usato e di cui non aveva più bisogno. Il rifiuto. Lo scarto. La spazzatura.
Il cumulo fumava. Non di fuoco — di vita. All’interno, la decomposizione produceva calore. Miliardi di batteri, funghi, insetti microscopici lavoravano in quel buio caldo e umido, sminuzzando, digerendo, trasformando ciò che era stato cibo in ciò che sarebbe diventato terra. Il vapore saliva dal cumulo nell’aria fresca del mattino come il fiato di un animale enorme e paziente, un animale che mangiava spazzatura e restituiva terra nera, ricca, profumata — la terra migliore del mondo, la terra che i giardinieri chiamano “oro nero” e che è il fondamento di ogni giardino che valga qualcosa.
I bambini arricciarono il naso. Il compost non odora di rose. Odora di ciò che è: materia in trasformazione, il momento esatto in cui una cosa smette di essere se stessa e comincia a diventare qualcos’altro. Non è un odore cattivo — non è l’odore dell’immondizia, che è l’odore delle cose che marciscono senza scopo. È un odore fertile, scuro, antico, un po’ acido e un po’ dolce, l’odore del lavoro chimico più importante del pianeta: la restituzione della materia alla terra.
— Che schifo, — disse Tommaso, per la seconda volta in due passeggiate, il che stava diventando il suo contributo fisso alle situazioni olfattive.

Non commentai. Mi chinai e presi una manciata di compost maturo dalla base del cumulo — non la parte fresca in cima, dove si vedevano ancora le forme degli scarti, ma la parte bassa, quella che era lì da mesi e che ormai era diventata terra. Terra scura, friabile, calda al tatto, che si sgretolava tra le dita come cioccolato fondente. La tenni nel palmo aperto della mano.
— Guardate, — dissi.
Guardarono. Con circospezione, come si guarda qualcosa che potrebbe morderti.
— Cosa vedete?
— Terra, — disse Martina.
— E sei mesi fa, cos’era?
— Spazzatura, — disse Giacomo. — Bucce di patata. Fondi di caffè. Roba così.
— Roba così, — confermai. — E fra sei mesi, questa terra dove sarà?
— Nell’orto? — disse Sofia.
— Nell’orto. Sotto le radici dei pomodori. Dentro i pomodori. E poi nei piatti della cucina. E poi nei nostri corpi. La spazzatura di ieri diventa il cibo di domani. Niente si perde. Tutto circola. La buccia di patata di marzo è il pomodoro di agosto.
Posai la manciata di compost e mi pulii le mani sui pantaloni — un gesto che mia madre avrebbe disapprovato ma che era necessario, perché le mani sporche di terra sono mani che hanno toccato la verità di qualcosa, e le verità si toccano sempre con le mani nude.
— Adesso venite con me, — dissi.
Li portai nel roseto. Il roseto della comunità era a trenta passi dal compost — trenta passi che separavano due mondi che sembravano opposti e che erano la stessa cosa. Le rose erano in piena fioritura tardiva: rosse, bianche, gialle, rosa antico, quel colore che si chiama color salmone e che non assomiglia a nessun salmone che io abbia mai visto ma che assomiglia moltissimo all’interno di certe conchiglie. Le api le lavoravano. Le farfalle le visitavano. Il profumo era così denso che quasi lo sentivi sulla pelle, come una pioggia leggera e odorosa.

Mi fermai davanti a un cespuglio di rose rosse, il più rigoglioso del roseto, con fiori grandi come il pugno di un bambino e foglie lucide e sane, di quel verde scuro che è il segno della buona salute in una pianta. Mi chinai e colsi una rosa. La tenni nella mano destra. Poi tornai al cumulo del compost, presi un’altra manciata di terra scura e la tenni nella mano sinistra.
Tornai dai bambini. Mi misi in piedi davanti a loro con la rosa nella mano destra e il compost nella mano sinistra. Come una bilancia. Come una domanda.
— Qual è la rosa e qual è la spazzatura? — chiesi.
— La rosa è nella destra, — disse Giacomo, che trovava la domanda stupida, e aveva ragione — era stupida. Ma le domande stupide sono spesso le porte delle risposte più importanti.
— Sì. Ma guardate meglio. Questa rosa — annusatela.
Passai la rosa. La annusarono uno per uno. Il profumo di una rosa fresca appena colta è un profumo che cambia — la prima nota è dolce, quasi troppo dolce, poi arriva qualcosa di più fresco, più verde, come l’odore della pioggia, e poi sul fondo c’è qualcosa di terroso, qualcosa che ricorda — se il tuo naso è attento, se non hai fretta — l’odore del compost.
— Da dove viene questa rosa? — chiesi.
— Dal cespuglio, — disse Sofia.
— E il cespuglio da dove prende il suo nutrimento?
Pausa. Poi Amina, che aveva capito:
— Dalla terra.
— Dalla terra. E quale terra? Quella terra là. — Indicai il cumulo di compost con la mano che lo teneva ancora. — Questa spazzatura è diventata quella rosa. Le bucce di patata di marzo sono diventate i petali rossi di agosto. Il fondo di caffè della colazione di qualcuno è diventato questo profumo che avete appena respirato. La rosa è fatta di spazzatura.

Giacomo aprì la bocca per obiettare — potevo vederlo, il suo riflesso di custode del senso letterale che si preparava a dire “non è esattamente così, c’è anche il sole e l’acqua” — ma poi la richiuse. Aveva imparato, nel corso delle passeggiate, che le mie affermazioni che sembravano imprecise contenevano una precisione diversa, una precisione che non riguardava i fatti ma i significati.
— E adesso guardate questo, — dissi, sollevando il compost. — Questa terra, tra sei mesi, sarà una rosa. O un pomodoro. O una lattuga. O un filo d’erba. La spazzatura diventerà fiore. Il fiore diventerà spazzatura. La spazzatura diventerà fiore. Un cerchio senza fine. Senza inizio.
— Come l’inter-essere, — disse Luca.
— Come l’inter-essere. La rosa e la spazzatura inter-sono. Se guardo la rosa, posso vederci la spazzatura. Se guardo la spazzatura, posso vederci la rosa. Non sono due cose diverse. Sono la stessa cosa in due momenti diversi della trasformazione. Come l’acqua e il ghiaccio. Come la nuvola e la pioggia.
Posai la rosa e il compost sull’erba, uno accanto all’altro. Il rosso e il nero. Il profumo e l’odore. Il bello e il brutto. Eccoli lì, separati da dieci centimetri, e separati da niente.
— E noi? — chiese Martina. La domanda che arrivava sempre. Martina aveva questo talento: aspettava che la metafora fosse completa, che il paesaggio fosse disegnato, e poi piantava la bandiera nel punto esatto dove la metafora toccava la vita.
— E voi.
— Anche noi siamo rosa e spazzatura?
— Anche voi. Dentro ognuno di voi — ricordate il giardino? — ci sono semi di gioia e semi di rabbia. Lo abbiamo visto. Ma la cosa che non vi ho detto la settimana scorsa è questa: non sono semi diversi. Sono lo stesso seme in momenti diversi. La vostra tristezza — quella che sentite quando siete soli, o quando qualcuno vi tratta male, o quando il mondo sembra troppo grande e voi troppo piccoli — quella tristezza è spazzatura. Vi sembra brutta, vi sembra inutile, vorreste buttarla via. Ma non potete buttarla via, perché è il materiale con cui cresceranno i fiori.
— Non capisco, — disse Tommaso, onestamente.
— Tommaso, ti sei mai sentito davvero triste?
— Sì.
— E dopo la tristezza, quando è passata, ti sei sentito come prima o diverso?
Tommaso ci pensò. Ci pensò con quella serietà che gli veniva quando la domanda toccava qualcosa di vero, quando non poteva rispondere con una battuta o con un gesto da guerriero.
— Diverso, — disse. — Un po’ più… non so. Come se capissi meglio le cose.
— Ecco. Quella comprensione — quel “capisco meglio le cose” — è il fiore. E la tristezza era il fango da cui è cresciuto. Senza la tristezza, non avresti capito. Senza il fango, niente fiore. Il mio maestro lo diceva con tre parole: senza fango, niente loto.
— Il loto?

— Il fiore di loto. È un fiore che cresce nei laghi e negli stagni — quelli con il fondo fangoso, l’acqua torbida, il fondo pieno di foglie marcite e detriti. Il loto affonda le sue radici nel fango più sporco, nel fondo più scuro, e da quel fango tira su uno stelo che attraversa l’acqua e sbuca in superficie, e lì, sopra l’acqua, si apre un fiore. Il fiore più bello che esista. Bianco, o rosa, con petali che l’acqua non bagna — la pioggia scivola via, il fango non lo tocca. Eppure è fatto di fango. Ogni atomo di quel fiore viene dal fondo dello stagno. La bellezza più pura nasce dal posto più sporco.
— Come il compost e la rosa, — disse Amina.
— Esattamente come il compost e la rosa. E come voi. La vostra paura, la vostra rabbia, la vostra tristezza, la vostra gelosia — tutto ciò che vorreste non provare, tutto ciò che vi sembra sbagliato o brutto o vergognoso — quello è il vostro fango. E senza quel fango, non potete far crescere nessun loto. Nessuna comprensione. Nessuna compassione. Nessuna saggezza. I fiori crescono dalla spazzatura. Sempre. Solo dalla spazzatura.
Il silenzio che seguì non era un silenzio vuoto. Era un silenzio pieno, come un frutto maturo è pieno, come lo stagno è pieno d’acqua. I bambini guardavano la rosa e il compost sull’erba — due cose che mezz’ora prima avrebbero considerato opposte e che adesso vedevano come la stessa cosa. Il bello che contiene il brutto. Il brutto che contiene il bello. Il rifiuto che diventa nutrimento. Il nutrimento che diventa rifiuto. Il cerchio.
— Ma allora, — disse Sofia, e la sua voce aveva quel tono esitante che viene quando si sta per dire qualcosa che si sente ma che non si è sicuri di poter dire, — allora la sofferenza serve?
— Non direi che serve. Direi che non è inutile. È un materiale. Come il legno è un materiale per il falegname. Il falegname non ama il legno grezzo — è ruvido, pieno di schegge, pesante. Ma sa che da quel legno può fare una sedia, un tavolo, una culla per un bambino. La sofferenza è il legno grezzo. Non la cerchi. Non la desideri. Ma quando arriva — e arriva, sempre, a tutti — puoi fare una scelta: puoi buttarla nella spazzatura e lasciarla marcire senza scopo, oppure puoi metterla nel compost. Puoi lasciarla trasformarsi. Puoi lasciare che diventi comprensione, che diventi gentilezza, che diventi quel “capisco meglio le cose” di cui parla Tommaso.
— E come si fa? — chiese Martina. — Come si mette la sofferenza nel compost?
— Come abbiamo fatto la settimana scorsa allo stagno. Vi ricordate? Quando siete tristi, o arrabbiati, o spaventati, vi fermate. Respirate. Guardate quello che sentite senza cercare di cacciarlo via. “Inspirando, so che la tristezza è in me. Espirando, mi prendo cura della mia tristezza.” E la tristezza, a poco a poco, si trasforma. Non scompare — niente scompare, la rosa non scompare quando diventa compost, il compost non scompare quando diventa rosa. Si trasforma. Cambia forma. Diventa qualcos’altro. Qualcosa che potete usare.
Mi alzai e tornai al cumulo di compost. Presi un’altra manciata e la portai ai bambini.
— Toccatela.
Esitarono. Tommaso fece una faccia. Poi Martina allungò la mano — Martina che non aveva paura di niente, o che aveva paura di molte cose ma non lo dava mai a vedere — e io le versai un po’ di compost nel palmo. Lo toccò con le dita dell’altra mano. Lo sentì. Lo annusò.
— Non è cattivo, — disse, sorpresa. — È caldo. E odora di… bosco?
— Bosco, — confermai. — Sottobosco. L’odore delle foglie che diventano terra. L’odore della trasformazione.

Uno per uno, i bambini toccarono il compost. Anche Tommaso, che dopo la faccia iniziale si era arreso alla curiosità — la curiosità nei bambini batte il disgusto nove volte su dieci, e questa era una delle nove. Lo tenevano nel palmo, lo sbriciolavano tra le dita, lo annusavano. Giacomo trovò un pezzetto di guscio d’uovo — bianco, fragile, ancora riconoscibile nella massa scura — e lo tenne in alto come una scoperta archeologica.
— Questo era un uovo, — disse.
— Era un uovo. E prima di essere un uovo?
— Una gallina.
— E prima della gallina?
— Un altro uovo, — disse Giacomo, e rise, perché il cerchio era perfetto e ridicolo e vertiginoso, come la ghianda che contiene la quercia che contiene la ghianda che contiene la quercia.
— E la gallina, — aggiunsi, — mangiava i vermi che mangiavano il compost che conteneva i gusci delle uova precedenti. La gallina mangiava se stessa. O meglio: la gallina mangiava la propria trasformazione. Tutto mangia la propria trasformazione. Anche voi. Il pomodoro che avete mangiato la settimana scorsa era fatto della stessa terra che adesso tenete in mano. E voi siete fatti di quel pomodoro. E un giorno — molto lontano, non preoccupatevi — un giorno i vostri corpi torneranno alla terra. E da quella terra cresceranno altri pomodori, e altri bambini li mangeranno, e in quei bambini ci sarete un po’ anche voi.
Non lo dissi con solennità. Lo dissi come un fatto — come si dice che domani pioverà o che le mele sono mature. Perché era un fatto. Il più ordinario e il più straordinario dei fatti: niente si crea, niente si distrugge, tutto si trasforma. Lo diceva Lavoisier, lo diceva il Buddha, lo dicono le foglie ogni autunno quando cadono e ogni primavera quando ritornano.
Tornammo a sederci tra le rose. Il contrasto era adesso consapevole — non più il bello contro il brutto, ma il bello che viene dal brutto, il brutto che diventerà bello. I bambini guardavano le rose con occhi diversi. Non più lo sguardo estetico — “che bella rosa” — ma lo sguardo dell’inter-essere: “quella rosa è fatta di bucce di patata e fondi di caffè e gusci d’uovo e sudore di giardiniere e luce di sole e acqua di pioggia e tempo e pazienza e decomposizione.”
— C’è un’altra cosa, — dissi. — Un buon giardiniere non guarda la spazzatura con disgusto. Un buon giardiniere guarda un cumulo di scarti e ci vede — cosa?
— I fiori, — disse Amina.
— I fiori. Guarda le bucce di patata e vede già i pomodori di agosto. Guarda i fondi di caffè e vede già le rose di settembre. Non butta via la spazzatura. Non la odia. Non la nasconde. La mette nel posto giusto e la lascia lavorare. E voi, — pausa, — potete fare la stessa cosa con la vostra spazzatura interiore. La paura che sentite prima di un esame — non buttatela via. Mettetela nel compost. Lasciatela trasformarsi. Diventerà attenzione. La tristezza di quando perdete qualcuno — non cacciatela. Mettetela nel compost. Diventerà tenerezza. La rabbia — ne abbiamo parlato la settimana scorsa — non combattetela. Mettetela nel compost. Diventerà comprensione. La spazzatura è il materiale. La consapevolezza è il calore che la trasforma. Senza l’una, l’altro non serve. Senza l’altro, l’una resta spazzatura.
Luca, che durante tutta la passeggiata era stato silenzioso — non il silenzio ostile del capitolo precedente, ma un silenzio attento, il silenzio di chi ascolta qualcosa che lo riguarda molto da vicino — Luca parlò.
— Quindi la mia rabbia, — disse, — quel seme grande di cui avevo parlato. Non devo eliminarlo.
— No.
— Devo compostarlo.

Non avevo mai usato quella parola — “compostare” — come verbo transitivo applicato alle emozioni. Luca l’aveva inventata sul momento, e funzionava perfettamente. Compostare la rabbia. Mettere la rabbia nel posto giusto, al caldo e al buio, e lasciarla lavorare. Lasciarla sminuzzare dai batteri della consapevolezza. Lasciarla diventare terra — terra scura, ricca, calda, da cui potrà crescere qualcosa.
— Devi compostarla, — dissi. — Sì. Esattamente.
Luca guardò le sue mani. C’era ancora del compost tra le dita — quella terra nera, ricca, quella spazzatura trasformata. La guardò a lungo. Poi chiuse la mano su di essa, come aveva chiuso la mano sul ciottolo Montagna al fiume, e la tenne stretta.
Ci alzammo per tornare. Il sole era già basso — la luce di fine agosto scende presto, come se il giorno avesse fretta di finire, come se sapesse che l’estate sta per andarsene e volesse abbreviare l’attesa. Camminavamo tra il roseto e il compost, e l’odore delle rose e l’odore della terra si mescolavano nell’aria in quella fragranza impossibile che è l’odore della trasformazione, l’odore di ciò che muore e di ciò che nasce nello stesso respiro.
Al cancello, Sofia si fermò e guardò indietro — verso il compost e il roseto, ormai lontani, visibili come due macchie di colore nel paesaggio: una scura e una colorata.
— Sono la stessa cosa, — disse. Non come domanda. Come constatazione. Come chi guarda due fotografie di una persona a vent’anni di distanza e dice: è la stessa persona.
— Sono la stessa cosa, — confermai.
Sofia annuì e se ne andò. Poi si fermò, si voltò, e disse una cosa che non mi aspettavo — una cosa che veniva dal posto dove i bambini tengono le idee che non hanno ancora le parole giuste, e che a volte escono così, imperfette e perfette, come fiori selvatici che crescono dove nessuno li ha piantati.
— Quindi anche le cose brutte che mi succedono, — disse, — sono… il compost per qualcosa di bello che non conosco ancora?
— Forse, — dissi. — Non sempre. Non automaticamente. La spazzatura diventa compost solo se la metti nel posto giusto, al caldo, con pazienza. Se la butti in un sacchetto di plastica e la chiudi, resta spazzatura per sempre. La differenza è la consapevolezza. La differenza è il respiro. La differenza è il non scappare da ciò che è brutto ma restare, guardare, tenere, aspettare.
Sofia mi guardò con quell’intensità che hanno gli occhi dei bambini quando sono completamente presenti — un’intensità che gli adulti perdono verso i tredici, quattordici anni e che poi passano il resto della vita a cercare di ritrovare nelle chiese, nei musei, nelle sale di meditazione, nei letti degli amanti.
— Aspettare che diventi rosa, — disse.
— Aspettare che diventi rosa.
Se ne andò. I bambini se ne andarono. Il cancello si chiuse. Restai solo con l’odore delle rose e l’odore del compost, e con il ricordo di Luca che chiudeva la mano sulla terra scura e la teneva stretta, come si tiene qualcosa di prezioso — perché era prezioso, quel pugno di spazzatura trasformata, quel pugno di fango che era diventato terra che sarebbe diventato fiore che sarebbe diventato fango che sarebbe diventato terra.
Senza fango, niente loto.
Senza spazzatura, niente rose.
Senza notte, niente alba.
Non c’è bisogno di scegliere tra i due. Sono la stessa cosa. Sono sempre stati la stessa cosa. La rosa lo sa. Il compost lo sa. Il giardiniere lo impara. E i bambini — i bambini, con le loro mani sporche di terra e le loro tasche piene di ciottoli — i bambini lo sapevano già, solo che nessuno glielo aveva mai detto con le parole giuste.
A volte le parole giuste sono: senza fango, niente loto.
A volte sono: aspettare che diventi rosa.
A volte non servono parole. Basta il compost nel palmo, e la rosa nell’aria, e il cerchio che non ha inizio e non ha fine.
Senza fango, niente loto.
La rosa è fatta di spazzatura.
La spazzatura è fatta di rosa.
E in mezzo, il calore paziente
della trasformazione.
Citazioni
- “Senza fango, niente loto. La rosa è fatta di spazzatura. La spazzatura è fatta di rosa.”
- “La mia rabbia — quel seme grande — non devo eliminarlo. Devo compostarlo.” — Luca, 11 anni
- “Aspettare che diventi rosa.”
- “Un buon giardiniere guarda un cumulo di scarti e ci vede i fiori. Non butta via la spazzatura. Non la odia. Non la nasconde. La mette nel posto giusto e la lascia lavorare.”
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