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Cover Stories - Temi di riflessione

Passeggiate con Thay e con i bambini

Solstizio d’inverno, salita alla collina, la storia dell’eremita che non c’era e del pozzo che bastava. Penultimo capitolo delle Passeggiate con Thay.

Riassunto

Il ventuno dicembre è il giorno in cui la luce ha fretta, e forse per questo lo abbiamo scelto per la salita più lunga della serie. Portiamo i sei bambini sopra la comunità, fin dove il sentiero finisce e la valle si apre da tutte le parti, e per strada raccontiamo il ricordo d’infanzia che Thay ha ripetuto per tutta la vita: la montagna scalata per cercare un uomo saggio, la capanna trovata vuota, e dietro la capanna un pozzo con l’acqua più dolce mai assaggiata. Nessun insegnamento ricevuto, nessuna formula da portarsi via, e tuttavia un risveglio sulle pietre calde con addosso una felicità completa. Il pozzo era sufficiente. È una storia che, letta con attenzione, non consola quanto sembra. Sofia lo capisce prima di tutti e fa la domanda che chiude ogni via d’uscita: se l’eremita non serviva, perché sei salito? Non le rispondiamo, perché una risposta che quadra sarebbe una bugia elegante. Il pozzo stava lassù da prima e sarebbe rimasto anche dopo; l’eremita, esistito o inventato dal villaggio, è stato semplicemente il motivo per cui un ragazzino ha messo un piede davanti all’altro fino a quel punto della montagna. Chi cerca fuori qualcosa che ha già dentro non sta sbagliando strada: sta camminando, e il camminare è ciò che gli permette di accorgersene. Nel mezzo c’è una vasca di pietra vecchissima sul versante nord, un filo d’acqua che arriva da una fessura e non si sa da dove venga, e un bambino che per la prima volta tira fuori le mani dalle tasche. Poi la cima, la comunità piccolissima là sotto con il suo filo di fumo, e una frase che non spieghiamo. Da domani la luce si allunga di un pochino: il ritorno è già contenuto nel giorno più buio, solo che non si vede ancora.

Capitolo 19 — Il pozzo dell’eremita

Prima ancora che qualcuno bussasse alla mia porta, ero già sveglio, seduto sul bordo del letto, ad ascoltare il silenzio particolare che ha il mondo nel giorno più corto dell’anno. Non è un silenzio vuoto. È un silenzio pieno di cose che aspettano: la brina che si posa sui vetri disegnando piccole foreste bianche, il camino della casa comune che comincia a fumare con un filo sottile e dritto, perché non c’era un alito di vento a piegarlo, i primi passeri che si scambiano qualche nota incerta come se anche loro non fossero sicuri che valesse la pena cominciare la giornata. Ho aperto la finestra un dito appena, e il freddo è entrato come una lama pulita, senza cattiveria, solo con quella precisione che hanno le cose vere. Ho pensato: oggi il sole farà il giro più corto di tutto l’anno. Oggi la luce si concederà il minimo indispensabile, e poi, da domani, ricomincerà a darsi. Mi sono vestito a strati, come si fa quando si sa che si suderà in salita e si gelerà in vetta, e sono uscito sul prato dietro la casa. L’erba scricchiolava sotto gli scarponi con un rumore piccolo e secco, e ogni passo lasciava un’impronta scura nel bianco della brina, un segno che sarebbe scomparso entro un’ora, appena il sole basso avesse toccato quel lato del prato. Ho respirato a fondo. L’aria era così fredda e così limpida che sembrava avere un peso, una consistenza, come se si potesse quasi appoggiarci sopra una mano. Tommaso è arrivato per primo, ovviamente, con la sciarpa già mezza slegata e il fiato che gli usciva a raffiche bianche, come un piccolo treno a vapore lanciato controvento. Ha fatto tre giri di corsa intorno al noce spoglio prima ancora che io avessi finito di controllare i lacci degli scarponi, e al terzo giro ha rischiato di scivolare su una pozzanghera ghiacciata, si è ripreso con un balzo, e ha riso da solo di quanto era stato vicino a cadere.

«Si sale?» ha chiesto, senza nemmeno un buongiorno.

«Si sale.»

Giacomo è arrivato subito dopo, con il passo di chi ha già calcolato tutto quello che c’era da calcolare. Aveva contato le curve del sentiero la sera prima, guardando la mappa appesa nella sala comune, e le aveva scritte su un foglietto piegato in quattro che teneva nella tasca interna del giubbotto, insieme a un thermos che gli sporgeva dallo zaino come un piccolo cannone. «Sono quarantadue minuti fino al primo pianoro, se non ci fermiamo troppo» ha annunciato, come se stesse leggendo un bollettino ufficiale. Sofia gli è arrivata alle spalle con il cappello calato fin sopra le sopracciglia e la domanda già pronta, perché a Sofia la domanda arriva sempre prima del buongiorno.

«Perché oggi è il giorno più corto? Il sole si stanca?»

«Il sole non si stanca. È la Terra che sta piegata di lato, e in questo periodo il nostro pezzo di mondo guarda il sole di sbieco, invece che di fronte.»

Ci ha pensato su, socchiudendo gli occhi come fa quando sta verificando se una cosa regge. «E domani?»

«Domani è un pochino più lungo.»

«Quindi oggi è già il giorno in cui ricomincia.»

Non ho risposto subito. Mi è sembrata una frase troppo giusta per meritare un commento, di quelle che è meglio lasciare intere, appoggiate lì, senza spiegarle oltre.

Martina è arrivata stringendosi nella sciarpa fino al naso, e la prima cosa che ha chiesto è stata se oggi ci sarebbe stata una storia, perché per lei una salita senza una storia dentro è solamente fatica, gambe che si stancano e basta. Amina non ha chiesto niente. Ha soffiato il fiato nell’aria gelida e ha guardato la nuvoletta bianca sciogliersi, con quella attenzione totale che lei riserva alle cose piccolissime, come se in quel vapore che si disfaceva ci fosse scritto qualcosa che valeva la pena leggere fino in fondo. Luca è arrivato per ultimo, come sempre, il cappuccio tirato su, le mani già dentro le tasche del giubbotto, e si è messo vicino ad Amina senza dire una parola, senza nemmeno un cenno. Ma era venuto. Con Luca, in questi mesi, ho imparato che il fatto che sia venuto è già una frase intera.

Ci siamo incamminati che il sole non aveva ancora superato la cresta della collina di fronte, e le nostre ombre correvano lunghissime davanti a noi sul sentiero, come se avessero fretta di arrivare prima di noi.


Il sentiero che sale sopra la comunità è ripido nei primi dieci minuti, un tratto secco tra due filari di ginestre spoglie, poi si addolcisce e comincia a girare intorno al fianco della collina, offrendo ogni tanto uno squarcio sulla valle sotto. D’inverno si vede tutto quello che d’estate le foglie coprono: i rami neri delle querce disegnati come crepe contro il cielo bianco, i muretti a secco che nessuno ripara più e che qui e là si sono aperti in piccole frane ordinate, le pozzanghere ghiacciate lungo il bordo del sentiero, sottili come vetro di finestra, che Tommaso rompeva una dopo l’altra con il tacco dello scarpone, ottenendo ogni volta un crac soddisfacente.

«Se continui così arriviamo tardi» ha detto Giacomo, controllando il foglietto.

«Tardi per cosa?» ha chiesto Tommaso, senza fermarsi.

Giacomo ha aperto la bocca per rispondere e non ha trovato niente da dire. Ha richiuso la bocca. Abbiamo camminato un po’ senza parlare, solo il rumore degli scarponi sulla terra indurita e, ogni tanto, il crac di un’altra pozzanghera che cedeva sotto il piede di Tommaso.

A metà della salita c’è una piega di roccia calcarea esposta a mezzogiorno, un posto che i miei stivali conoscono bene, dove la pietra prende il poco sole che c’è in questa stagione e se lo tiene stretto per ore. Ci siamo fermati lì, tutti e sei seduti in fila sulla roccia tiepida, con la valle già visibile a metà sotto di noi. Giacomo ha aperto il thermos e ha versato il tè in tre tazze di metallo che sono passate di mano in mano, ognuno che beveva un sorso e passava oltre, senza che nessuno lo chiedesse.

Prima di sedersi, però, ho fatto quello che facciamo sempre quando ci fermiamo su una pietra tiepida in un giorno freddo: ho tirato fuori dalla tasca sei piccoli sassi lisci, uno per ciascuno, gli stessi ciottoli lavati dal fiume che usiamo da mesi. Non ho detto niente. Non serviva. Ognuno ha preso il suo, lo ha stretto nel palmo, e per un minuto — non di più, con questo freddo — siamo rimasti fermi, il respiro che usciva in nuvolette bianche regolari, le mani chiuse intorno alla pietra come intorno a una piccola brace.

«L’acqua ferma» ha detto Amina piano, quando abbiamo riaperto gli occhi. Non era una domanda. Era il pensiero che le era passato per la mente mentre teneva il sasso, e lo diceva ad alta voce perché a volte i pensieri di Amina hanno bisogno solo di essere pronunciati, non discussi.

«Sì» ho detto. «L’acqua ferma.»

Martina mi ha guardato con l’aria di chi presenta un conto in sospeso da troppo tempo.

«La storia» ha detto.

E allora ho raccontato.


Quando avevo la vostra età, ho detto, ho scalato una montagna per trovare un uomo saggio.

Nel mio villaggio si diceva che lassù, in una capanna sopra i campi terrazzati, viveva un eremita che stava seduto in silenzio giorno e notte, per diventare pacifico come il Buddha. Io lo volevo vedere con i miei occhi. Volevo capire come si fa a diventare così — pensavo che fosse una cosa che si potesse spiegare, come una ricetta, e che lui, se lo avessi trovato, me l’avrebbe detta, e io me la sarei scritta da qualche parte, e poi l’avrei semplicemente fatta.

Ho camminato tutta la mattina, sotto un sole molto diverso da quello di oggi, un sole che pesava sulle spalle come una mano. La salita era molto più lunga di questa, e non c’era nessun sentiero segnato: solo tracce lasciate dagli animali e dai pochi che erano saliti prima di me. A un certo punto ho pensato di essermi perso, e che sarei tornato al villaggio senza niente da raccontare, con solo le gambe stanche e la delusione.

E poi ho trovato la capanna.

Era vuota. Non un rumore, non un fuoco acceso, non una ciotola fuori posto. L’eremita non c’era — o forse non c’era mai stato, o era andato via da anni, io non l’ho mai saputo con certezza.

Dietro la capanna, però, ho trovato un pozzo.

Mi sono affacciato. L’acqua stava ferma là sotto, scura e liscia come una lastra di pietra levigata, e quando ho calato il secchio e ho bevuto, ho scoperto che era l’acqua più dolce che avessi mai assaggiato in vita mia. Ho bevuto finché non ne ho più voluta. Poi mi sono sdraiato sulle pietre calde davanti alla capanna vuota, con ancora in bocca il sapore di quell’acqua, e mi sono addormentato senza nemmeno accorgermene, come si addormentano i bambini a metà di una frase.

Quando mi sono svegliato, ero completamente felice.

Non avevo trovato l’eremita. Non avevo ricevuto nessun insegnamento da lui, nessun metodo, nessuna parola da portarmi a casa e ripetere. Ma ho assaggiato l’acqua più deliziosa del mondo, e mi è bastata. Non avevo bisogno dell’eremita. Il pozzo era sufficiente.


Per un momento nessuno ha detto niente. Poi Sofia ha posato la tazza sulla pietra con un piccolo colpo secco, come si fa quando si è pronti a discutere qualcosa sul serio.

«Ma allora l’eremita non serviva a niente.»

«Forse no.»

«E allora perché sei salito?»

È la domanda giusta, ed è anche la domanda che non ho mai davvero chiuso, nemmeno dentro di me, in tutti questi anni. Le ho detto la cosa più onesta che avevo: che se non fossi salito, non avrei trovato il pozzo. Che il pozzo stava lì da prima di me, e sarebbe rimasto lì anche dopo di me, indifferente al fatto che io lo cercassi o no — ma che l’eremita, esistito o soltanto raccontato dal villaggio, era stato il motivo per cui avevo messo un piede davanti all’altro fino a quel punto della montagna. Senza quella storia da inseguire, non mi sarei mosso da casa.

«Quindi ti hanno preso in giro» ha detto Sofia, con la soddisfazione di chi ha trovato la crepa in un ragionamento, «però alla fine ti è andata bene lo stesso.»

«Anche questo è possibile.»

Martina ha protestato, perché a lei le storie piace che finiscano in un modo e non in un altro, e ha detto che secondo lei l’eremita c’era davvero, solo che si era nascosto apposta per non farsi trovare, magari dietro un albero, magari proprio dentro il pozzo. Giacomo, più pratico, ha detto che secondo lui l’eremita era morto tempo prima, ed era per questo che la capanna era vuota e fredda. Tommaso, che fino a quel momento aveva ascoltato lanciando sassolini contro un tronco lì vicino, ha detto senza voltarsi: «Secondo me l’eremita era il pozzo.» Nessuno gli ha chiesto di spiegarsi meglio, e lui non ha aggiunto altro, come se avesse detto una cosa ovvia.

Amina è rimasta in silenzio più a lungo di tutti. Poi ha chiesto, piano, la stessa domanda di prima ma girata in un altro modo: «L’acqua del pozzo era ferma come i ciottoli?»

Ho sorriso. «Ferma come i ciottoli.»

«Come il bicchiere» ha detto lei.

Sì, come il bicchiere. Qualche settimana fa avevamo riempito un bicchiere di acqua del fiume, torbida di fango, e lo avevamo lasciato sul davanzale senza toccarlo. Dopo un’ora era tornato limpido, senza che nessuno lo avesse pulito: il fango si era semplicemente posato sul fondo, perché nessuno lo agitava più. È la stessa cosa che succede quando teniamo un sasso nel palmo e smettiamo di muovere la mano: il respiro si posa da solo, i pensieri si depositano sul fondo, e per un momento vediamo chiaro attraverso quello che prima era torbido. Un’acqua ferma riflette. Un’acqua agitata no — e non perché sia sporca, ma semplicemente perché si muove.

«Quindi la felicità dell’eremita» ha detto Sofia lentamente, come se stesse mettendo insieme un puzzle a voce alta, «non era fuori dalla capanna. Era dentro di te, e il pozzo ti ha solo aiutato a fermarti abbastanza per accorgertene.»

Non ho risposto. Certe frasi, dette da un bambino di dieci anni sulla pietra tiepida di dicembre, è meglio lasciarle intere, senza aggiungere una parola sopra.


Abbiamo ripreso a salire che il sole era ormai alto quanto poteva arrivare in questa stagione — non molto — e proiettava una luce radente, quasi orizzontale, che accendeva di arancio i tronchi delle querce sul lato ovest e lasciava tutto il resto in un’ombra blu, fredda e netta.

Duecento metri più su, dove il sentiero taglia il versante nord e la brina non se ne va mai, per nessuna ora del giorno, c’è una vasca di pietra antichissima, consumata dal tempo e dalle mani, di quelle dove un tempo si abbeveravano le mucche, quando lassù c’erano ancora le mucche e qualcuno che le portava al pascolo. Un filo d’acqua sottilissimo arriva da una fessura nella roccia sopra la vasca. Non si vede da dove viene. Si sente, prima ancora di vederlo: un piccolo suono continuo, quasi un respiro.

Tommaso ci ha infilato subito le dita e ha urlato per il freddo, ritirando la mano di scatto e scuotendola nell’aria come se potesse asciugarla scuotendola. Giacomo ha detto, con tono da bollettino, che in linea di massima non si dovrebbe bere un’acqua di cui non si conosce la sorgente, e in generale ha ragione — gli ho detto che quella particolare acqua la beviamo da vent’anni, ed è più pulita di molta acqua che arriva dai tubi. Sofia ha voluto sapere quanto poteva essere profonda la fessura nella roccia, se arrivasse fino al centro della collina o solo un poco sotto la superficie, e nessuno ha saputo risponderle con certezza, il che a Sofia, stranamente, è sembrato più interessante di una risposta precisa. Martina ha detto soltanto: «Sembra uscita dalla storia.»

Luca si è avvicinato per ultimo, come sempre, un passo indietro rispetto agli altri.

Ha tirato fuori le mani dalle tasche. Tutte e due, insieme, un gesto che non gli avevo mai visto fare in mesi di camminate, lui che tiene le mani in tasca anche quando fa caldo, anche quando gli altri corrono e giocano e lui resta ai margini a guardare con le spalle un po’ curve in avanti. Le ha messe a coppa sotto il filo d’acqua. Ci è voluto un momento perché si riempissero — l’acqua scendeva piano, goccia dopo goccia, prima di diventare un piccolo filo continuo nel cavo delle sue mani.

Ha bevuto.

È rimasto lì, con le mani ancora bagnate, aperte, senza infilarle di nuovo in tasca, cosa che con questo freddo è quasi un piccolo atto di coraggio. Il vapore del suo respiro si mescolava a quello dell’acqua fredda che gli colava tra le dita.

Non ha detto niente. Amina, accanto a lui, non lo ha guardato — e ho pensato che fosse la cosa più gentile che potesse fare in quel momento: lasciargli lo spazio per non essere osservato mentre succedeva qualcosa che nemmeno lui, forse, sapeva ancora nominare.


In cima si arriva all’improvviso, come sempre succede su questo sentiero: si gira un’ultima curva tra due cespugli spogli e il mondo si apre di colpo, da tutte le parti insieme, come se qualcuno avesse tolto un coperchio.

Da lassù, nel giorno più corto e più limpido dell’anno, si vedeva davvero ogni cosa. La valle intera si stendeva sotto di noi con i campi arati che disegnavano righe scure e parallele fin dove arrivava lo sguardo, il fiume che luccicava a tratti come una lama posata di traverso sulla terra, i paesi lontani appoggiati sui loro poggi, ognuno con il suo piccolo campanile che spuntava appena. E sotto di noi, piccolissima, quasi un giocattolo, c’era la nostra comunità: il tetto rosso della casa comune, il rettangolo scuro dell’orto ormai spoglio, il noce intorno a cui Tommaso aveva corso stamattina, e il filo di fumo del camino che saliva dritto, senza una piega, esattamente come quando ero uscito di casa, perché non c’era ancora, a quell’altezza, un alito di vento a smuoverlo.

Siamo rimasti lì, in fila lungo il bordo del pianoro, senza parlare, molto più a lungo di quanto avessi pensato che sarebbero riusciti a reggere. Il freddo pungeva le guance e il naso, ma nessuno si è mosso per primo.

«Si vede casa mia» ha detto Giacomo, indicando un punto preciso con il dito, come se avesse bisogno di ancorare quella vastità a qualcosa di suo.

«Si vede tutto» ha detto Martina, con un tono diverso dal solito, più basso.

Tommaso, per la prima volta da quando lo conosco, si è seduto per terra senza che nessuno glielo dicesse, le ginocchia strette al petto, gli occhi fissi sulla valle.

Ho detto soltanto: «Tutto quello di cui avete bisogno è già qui.»

Non l’ho spiegata, quella frase. Non c’era niente da spiegare, e comunque non era il momento giusto — certe cose, dette in cima a una collina col fiato che si vede nell’aria, valgono più intere che sezionate. Il sole stava già cominciando a scendere alle nostre spalle, sebbene fossero appena le tre e mezza del pomeriggio, perché era il ventuno di dicembre e quel giorno la luce aveva fretta di andarsene, di ritirarsi, come se avesse un impegno urgente altrove.

Poi Luca, senza voltarsi, con la voce di uno che parla soprattutto a se stesso e si dimentica per un attimo che ci sono altre cinque persone ad ascoltarlo, ha detto:

«Ho assaggiato l’acqua più deliziosa del mondo.»

Nessuno ha risposto. Sofia ha aperto la bocca per dire qualcosa — la vedevo formarsi, la domanda che voleva fare — e poi l’ha richiusa senza pronunciarla, il che, per Sofia, è quasi un piccolo miracolo di solstizio, forse il più grande di tutta la giornata.


Abbiamo cominciato a scendere che nella valle era già buio, mentre in cima eravamo ancora nella luce arancione dell’ultimo sole — la stessa cosa capovolta, ho pensato, di quella storia raccontata sulla pietra tiepida: quello che sembra buio da un certo punto può essere ancora luce da un altro, e la differenza non sta nel giorno, ma in dove ci si trova a guardarlo.

«Da domani il giorno si allunga di un pochino» ha detto Sofia, mentre scendevamo, ripetendo quasi parola per parola quello che aveva detto lei stessa quella mattina, ma questa volta con un tono diverso, come se non fosse più solo un fatto astronomico ma qualcosa che le era passato attraverso durante la giornata. Aveva ragione lei, stamattina, quando l’aveva detto per prima: il ritorno della luce è già contenuto dentro il giorno più buio, solo che ancora non si vede.

Siamo rientrati con le mani fredde e le guance rosse, in fila indiana sul sentiero ormai in ombra, e nessuno ha avuto bisogno di dire altro fino alla casa comune, dove il fuoco ci aspettava e Giacomo ha subito controllato l’orologio per vedere quanto ci eravamo scostati dai suoi quarantadue minuti previsti.

Inspirando, bevo l’acqua che non ho scavato.
Espirando, so che la sorgente è qui.
Non sono salito per trovare.
Sono salito per accorgermi.


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Ennio Martignago