Cerca nel Franti
Protagonisti - Interviste e biografie

“Passeggiate con Thay e con i bambini”: Capitolo 8 — Quando l’acqua è torbida

Due bambini litigano. Il narratore li porta a uno stagno torbido e chiede solo una cosa: guardate. Il fango sa depositarsi da solo.

Dal diario di un bambino che frequentava la comunità spirituale di Thich Nhat Hanh abbiamo raccolto questo libro postumo, frutto di dialoghi durante le lunghe camminate nella natura, ricco di un insegnamento prezioso per guidarci nella vita. È vero che la maggior parte di noi non è più bambina, ma proprio la loro capacità di sorprendersi e di costringerci a risposte semplici e sincere aiuta l’insegnanti ad essere semplici e ad immergersi nell’esperienza priva di astrazioni e categorie. Buone letture!


Non combatti il fango. Lo lasci depositare.


Agosto è il mese in cui la pazienza finisce. Non la pazienza degli adulti — quella finisce tutto l’anno, in parti uguali, distribuita democraticamente tra i dodici mesi. La pazienza dei bambini. Quella speciale, quasi infinita riserva di tolleranza che i bambini hanno nei confronti del mondo e di se stessi, e che li porta a cadere e rialzarsi, a litigare e fare pace, a piangere e ridere nel giro di trenta secondi — quella pazienza, ad agosto, si assottiglia. Il caldo la consuma. Il caldo di agosto non è il caldo gioioso di giugno, che è una scoperta, né quello pigro di luglio, che è una compagnia. Il caldo di agosto è un peso. Ti si siede addosso la mattina e non si alza fino a sera. L’aria ha la consistenza di una coperta bagnata. Respirare è un lavoro. Muoversi è una decisione. Pensare è facoltativo.

La terra era spaccata. Crepe sottili attraversavano i sentieri come rughe sul viso di qualcuno che ha sofferto molto e con dignità. L’erba del prato grande era diventata gialla ai bordi — quel giallo bruciato che non è il giallo dell’oro né il giallo del grano ma il giallo della resa, il colore che le piante assumono quando hanno smesso di lottare con il sole e hanno deciso di aspettare l’autunno in silenzio. Le cicale cantavano — un canto che non è un canto ma un rumore, un rumore così costante e così presente che dopo un po’ smetti di sentirlo e diventa parte del silenzio, come il battito del tuo cuore che è sempre lì ma che noti solo quando ti fermi. L’orizzonte tremolava. L’aria calda che saliva dalla terra distorceva le forme lontane — gli alberi, le colline, i tetti della comunità — come se il mondo fosse dipinto su un velo sottile che qualcuno scuoteva piano.

I bambini arrivarono e capii subito che qualcosa non andava.

Lo capii dal modo in cui camminavano. Martina davanti, sola, con quel passo veloce che nelle bambine di undici anni significa: mi hanno fatto arrabbiare e non voglio parlarne. Giacomo e Tommaso insieme ma in silenzio, il che era raro — di solito parlavano, si spingevano, facevano rumore. Sofia e Amina dietro, che parlavano ma sottovoce, con le teste vicine, il linguaggio del corpo che dice: stiamo commentando qualcosa di brutto. E Luca, in fondo come sempre, ma con le mani in tasca.

Le mani in tasca. Da settimane non le vedevo nelle tasche. Eccole di nuovo lì, nascoste, chiuse.

Non chiesi cosa fosse successo. Un vecchio che chiede “cosa è successo?” a un gruppo di bambini arrabbiati ottiene una di queste due risposte: “niente” oppure sei versioni diverse della stessa storia, nessuna delle quali è la storia vera. Così non chiesi nulla. Dissi solo:

— Oggi andiamo allo stagno.

Lo stagno era dall’altra parte del prato grande, oltre il boschetto di salici, in una conca naturale dove l’acqua si raccoglieva durante le piogge e poi restava — verde, ferma, coperta di lenticchie d’acqua ai bordi, abitata da rane che saltavano quando ti avvicinavi e da libellule che pattugliavano la superficie come elicotteri in miniatura. In primavera lo stagno era bello — l’acqua era chiara, i salici si riflettevano, le rane cantavano la sera. In agosto lo stagno era un’altra cosa. Il livello era sceso, l’acqua era più scura, più densa, e le mucche del pastore che usava il pascolo accanto ci entravano per bere e per rinfrescarsi, disturbando il fondo con i loro zoccoli pesanti.

Quel giorno le mucche erano passate da poco. Lo si vedeva dalle impronte nel fango ai bordi — impronte grandi, profonde, a mezzaluna. E lo si vedeva dall’acqua: era torbida. Non torbida come il tè o il caffè — torbida come il latte cioccolato, opaca, densa, impossibile da vedere attraverso. Il fondo era scomparso. I riflessi erano scomparsi. Lo stagno che in altre stagioni era uno specchio adesso era un muro — una superficie piatta e marrone che non mostrava nulla.

I bambini guardarono lo stagno con l’aria di chi ha ricevuto un regalo deludente.

— Che schifo, — disse Tommaso.

— Sedete, — dissi.

Non c’erano pietre comode vicino allo stagno — solo il bordo erboso, un po’ fangoso anche quello. I bambini si sedettero sull’erba. Le distanze tra di loro dicevano tutto: Martina il più lontano possibile da Luca. Luca il più lontano possibile da tutti. Giacomo tra i due come una Svizzera inconsapevole.

— Guardate l’acqua, — dissi.

— Non c’è niente da guardare, — disse Martina. — È tutta sporca.

— Guardate l’acqua, — ripetei. E nient’altro.

Guardarono. Non c’era nient’altro da fare — non avevo proposto attività, non avevo tirato fuori campane né ciottoli né fogli di carta. Niente. Solo lo stagno torbido e il caldo e le cicale e il silenzio ostile di un gruppo di bambini che non volevano stare lì.

Passò un minuto. Due minuti. Tre. Un minuto è lungo quando non fai nulla. Due minuti sono lunghissimi. Tre minuti, per un bambino che è arrabbiato e ha caldo e si è appena seduto nel fango, sono un’eternità.

Ma poi.

Non so chi lo notò per primo. Forse Sofia, che aveva l’occhio attento. Forse Amina, che era la più vicina all’acqua. Ma a un certo punto, qualcuno disse — o forse nessuno disse nulla, forse fu solo un cambio nell’attenzione del gruppo, un inclinarsi in avanti collettivo — e tutti videro: l’acqua stava cambiando.

Il sedimento stava scendendo. Lentamente — così lentamente che se ti distraevi per un istante lo perdevi — le particelle di terra sospese nell’acqua stavano rispondendo alla gravità, facendo ciò che la gravità chiede a tutte le cose: scendere. Cadere verso il fondo. Posarsi. E dove il sedimento si depositava, l’acqua sopra diventava più chiara. Non limpida — non ancora — ma meno opaca. Come una finestra appannata su cui qualcuno passa la mano: poco a poco, la trasparenza tornava.

Nessuno parlava. Il processo era ipnotico. Era come guardare un tramonto — non succede nulla di drammatico, nessun evento singolo, solo un cambiamento continuo e impercettibile che trasforma il mondo davanti ai tuoi occhi se hai la pazienza di restare fermo e guardare.

Dopo forse dieci minuti — dieci minuti lunghissimi, dieci minuti che valevano un anno di scuola — lo stagno era cambiato. Non era tornato limpido come in primavera. Ma il sedimento si era depositato abbastanza perché si vedesse il fondo nelle parti meno profonde. E in quelle parti, i riflessi erano tornati — spezzati, imperfetti, ma c’erano. Il cielo di agosto si rifletteva nello stagno di agosto, bianco e tremolante, e un salice si affacciava dalla riva come qualcuno che si guarda nello specchio al mattino, ancora un po’ addormentato.

— Ecco, — dissi.

I bambini mi guardarono. L’irritazione di prima non era scomparsa — era lì, potevo vederla nelle mascelle strette di Martina, nelle mani di Luca che stringevano i pugni nelle tasche — ma era meno forte. Il semplice atto di stare seduti e guardare l’acqua che si schiariva aveva fatto qualcosa. Non aveva risolto nulla. Ma aveva creato uno spazio.

— La vostra mente, — dissi, — è come questo stagno. Quando è agitata — quando siete arrabbiati, o spaventati, o tristi — il fondo si solleva. Il sedimento si mescola all’acqua. E non vedete più nulla con chiarezza. Non vedete il fondo. Non vedete i riflessi. Non vedete le cose come sono. Vedete solo il fango.

— Io vedo benissimo, — disse Martina, con quella voce tagliente che le veniva quando era arrabbiata. — Vedo benissimo che Luca ha —

— Martina, — dissi. Non con durezza. Con la stessa voce con cui avevo detto “guardate l’acqua.” — Lo stagno. Quando le mucche ci camminano dentro, l’acqua diventa torbida. Le mucche non lo fanno apposta. Non sono cattive. Sono mucche. Hanno sete. Entrano nell’acqua, e i loro zoccoli sollevano il fondo. È tutto qui. Ma poi se ne vanno, e l’acqua cosa fa?

— Si deposita, — disse Sofia.

— Si deposita. L’acqua non deve fare niente di speciale per tornare chiara. Non deve sforzarsi. Non deve combattere il fango. Deve solo stare ferma. E il fango scende da solo. La gravità fa il suo lavoro. Tutto quello che l’acqua deve fare è: non muoversi.

Pausa. Le cicale continuavano il loro rumore bianco. Una rana saltò nell’acqua dal bordo opposto, creando un piccolo splash e un cerchio di onde che si allargò fino a noi e poi svanì. L’acqua si richiuse sopra la rana come se nulla fosse accaduto.

— Quando siete arrabbiati, — dissi, — la cosa più importante che potete fare è: non agire. Non parlare. Non muovervi. Non reagire. Non ancora. Prima, fermatevi. Come l’acqua. Lasciate che il fango si depositi. Respirate. Tre respiri. Cinque. Dieci. Quanti ne servono. E mentre respirate, guardate la rabbia. Non cercate di mandarla via — non ci riuscireste comunque, come non riuscireste a pulire l’acqua torbida agitandola. Guardatela e basta. Guardatela come avete guardato lo stagno.

— Ma io non voglio guardare la rabbia, — disse Martina. — Voglio che se ne vada.

— Lo so. Ma la rabbia non se ne va se la cacci. Se ne va se la guardi. Se la tieni. Se le dici: so che sei lì. Ti vedo. Mi occupo di te.

— Parlare alla rabbia? — Giacomo fece un’espressione scettica.

— Non proprio parlare. Fare qualcosa di più semplice. Respirare con lei. “Inspirando, so che la rabbia è in me. Espirando, mi prendo cura della mia rabbia.” Così. Provate.

Non provarono. Non subito. Erano bambini arrabbiati a cui un adulto chiedeva di respirare con la rabbia, e l’ultima cosa che un bambino arrabbiato vuole fare è respirare con calma. Ma dopo un momento — uno di quei momenti che sembrano lunghi ma non lo sono — Amina chiuse gli occhi e la vidi muovere le labbra. “Inspirando, so che la rabbia è in me.” E poi Sofia. E poi, con un sospiro che era metà resa e metà sollievo, Martina.

Non tutti. Luca non lo fece. Stava seduto con i pugni nelle tasche e lo sguardo piantato nell’acqua come un chiodo nel legno. Ma ascoltava. Lo sapevo perché le sue spalle — le spalle sono le ultime a mentire, le spalle dicono la verità anche quando la faccia dice il contrario — le sue spalle erano un millimetro più basse di quando era arrivato.

— Il mio maestro, — dissi, — diceva una cosa che all’inizio mi sembrò strana. Diceva: la rabbia è come un bambino che piange.

— La rabbia non piange, — disse Tommaso.

— Immagina una madre che sente il suo bambino piccolo piangere nella culla. Cosa fa? Gli urla di smettere? Lo ignora? Lo chiude in una stanza e butta la chiave? No. Lo prende in braccio. Lo tiene. Lo dondola. Non cerca di capire perché piange — non subito. Prima lo tiene, e basta. Lo avvolge nella sua attenzione, nel suo calore. E il bambino, piano piano, smette di piangere. Non perché qualcuno lo abbia costretto. Ma perché è stato tenuto.

Silenzio. Il tipo di silenzio in cui le immagini lavorano — entrano nella mente, si dispiegano, trovano il loro posto.

— La rabbia è quel bambino. È una parte di voi che soffre. Che urla. Che scalcia. E la consapevolezza — il respiro, la presenza, lo stare fermi — è la madre. Quando vi arrabbiate, non dovete combattere la rabbia. Dovete prenderla in braccio. Tenerla. Respirare con lei. E lei piano piano — non subito, non in un minuto, forse non in un’ora — ma piano piano si calma. Come il sedimento nello stagno. Come il bambino nella culla.

Martina stava piangendo. Non con i singhiozzi, non con il rumore — piangeva in silenzio, con le lacrime che le scendevano sulle guance come pioggia su un vetro, senza che il viso si contraesse, senza che il corpo si muovesse. Era il pianto di chi ha trattenuto qualcosa a lungo e finalmente lo lascia uscire non per scelta ma perché il contenitore è pieno e non c’è più spazio.

Non la toccai. Non le dissi nulla. Notai, e basta. E gli altri bambini fecero la stessa cosa — notarono, e basta. Nessuno disse “perché piangi?” o “non piangere” o “va tutto bene.” Stavano lì, accanto a lei, come l’acqua sta accanto al sedimento che si deposita. Presenti. Fermi. Senza interferire.

Dopo un po’ — i “dopo un po’” di questo libro sono tutti diversi, come le nuvole, ma questo era un “dopo un po’” di due o tre minuti — Martina si asciugò le guance con il dorso della mano e respirò profondamente. Un respiro grande, come quello che fai quando emergi dall’acqua. Il primo respiro dopo l’apnea.

— A volte, — dissi, guardando lo stagno e non lei, perché certe cose si dicono meglio quando non guardi in faccia chi le ascolta, — a volte la rabbia è come le patate crude.

L’assurdità della frase fece l’effetto che volevo. Martina rise — un riso umido, impastato di lacrime, ma un riso. E quando Martina rise, il gruppo respirò.

— Le patate crude, — continuai, — non si possono mangiare. Sono dure, amare, indigeribili. Se provi a mangiarle crude, ti fanno male allo stomaco. La rabbia è così: cruda è indigesta. Ti fa male. Ti brucia dentro. Ma le patate crude possono essere cucinate. E per cuocerle hai bisogno di una cosa: il fuoco. Il fuoco della consapevolezza. Quando respiri con la tua rabbia — “inspirando, so che la rabbia è in me” — accendi il fuoco sotto la pentola. Non puoi mangiare la rabbia cruda, ma puoi cuocerla. E quando la rabbia è cotta — quando la consapevolezza l’ha trasformata — diventa qualcos’altro. Diventa comprensione. Capisci perché eri arrabbiato. Capisci cosa c’era sotto la rabbia — perché sotto la rabbia c’è sempre qualcos’altro: paura, tristezza, bisogno di essere visto, bisogno di essere amato. La rabbia è la superficie. Sotto, c’è l’acqua profonda.

Guardai lo stagno. L’acqua era ancora più chiara di prima. In alcuni punti si vedeva il fondo — sassi, foglie marcite, il guscio vuoto di una lumaca d’acqua. Cose che erano sempre state lì, sotto il fango, invisibili. Come le cose che stanno sotto la rabbia, invisibili finché il sedimento non si deposita.

— E adesso? — chiese Giacomo, che aveva un senso pratico delle cose e voleva istruzioni operative.

— Adesso vi dico una cosa che potete fare ogni volta che siete arrabbiati. Ogni volta. Non importa dove siete — a casa, a scuola, al parco, in macchina. Tre passi. Primo: non parlate. Stringete i denti se serve, ma non parlate. Le parole che escono dalla rabbia cruda sono parole crude — fanno male a chi le riceve e non fanno bene a chi le dice. Secondo: respirate. “Inspirando, so che la rabbia è in me. Espirando, mi prendo cura della mia rabbia.” Tre volte. Cinque volte. Finché sentite che il fango comincia a depositarsi. Terzo: camminate. Se potete, alzatevi e camminate. Non via dalla persona con cui siete arrabbiati — non è una fuga. È un camminare per tornare a voi stessi. Ogni passo è un respiro. Ogni respiro è un po’ di fuoco sotto la pentola.

— E dopo? — chiese Amina.

— Dopo, quando l’acqua è un po’ più chiara, quando vedete il fondo — allora potete parlare. Allora potete dire: mi hai fatto soffrire quando hai fatto quella cosa. Non gridando. Non accusando. Dicendo la verità, piano, come si dice una cosa preziosa. “Quando hai detto quello, ho sofferto. Quando hai fatto quello, mi sono sentito solo.” Questa è la parola che viene dopo il silenzio. La parola cotta, non cruda. La parola che nutre invece di bruciare.

Martina e Luca non si guardavano. Ma non si guardavano in un modo diverso da come non si guardavano all’inizio — prima era il non-guardarsi della rabbia, adesso era il non-guardarsi della vergogna, che è un progresso, anche se non sembra.

— C’è un’ultima cosa, — dissi. — Lo stagno, dopo che le mucche se ne sono andate e l’acqua si è depositata, è lo stesso stagno di prima? No. C’è del fango sul fondo che prima non c’era. L’acqua non è pulita come in primavera. Ma è chiara abbastanza per riflettere il cielo. Ecco: dopo la rabbia, non tornerete esattamente come eravate prima. Qualcosa è cambiato. Ma se avete respirato, se avete tenuto la rabbia come si tiene un bambino, se avete lasciato che il fango si depositasse — allora potete vedere di nuovo. Non perfettamente. Ma abbastanza.

Mi alzai. I bambini si alzarono. Lo stagno restò lì, come fa sempre lo stagno — immobile, paziente, senza opinioni, senza consigli, senza la necessità di dire a nessuno cosa fare. Lo stagno faceva solo quello che l’acqua fa: quando la agiti, si intorbidisce; quando la lasci in pace, si schiarisce. Non c’era bisogno di altro.

Camminavamo verso la comunità. Il caldo era ancora opprimente, le cicale ancora assordanti, la terra ancora spaccata. Ma nell’aria del gruppo qualcosa era cambiato — come quando apri una finestra in una stanza chiusa e l’aria nuova entra e si mescola con quella vecchia e per un po’ sono tutte e due presenti, la vecchia e la nuova, e poi la nuova vince, non perché è più forte ma perché è più fresca.

A metà strada, Luca si tolse le mani di tasca. Lo fece senza gesti grandi — semplicemente le tirò fuori e le lasciò ciondolare lungo i fianchi, come al solito, come nelle settimane buone. Le nocche non erano più bianche. I pugni erano aperti.

Poco dopo — trenta passi, forse quaranta — fece una cosa che non aveva mai fatto. Rallentò il passo finché Martina lo raggiunse. Camminarono fianco a fianco per qualche metro, senza parlare. Poi Luca disse qualcosa. Lo disse a voce così bassa che non lo sentii — ed era giusto che non lo sentissi, perché non era detto a me. Era detto a Martina, ed era detto dal Luca con le mani fuori dalle tasche, il Luca dell’acqua che si deposita, il Luca delle patate cotte.

Martina non rispose subito. Camminarono ancora. Poi annuì — un annuire piccolo, appena percettibile, come il primo segno che il sedimento sta scendendo, come il primo chiarore nell’acqua torbida.

Non fu una riconciliazione. Non fu un abbraccio, non fu un “ti perdono,” non fu niente di quello che si vede nei film per bambini dove il litigio si risolve in trenta secondi e tutti tornano amici come prima. Fu qualcosa di più modesto e di più vero: due bambini che camminavano uno accanto all’altra dopo aver smesso di combattere il fango e aver lasciato che si depositasse un po’. Non del tutto. Ma un po’.

Al cancello, prima di separarci, Tommaso chiese:

— La prossima volta che mi arrabbio con mio fratello, devo andare a guardare uno stagno?

— No, — dissi. — Ma puoi chiudere gli occhi e immaginarne uno. Puoi immaginare l’acqua torbida. Puoi immaginare il fango che scende. Puoi respirare tre volte e dire: “Inspirando, so che la rabbia è in me. Espirando, mi prendo cura della mia rabbia.” E aspettare. Il fango si deposita anche dentro di te. Ci vuole solo un po’ più di tempo, perché il tuo stagno è più profondo di quello là.

Tommaso annuì con l’espressione di chi ha ricevuto un’arma segreta — e in un certo senso l’aveva ricevuta. Non un’arma per combattere. Un’arma per smettere di combattere. Che è l’arma più difficile da usare e la più potente che esista.

I bambini se ne andarono. Lo stagno restava dietro di noi, oltre il boschetto di salici, nella sua conca. L’acqua probabilmente era quasi limpida, ormai — era passata più di un’ora da quando le mucche l’avevano attraversato. Domani le mucche sarebbero tornate. E l’acqua si sarebbe intorbidata di nuovo. E si sarebbe depositata di nuovo. E le mucche sarebbero tornate. E l’acqua si sarebbe intorbidata. E depositata. E intorbidata. E depositata.

Come la rabbia. Come la pace. Come la rabbia. Come la pace.

Tutto ciò che ci viene chiesto è di non agitare l’acqua con le nostre mani quando è già torbida. Di sederci sulla riva. Di respirare. Di aspettare.

Il fango sa scendere da solo. Lo fa da milioni di anni. Non ha bisogno del nostro aiuto.

Ha solo bisogno della nostra pazienza.


Inspirando, so che la rabbia è in me.
Espirando, mi prendo cura della mia rabbia.
Non combatto il fango.
Lo lascio depositare.



Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago