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Cover Stories - Temi di riflessione

“Passeggiate con Thay e con i bambini”Capitolo 6 — Quello che sa la mano destra

Dopo un temporale notturno, il sentiero è fangoso e scivoloso. Amina cade e si sbuccia il ginocchio. Sofia si inginocchia accanto a lei prima ancora di pensare — le prende la mano, le toglie un sassolino dalla ferita con dita da chirurgo. Nessun calcolo, nessuna decisione. Il corpo sa qualcosa che la mente non ha ancora imparato: non siamo separati. Il narratore racconta la storia della mano destra che colpisce il pollice della sinistra — la mano destra non dice “ti sto aiutando”, aiuta e basta, perché sono lo stesso corpo. E Tommaso fa la domanda di tutte le domande: “Se siamo tutti lo stesso corpo, perché la gente litiga?”

Maestro e bambino Si tengono per mano

La mano sinistra e la mano destra sono un solo corpo.


Dopo un temporale, il mondo è un posto diverso. Non migliore, non peggiore — diverso. Come quando ti svegli da un sonno profondo e per qualche secondo non riconosci la stanza, anche se è la tua stanza, anche se ci dormi da anni. Dopo un temporale, le cose familiari hanno un’aria nuova, lavata, come se qualcuno le avesse tirate fuori una per una, le avesse passate sotto l’acqua e le avesse rimesse a posto con cura, quasi nello stesso ordine di prima ma non esattamente.

Il temporale era passato nella notte — uno di quei temporali di metà luglio che arrivano dopo giorni di caldo immobile, come una rabbia che scoppia dopo un lungo silenzio. Lo avevo sentito dal mio letto: prima il vento che sbatteva le persiane, poi i tuoni — non quelli secchi e vicini che fanno paura, ma quelli lunghi, che rotolano sulla valle come un mobile pesante trascinato su un pavimento di legno — e poi la pioggia, una pioggia così fitta che il rumore sul tetto era diventato un rumore solo, un rumore bianco e totale, come stare dentro una cascata.

La mattina dopo, l’aria era diversa. Più leggera. Più fresca. Aveva quell’odore che viene dopo la pioggia e che ha un nome — petricor — ma che io preferisco non nominare, perché dargli un nome lo rimpicciolisce. È un odore di terra bagnata, di foglie lavate, di pietre che rilasciano il calore accumulato nei giorni di sole, di qualcosa di minerale e di vegetale insieme, come se la terra e il cielo avessero mescolato i loro profumi in una ricetta che nessun profumiere ha mai replicato e che dura solo un’ora, forse due, prima che il sole lo asciughi e il mondo torni a odorare come al solito.

Il sentiero era fangoso. Non il fango cattivo, appiccicoso, quello che ti succhia le scarpe e ti fa scivolare — il fango buono, morbido, scuro, che cede sotto i piedi con un suono dolce, un “ciac” umido che è uno dei suoni più soddisfacenti che esistano, anche se nessuno lo ammetterebbe in una conversazione educata. I bambini lo ammettevano eccome. Tommaso ci saltava dentro con la dedizione di un ricercatore che esplora un nuovo elemento. Giacomo cercava di evitarlo, camminando sui bordi del sentiero dove l’erba era meno bagnata, con la concentrazione di un equilibrista.

Camminavamo lungo il sentiero che costeggiava il prato grande — lo stesso della prima passeggiata, ma bagnato dalla pioggia era un sentiero diverso. L’erba era più verde, più lucida, come se ogni filo avesse ricevuto una mano di vernice fresca durante la notte. Le ragnatele — Sofia avrebbe apprezzato — erano visibili ovunque, perché le gocce d’acqua le decoravano come perle su una collana, rendendo visibile ciò che di solito è invisibile. Ecco un insegnamento che non avrei dovuto dare io e che la pioggia dava gratis: le connessioni ci sono sempre, anche quando non le vedi. Ci vuole solo un po’ d’acqua per farle brillare.

Una lucertola scappò dal muretto a secco quando passammo, così veloce che fu solo un lampo verde — un pensiero di lucertola, più che una lucertola vera. Le gocce rimaste sui rami dei cespugli di rosa selvatica cadevano sulle nostre braccia quando le sfioravamo, fredde e precise come piccoli baci non richiesti.

La meta quel giorno era il bosco di là dalla collina — un bosco che i bambini non conoscevano ancora, più selvatico degli altri, con sentieri meno battuti e un sottobosco fitto dove crescevano felci alte fino alla vita e funghi che spuntavano dai tronchi caduti come mensole di una libreria invisibile. Per arrivarci bisognava salire la collina per un sentiero ripido e stretto, con pietre che sporgevano dalla terra come ginocchia di un gigante sepolto.

Fu in quel punto che successe.

Il sentiero saliva tra due file di cespugli di prugnolo, e la terra era scivolosa per la pioggia della notte. Amina camminava davanti a me, con i sandali che non erano le scarpe giuste per quel terreno — lo sapevo, e avrei dovuto dirle di mettere le scarpe chiuse, ma non l’avevo fatto perché a volte le cose devono succedere così come succedono, e un vecchio che previene ogni caduta toglie ai bambini la possibilità di cadere, che è anche la possibilità di rialzarsi.

Amina mise il piede su una pietra bagnata e il piede scivolò. Non fu una caduta drammatica — non ci fu il volo, la capriola, il momento sospeso in aria che si vede nei film. Fu una caduta ordinaria: il piede che scivola, il corpo che perde l’equilibrio, il ginocchio che tocca terra per primo, le mani che si aprono per istinto e sbattono contro il fango e la ghiaia.

Amina emise un suono — non un urlo, non un pianto, ma quel suono corto e acuto che esce dalla gola quando il dolore arriva prima che tu abbia il tempo di decidere come reagire. Un suono che precede il pensiero.

E poi successe la cosa che merita di essere raccontata.

Sofia, che camminava due passi dietro Amina, si inginocchiò. Lo fece senza pensarci. Non ci fu un istante di decisione — nessun momento in cui il cervello di Sofia registrò la caduta, valutò la situazione, considerò le opzioni e scelse di intervenire. Niente di tutto questo. Sofia vide Amina a terra e il suo corpo si mosse, come l’acqua si muove quando il terreno scende, come il ramo si piega quando il vento soffia. Fu un movimento anteriore al pensiero. Un movimento che veniva da un posto più vecchio del cervello — dal corpo, dalle viscere, da quel luogo in cui sappiamo cose che non abbiamo mai imparato.

Sofia prese la mano di Amina. Con l’altra mano le toccò il ginocchio — il ginocchio era sbucciato, rosso, con qualche goccia di sangue mescolata al fango, il che è l’aspetto standard di un ginocchio sbucciato di bambino e non è mai grave come sembra, ma fa sempre un po’ impressione. Sofia non disse “stai bene?” — che è la domanda che gli adulti fanno e che non serve a nulla perché la risposta è ovviamente no, altrimenti non saresti a terra. Sofia non disse nulla. Tenne la mano di Amina e con le dita dell’altra mano tolse delicatamente un sassolino che si era incastrato nella sbucciatura. Lo fece con una precisione e una dolcezza che non avevo mai visto in lei — Sofia che di solito parlava veloce e rideva forte e camminava a braccetto con Amina come un treno allegro, ora era ferma, silenziosa, attenta, le dita leggere come quelle di un chirurgo.

Amina la guardò. Le lacrime che non erano uscite — Amina era una bambina che tratteneva le lacrime, lo avevo notato — le si fermarono negli occhi come acqua dietro una diga. Sofia le sorrise. Amina si rialzò. Si guardò il ginocchio, fece una smorfia, e riprese a camminare zoppicando leggermente.

Tutto durò forse trenta secondi.

Gli altri bambini si erano fermati. Martina aveva fatto un passo avanti per aiutare ma si era fermata vedendo che Sofia c’era già. Giacomo guardava il ginocchio di Amina con l’espressione di chi cataloga un evento per riferirlo più tardi. Tommaso teneva il bastone come una lancia, pronto a combattere il nemico che aveva fatto cadere la sua amica, ma il nemico era una pietra bagnata, e alle pietre bagnate non si può dichiarare guerra.

Luca guardava Sofia. Guardava le sue mani. Guardava il modo in cui le dita di Sofia avevano tolto il sassolino dal ginocchio di Amina, e nel suo sguardo c’era qualcosa che assomigliava al riconoscimento — come quando senti una melodia che conosci ma non ricordi dove l’hai sentita.

Riprendemmo a camminare. Salimmo la collina in silenzio — il silenzio della caduta, che è diverso dal silenzio della campana e dal silenzio dell’inter-essere. È un silenzio in cui il gruppo si ricompatta, come un branco di animali dopo uno spavento, più vicini gli uni agli altri, più attenti ai passi di chi cammina davanti.

In cima alla collina c’era una radura. L’erba era corta e morbida, come un tappeto posato sulla sommità del mondo. Da lì si vedevano le due valli — quella della comunità e quella dall’altra parte, con il suo bosco selvatico e il suo torrente. Ci sedemmo. Amina si esaminò il ginocchio, che aveva già smesso di sanguinare — i ginocchi dei bambini guariscono alla velocità con cui gli adulti li dimenticano.

Aspettai che si sistemassero. Poi parlai.

— Avete visto cosa ha fatto Sofia?

Sofia arrossì. Non le piaceva essere al centro dell’attenzione — era una di quelle bambine che preferiscono stare nel mezzo del gruppo, né davanti né dietro, come il cuore che sta al centro del petto.

— Ha aiutato Amina, — disse Martina.

— Sì. Ma come l’ha fatto? L’ha pensato prima? Si è fermata e ha detto: “Adesso aiuterò Amina perché è la cosa giusta da fare”?

— No, — disse Sofia piano. — Non ho pensato niente. Mi sono mossa e basta.

— E perché ti sei mossa?

Sofia ci pensò. Era una domanda strana — chiedere a qualcuno perché ha fatto una cosa che ha fatto senza pensare è come chiedere a un cuore perché batte. Ma Sofia era una bambina onesta, e l’onestà la portò alla risposta giusta.

— Perché le faceva male, — disse. — Ho sentito che le faceva male.

— A te faceva male?

— No. Ma… sì. Un po’. Come se… — cercava le parole, e le parole non venivano, perché certe cose sono più grandi delle parole — …come se il suo ginocchio fosse anche un po’ il mio.

Non aggiunsi nulla. Non subito. Lasciai che la frase di Sofia restasse nell’aria come il suono della campana — vibrante, espansiva, in cerca dello spazio giusto dove posarsi.

— C’è una storia, — dissi dopo un po’. — Una storia molto semplice, che il mio maestro raccontava spesso.

I bambini si avvicinarono. Le storie hanno questo potere: tirano i corpi verso chi le racconta, come una gravità invisibile.

— Immaginate un uomo che pianta un chiodo nel muro. Tiene il chiodo con la mano sinistra e il martello con la destra. Colpisce. Ma il martello sbaglia il chiodo e colpisce il pollice della mano sinistra.

Tommaso fece una smorfia di dolore. — Ahi.

— Ahi, sì. Fa molto male. E cosa succede?

— Ti metti il dito in bocca, — disse Giacomo, pragmatico.

— Sì. Ma prima. Ancora prima. Cosa fa la mano destra?

Silenzio. Poi Martina:

— Lascia cadere il martello.

— Lascia cadere il martello, sì. E poi?

— Prende la mano sinistra? — disse Amina, che conosceva bene il gesto di una mano che tiene un’altra mano, perché lo aveva vissuto dieci minuti prima.

— Prende la mano sinistra. La stringe. La tiene. A volte la massaggia. A volte soffia sul dito che fa male. La mano destra si prende cura della mano sinistra. Ma — e qui è la cosa importante — la mano destra dice forse: “Ti sto aiutando”? Dice: “Sto facendo un favore alla mano sinistra”? Dice: “Dovresti ringraziarmi”?

— No, — dissero quasi tutti insieme.

— No. La mano destra non dice niente. Non pensa niente. Aiuta, e basta. E perché? Perché la mano destra e la mano sinistra non sono separate. Sono lo stesso corpo. Il dolore della sinistra è il dolore della destra. Non c’è distanza tra loro. Non c’è calcolo. Non c’è generosità — nel senso che la generosità presuppone due: uno che dà e uno che riceve. Ma la mano destra e la mano sinistra non sono due. Sono una.

Il silenzio che seguì era diverso dagli altri silenzi. Era un silenzio che lavorava. Potevo quasi sentirlo — come il rumore sottile del ghiaccio che si scioglie, o della terra che assorbe l’acqua dopo la pioggia. Qualcosa si stava muovendo nei bambini, qualcosa di sotterraneo.

— Sofia, — dissi, — quando hai toccato il ginocchio di Amina, hai pensato “sto facendo una buona azione”?

— No.

— Hai pensato “Amina dovrebbe ringraziarmi”?

— No! — quasi offesa dall’idea.

— E perché no?

Sofia guardò Amina. Amina guardò Sofia. Fra loro passò qualcosa che non aveva bisogno di parole — uno di quei momenti in cui due persone si riconoscono a un livello che precede il linguaggio, come due note che formano un accordo.

— Perché è la mia amica, — disse Sofia.

— E cosa significa “è la mia amica”?

— Che… — esitò. — Che mi importa di lei. Che quando le succede qualcosa, lo sento anch’io.

— Ecco, — dissi. — Questo è il segreto della mano destra. La mano destra non ha bisogno di pensare “devo aiutare” perché sa già di non essere separata dalla mano sinistra. E tu, Sofia, non hai avuto bisogno di pensare “devo aiutare Amina” perché in quel momento il tuo corpo sapeva di non essere separato dal suo. Il dolore di Amina era il tuo dolore. Il suo ginocchio era un po’ il tuo ginocchio. Tu stessa l’hai detto.

Sofia annuì, e nel suo annuire c’era qualcosa di solenne — non la solennità degli adulti, che è spesso recitata, ma la solennità dei bambini, che è sempre vera.

— Ma, — disse Giacomo, che era il custode dei distinguo necessari, — non siamo veramente lo stesso corpo. Sofia e Amina sono due persone diverse. Hanno due corpi diversi.

— Vero, — dissi. — Avete due corpi diversi. Ma ricordate il foglio di carta?

— La nuvola, — disse Luca.

— La nuvola. Il foglio non è separato dalla nuvola. L’albero non è separato dalla pioggia. Voi non siete separati dall’aria che respirate — l’aria entra in voi ed esce, entra in Amina ed esce, e per un momento l’aria che era dentro di te è dentro di lei, e l’aria che era dentro di lei è dentro di te. Lo stesso ossigeno. Lo stesso respiro. La stessa aria. Dove finisci tu e dove comincia Amina?

Giacomo non rispose. Non perché non avesse una risposta, ma perché la risposta a cui stava pensando lo spaventava un po’ — perché se davvero non c’era un confine netto tra lui e gli altri, allora tutto ciò che aveva sempre creduto di sapere su se stesso — dove finisce Giacomo e dove comincia il mondo — era meno solido di quanto pensava. Ed era così. Era esattamente così. Ma non glielo dissi, perché certe scoperte bisogna farle da soli, con i propri piedi, al proprio passo.

— C’è un’altra cosa nella storia della mano destra, — dissi. — Se la mano destra fosse separata dalla sinistra — se fossero davvero due cose diverse, indipendenti, ognuna per sé — allora aiutare la mano sinistra sarebbe un atto di generosità. La mano destra potrebbe anche decidere di non aiutare. Potrebbe dire: “Non sono affari miei. Non è il mio dito che fa male.” Ma la mano destra non può dire questo, perché non è vero. È il suo corpo. È il suo dolore. Aiutare non è una scelta — è la cosa più naturale del mondo, più naturale del respirare, perché respirare lo si può trattenere per un po’, ma la compassione — quando vedi davvero che non sei separato — la compassione non si può trattenere.

Mi fermai. Avevo detto la parola — compassione. Non l’avevo usata nelle passeggiate precedenti. È una parola che ha un peso, un peso che nella bocca degli adulti diventa spesso pesantezza — sermoni, lezioni morali, il dito alzato del dovere. Ma nella storia della mano destra, la compassione non è un dovere. Non è una virtù. Non è qualcosa che si deve imparare. È qualcosa che si è, quando si smette di credere di essere separati.

— Facciamo un esperimento, — dissi. — Mettete la mano sinistra sul ginocchio sinistro. Adesso, con la mano destra, prendete la mano sinistra. Tenetela. Come se la mano sinistra fosse appena caduta e si fosse fatta male.

Lo fecero. Sei bambini seduti nell’erba di una radura in cima a una collina che si tenevano la propria mano. La scena era, vista da fuori, leggermente comica — come una riunione di persone che si stringono la mano da sole. Ma vista da dentro — e io la vedevo da dentro, perché anche la mia mano destra teneva la mia mano sinistra — la scena era un’altra cosa.

— Sentite qualcosa? — chiesi.

— Calore, — disse Amina.

— Il calore dell’altra mano. Ma quale mano scalda quale? La destra scalda la sinistra o la sinistra scalda la destra?

Ci pensarono. Tommaso guardava le sue mani con l’intensità di chi cerca di risolvere un indovinello.

— Tutte e due, — disse Martina. — Si scaldano a vicenda.

— Si scaldano a vicenda. Perché non c’è una mano che dà e una che riceve. C’è un unico calore che circola. E questo è il vero aiuto — non quello in cui uno dà e l’altro prende, ma quello in cui entrambi danno e entrambi ricevono, perché sono la stessa cosa. La stessa mano. Lo stesso corpo.

Lasciai che tenessero le mani per un momento ancora. Poi Tommaso, che era Tommaso, ruppe il silenzio.

— Ma allora, se siamo tutti lo stesso corpo, perché la gente litiga?

La domanda era enorme. Era la domanda di tutte le domande — se siamo inter-connessi, se il dolore dell’altro è il mio dolore, perché le guerre, perché la crudeltà, perché il bambino nel cortile della scuola che prende a calci il più piccolo. Era la domanda che i filosofi si fanno da tremila anni e a cui non hanno ancora risposto. E me la faceva un ragazzino di dieci anni seduto sull’erba con il fango sulle scarpe.

— Perché dimenticano, — dissi. — Dimenticano di essere la stessa mano. Dimenticano che il dolore dell’altro è il loro dolore. E quando dimenticano, si comportano come se la mano destra fosse sola al mondo — come se potesse esistere senza la sinistra. Ma non può. Nessuno può. E la pratica — la respirazione, la campana, i ciottoli, il camminare sapendo di camminare — serve a ricordare. Ogni volta che ti fermi e respiri, ricordi che non sei separato. Ogni volta che senti la campana e torni qui, ricordi che “qui” include anche gli altri. E quando ricordi — quando ricordi davvero, nel corpo, non solo nella testa — allora la compassione torna da sola, come la mano destra che va verso la sinistra. Senza sforzo. Senza merito. Senza nemmeno pensarci.

Tommaso annuì. Non era una risposta completa — a dieci anni, nessuna risposta alle domande grandi è completa, e a settant’anni neanche. Ma era una risposta onesta, e Tommaso lo sapeva, perché i bambini hanno un radar infallibile per l’onestà — sentono la differenza tra un adulto che dice la verità e un adulto che confeziona una risposta per tenerli buoni.

Ci alzammo. La discesa dalla collina fu più facile della salita — il fango si era asciugato un po’ e le pietre erano meno scivolose. Amina camminava meglio, il ginocchio aveva smesso di far male o lei aveva smesso di pensarci, che a volte è la stessa cosa. Sofia le camminava accanto, non a braccetto come al solito, ma vicina, alla distanza esatta che dice: sono qui se hai bisogno, ma non ti sto addosso. La distanza della mano destra — sempre pronta, mai invadente.

Lungo il sentiero passammo accanto a un formicaio. Era una di quelle costruzioni enormi che le formiche rosse fanno ai piedi degli alberi — un cumulo di aghi di pino e terra lavorata, alto quanto il ginocchio di Tommaso, brulicante di attività. Ci fermammo a guardare.

— Guardate le formiche, — dissi. — Ognuna fa il suo lavoro. Ma se una formica trovasse del cibo troppo pesante per lei, cosa succederebbe?

— Le altre la aiutano, — disse Giacomo. — L’ho visto. Arrivano e portano il cibo insieme.

— E la formica che aiuta dice “ti sto facendo un favore”?

Giacomo rise. — Le formiche non parlano.

— No. Non parlano. Ma anche se parlassero, non direbbero “ti sto facendo un favore.” Perché la formica non sta aiutando un’altra formica. Sta facendo il suo lavoro, che è lo stesso lavoro dell’altra, perché il formicaio è un solo corpo. Come la mano destra e la mano sinistra. Come Sofia e Amina questa mattina.

Le formiche continuavano il loro lavoro, indifferenti alla filosofia. Portavano aghi di pino e frammenti di cibo con quella determinazione cieca e perfetta che ha chi non ha mai sentito la parola “separazione” e quindi non ha mai avuto bisogno della parola “compassione.”

Al cancello della comunità, Amina si fermò. Guardò il suo ginocchio — la sbucciatura era già coperta da una crosta sottile, il corpo che si ripara da solo, un’altra mano destra che va verso la mano sinistra, questa volta dentro di sé. Poi guardò Sofia.

— Grazie, — disse.

Sofia scrollò le spalle. — Di niente.

E aveva ragione. Era davvero niente. Nel senso più profondo e più bello della parola: non c’era niente da ringraziare, perché non c’era nessun favore, perché non c’era nessuna separazione. La mano destra non vuole i ringraziamenti della mano sinistra. Vuole solo che smetta di far male.

I bambini se ne andarono. Li guardai allontanarsi — sei sagome nel pomeriggio lavato dalla pioggia, con le scarpe infangate e le tasche piene di ciottoli, e dentro di loro qualcosa che non sapevano ancora nominare ma che avevano sentito — nella mano di Sofia sul ginocchio di Amina, nel calore di una mano che tiene un’altra mano, nel gesto del corpo che si muove prima che la mente decida.

Il mio maestro aveva una frase per questo. Diceva che quando vedi davvero — quando vedi con gli occhi dell’inter-essere, non con gli occhi della separazione — allora la compassione non è qualcosa che fai. È qualcosa che sei. Come il calore non è qualcosa che il fuoco fa — è qualcosa che il fuoco è.

Sofia non aveva fatto una buona azione. Sofia era stata un fuoco.

Ma questo non glielo dissi, perché i fuochi non hanno bisogno di sapere di essere fuochi. Bruciano e basta, e il mondo si scalda.


La mano sinistra e la mano destra
sono un solo corpo.
Quando una fa male,
l’altra non decide di aiutare.
Si muove, e basta.



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Ennio Martignago