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Protagonisti - Interviste e biografie

“Passeggiate con Thay e con i bambini”: Capitolo 11 — L’orecchio che contiene il mondo

Sei bambini scoprono che il silenzio non è il contrario del suono: è il suono che respira. Thay li guida a toccare l’antica corteccia di una quercia, a sentire come l’ascolto profondo è un atto del corpo intero.

Quella mattina il cielo non aveva colore — aveva trasparenza. Non era azzurro, non era grigio: era semplicemente l’aria che diventava visibile, il confine tra lo spazio e il respiro. Nel bosco dove stavamo camminando, le foglie cadevano lentamente, non tutte insieme ma una per volta, ciascuna secondo una logica che solo l’albero conosceva. Non c’era vento, o almeno non il tipo di vento che puoi sentire sulla pelle. C’era qualcosa di più sottile — una corrente di aria che era quasi una conversazione tra le altezze, gli alberi che si parlavano attraverso il movimento delle loro estremità.

Avevamo scelto il bosco quella mattina perché Thay aveva detto che il bosco aveva qualcosa da insegnare sui ritmi, e tutti noi, anche senza comprenderlo esattamente, sapevamo che avevamo bisogno di qualcosa sui ritmi. Gli ultimi giorni erano stati rumorosi: i bambini giocavano a un gioco che sembrava richiedere grida continue, le discussioni intorno al fuoco la sera diventavano sempre più animate, e io stesso mi ero accorto di avermi parlato spesso a voce alta, come se il mio pensiero non riuscisse a stare nei confini del silenzio mentale.

I sei bambini camminavano davanti a noi in una formazione che era già più ordinata di quanto sarebbe stata una settimana prima. Non per comando — Thay non dava ordini su come camminare — ma semplicemente perché il bosco richiedeva una certa risposta. Le radici sporgenti insegnavano attenzione. Il fango morbido insegnava il passo leggero. Sofia e Martina camminavano insieme, ma non chiacchieravano come al solito: il bosco le aveva silenziose. Luca saltellava ancora, ma diversamente, con un ritmo più consapevole, come se il suo saltello fosse una domanda posta al bosco. Giacomo raccoglieva ancora cose, ma le cose che raccoglieva erano diverse — foglie intere, non frantumi. Amina e Tommaso procedevano lentamente, mano nella mano, e il loro passo era quasi meditativo.

Thay camminava davanti, ma non molto davanti. Era alla distanza giusta perché potesse ancora sentire i respiri dei bambini, il loro movimento attraverso la vegetazione, il suono dei loro piedi. Lui non guardava davanti a sé come una persona che sa dove sta andando. Guardava tutto intorno, come se il bosco fosse un testo che stava leggendo simultaneamente da molteplici pagine.

Dopo circa venti minuti — e il tempo passava in modo strano nel bosco, poteva essere stata mezz’ora o potevano essere stati dieci minuti — Thay si fermò. Non disse “fermiamoci qui.” Semplicemente rallentò finché non si fermò, e noi tutti, per una sorta di contagio silenzioso, lo seguimmo nello stesso arresto. Eravamo in una piccola radura, il tipo di spazio che il bosco crea quando gli alberi si aprono per lasciare che la luce tocchi il suolo. Non era uno spazio che sembrava fatto per noi — era uno spazio che era semplicemente lì, indifferente alla nostra presenza, e la nostra presenza in esso era una grazia.

“Sediamoci,” disse Thay. “Ma prima di sederci, vi chiedo di fare una cosa difficile.”

Una cosa difficile. La frase rimase nell’aria, e io vidi i bambini assumere una posa di attenzione che era più corporea che mentale — i loro corpi si protesero leggermente in avanti, come se stessero per ricevere qualcosa di importante.

“Vi chiedo di stare seduti per dieci minuti senza parlare. Non è meditazione. Non è esercizio spirituale. È semplicemente stare seduti. E ascoltare.”

Ascoltare. La parola suonava semplice, ma sapevo che Thay aveva una relazione particolare con la semplicità — le parole semplici, in bocca a lui, spesso contenevano abissi.

Luca respirò forte — il tipo di respiro che fanno i bambini quando hanno sentito una sfida. “Ascoltare cosa?” chiese.

“Ascoltare quello che il bosco sta dicendo in questo momento,” rispose Thay. “Non c’è una risposta giusta. Non c’è una risposta sbagliata. Solo: ascoltare. Con le orecchie, sì, ma anche con il resto del corpo. Un orecchio,” e qui Thay toccò il suo orecchio destro, leggermente, con un dito, “è solo la parte visibile. L’orecchio che conta è tutto il corpo che riceve il suono.”

Noi ci sedemmo. I bambini si sistemarono in un semicerchio, e io rimasi leggermente appartato, come al solito, per osservare. Thay si sedette insieme a loro, ma non in una posizione di autorità — si sedette come se fosse uno di loro, un bambino grande che stava facendo lo stesso esercizio.

I primi trenta secondi furono strani. Il silenzio sembrò amplificare ogni cosa — il fruscio di una foglia che cadeva che all’improvviso sembrava rumorosa, il canto di un uccello che di solito non avrei nemmeno notato e che ora sembrava essere il soggetto della riunione. Sentii Tommaso che si spostava leggermente, il suo corpo che cercava una posizione più comoda. Giacomo stava già immobile, le mani appoggiate sulle ginocchia, lo sguardo rivolto verso il basso in modo che gli occhi potessero stare aperti ma il focus fosse interno.

Poi successe qualcosa che non mi aspettavo. Luca, che era il bambino che secondo tutte le logiche avrebbe dovuto rompere il silenzio dopo trenta secondi — Luca aveva un’energia che non stava bene con il silenzio — Luca rimase seduto e immobile. Non solo immobile: quieto. C’era una differenza. L’immobilità è l’assenza di movimento. La quiete è la qualità di presenza che viene dal movimento che si è placato consapevolmente.

Sentii qualcosa cambiare nell’atmosfera della radura. Non era mistico o drammatico. Era più sottile. Era come se il bosco, che fino a quel momento ci aveva tollerato, iniziasse a riconoscerci come parte del suo stesso respiro.

Un’uccello cantò — non era un canto di allarme, era il canto quotidiano di una creatura che stava vivendo la sua mattina. Amina, che aveva gli occhi chiusi, sollevò un poco le palpebre. Non guardo il bosco, ma guardo l’interno della sua propria vista, come se stesse cercando di capire se il suono che aveva appena sentito era esterno o interno.

Thay non si mosse. Rimase seduto, e la sua qualità di attenzione era così marcata che diventava quasi tangibile. Non era l’attenzione di qualcuno che ascolta. Era l’attenzione di qualcuno che si è trasformato in ascolto.

Passò del tempo. Potevano essere tre minuti. Potevano essere sette. Io ero consapevole, osservando da dove stavo, di quanto fosse raro vedere sei bambini di età diversa, da cinque a dodici anni, seduti insieme senza che uno rompesse il silenzio per primo. Non era una repressione — il loro silenzio aveva una qualità di libertà, come se avessero scoperto che potevano stare seduti insieme senza bisogno di dire nulla e che questa scoperta fosse, di per sé, sufficiente.

Poi Thay fece qualcosa che mi sorprese. Aprì la bocca e produsse un suono. Non era una parola. Era una vocale — “aaaa” — prodotta molto dolcemente, come un sussurro che avesse larghezza. Tenne il suono per alcuni secondi, e poi lo lasciò andare. Il silenzio tornò.

I bambini aprirono gli occhi. Non tutti: Sofia e Tommaso li tenevano ancora chiusi. Ma la maggior parte aveva reagito al suono, non con allarme, ma come una pianta che si gira verso la luce.

“Avete sentito il suono?” chiese Thay.

Luca annuì. Giacomo annuì. Martina disse “sì” molto piano, quasi a se stessa.

“E avete sentito il silenzio dopo?”

Questa domanda era strana, perché il silenzio era assenza, e come si sente l’assenza? Ma i bambini capirono quello che Thay intendeva, perché Sofia aprì gli occhi e disse “il silenzio era diverso.”

“Diverso come?” chiese Thay, e la sua voce aveva quella qualità di genuina curiosità che lo caratterizzava — non era una domanda con una risposta nascosta dentro. Era una vera domanda.

“Più… pieno,” disse Sofia. E io sentii quella parola rimbalzare dentro di me. Più pieno. Sì. Il silenzio dopo il suono non era vuoto. Era come se il suono avesse creato uno spazio nel silenzio, e quel spazio si fosse riempito di qualcosa che non c’era prima.

Thay sorrise leggermente. Non era il sorriso di qualcuno che era stato confermato. Era il sorriso di qualcuno che aveva appena sentito la verità dai denti di una creatura che la stava scoprendo nel momento stesso in cui la pronunciava.

“L’orecchio,” disse, “non sente solo i suoni. Sente gli spazi tra i suoni. Il bosco sa questo. Perciò canta. Non per riempire il silenzio. Per farvi capire che il silenzio è pieno. Che il silenzio non è il contrario del suono. È il suono che respira.”

Io ascoltavo, e stavo also imparando. Stavo anche iniziando a capire — il che è stato uno dei doni nascosti di queste passeggiate con Thay — che il maestro non era solamente Thay. Il maestro era il bosco, e Thay era solo la voce che lo traduceva in un linguaggio che i bambini, e io, potevamo cominciare a intendere.

Thay fece un gesto. “Adesso voglio insegnare alle vostre mani cosa l’orecchio ha imparato.”

Si alzò, e tutti noi lo seguimmo nel rialzarci, i nostri corpi ancora semi-addormentati, come se fossero stati seduti per ore invece che per meno di dieci minuti. Mi accorsi che il sole aveva cambiato posizione — non di molto, ma il fatto che fosse cambiato significava che il tempo era effettivamente passato.

Thay ci guidò verso un albero particolare, una quercia massiccia che doveva avere almeno un secolo di vita, con la corteccia che aveva la texture di una pelle antica. Mise la palma della mano su quella corteccia e rimase così, in silenzio, per alcuni secondi.

“Ogni cosa che sentiamo con gli orecchi,” disse, “l’albero la sente con la pelle. La corteccia è l’orecchio dell’albero. Non sente le parole, ma sente le vibrazioni. Sente la pioggia. Sente il vento. Sente il sole che la riscalda. Sente quando vi avvicinate a lui. Persino adesso, voi state vibrando un poco, dalla vostra respirazione, dal vostro cuore, e l’albero lo sa.”

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“Come lo sa?” chiese Amina.

“Lo sa nel modo in cui tu sai che qualcuno ti sta guardando,” rispose Thay, “anche se non stai guardando direttamente quella persona. Lo sai perché ricevi l’intenzione dello sguardo. Allo stesso modo, l’albero riceve l’intenzione della vostra presenza.”

Uno per uno, ci avvicinò all’albero e ci mise la mano sulla corteccia. Non disse cosa dovessimo fare. Ma io vidi cosa succedeva: ogni bambino, nel momento in cui la loro mano toccava la corteccia, faceva qualcosa di diverso. Luca la toccava leggermente, come se stesse verificando che fosse reale. Sofia la strofinava, lentamente, e i suoi occhi si chiudevano. Giacomo la toccava e poi allontanava la mano subito, come se ricevesse una comunicazione intensa. Tommaso metteva entrambe le mani, come se stesse abbracciando, dal posto in cui poteva raggiungere.

Quando fu il mio turno, misi la mano sulla corteccia e rimasi sorpreso da cosa sentii. Non era fredda, come avrei immaginato — era tiepida, come se il legno stesso stesse respirando il sole della mattina. Sotto la mia mano, la texture era dolce, nonostante paresse ruvida a uno sguardo superficiale. E io, in quel momento, capii quello che Thay intendeva: l’ascolto non è una facoltà di una sola parte del corpo. L’ascolto è il corpo intero che si mette in relazione con il mondo attraverso il contatto.

Quando ci allontanammo dall’albero, nessuno parlò molto. Non c’era bisogno. I bambini stavano portando dentro di loro qualcosa che le parole avrebbero ridotto, non ampliato. Camminammo verso l’uscita del bosco lentamente, e io notai che anche il loro passo era cambiato — non era più il passo di bambini che stanno facendo una passeggiata. Era il passo di bambini che stanno portando il bosco dentro di loro, e camminano lentamente per assicurarsi di non farlo cadere.

Quando uscimmo nella luce più chiara del prato, Sofia si girò indietro e guardò gli alberi alle spalle. “Il bosco,” disse, “contiene il mondo.”

Thay guardò il bosco anche lui, come se lo vedesse per la prima volta. “No,” disse dolcemente. “Il bosco non contiene il mondo. Il bosco è il modo in cui il mondo impara a contenere se stesso. E il vostro orecchio, adesso, sa come fare la stessa cosa.”

Quella notte, mentre scrivevo queste note, mi domandai cosa significava avere un orecchio che contiene il mondo. Non è una cosa che si può spiegare a qualcuno che non l’ha provato. È simile a chiedere a una persona che non ha mai visto l’oceano di descrivere cosa significa stare in riva al mare.

Ma ora so questo: l’ascolto profondo non è una passività. Non è lo stare fermi e ricevere. È una forma di attività del corpo intero, una postura di apertura radicale, un’accettazione della presenza dell’altro — che sia il bosco, un albero, un bambino, il silenzio tra due note di un canto d’uccello.

E quando ascolti davvero, il confine tra te e il mondo si assottiglia. Non scompare — una certa distinzione rimane — ma diventa una membrana invece di un muro. E attraverso quella membrana passa il mondo, dentro di te, e tu passi dentro il mondo.

Thay una volta disse, il nostro ultimo giorno insieme, mentre stavamo seduti in quella radura, che l’orecchio è l’organo della resurrezione. Che ascoltare è un atto di ricordarsi di far parte di qualcosa che è sempre stato più grande del nostro corpo individuale.

Non so ancora se è vero. Ma so che da quella mattina nel bosco, quando metto la mano su una corteccia, quando ascolto il vento attraverso i rami, quando mi fermo nel silenzio tra due parole pronunciate, il mondo sembra meno separato da me.

E io sembro meno separato dal mondo.



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Ennio Martignago